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Se
esistesse la macchina del tempo ...
Se
esistesse la macchina del tempo, mi farei volentieri trasportare al
quinquennio trascorso al "Parini". Solo i momenti delle maternità
sono stati per me più intensi, formativi ed emozionanti di quelle
stagioni vissute al liceo.
Ricordo quasi tutto dei miei anni al "Parini":
nomi e cognomi di tanti compagni e di ogni docente, volti, episodi,
persino il titolo e l'aspetto di molti libri di testo e la copertina
di certi miei quaderni.
Quando giunsi in quarta ginnasio, sezione A,
era il 1968. L'eco dello "scandalo-Zanzara" non si era ancora
spenta, ma ben altri fermenti erano alla porta. Sarebbero presto arrivati
i tragici "anni di piombo".
Noi
allievi dell'esile IV A (eravamo poco più di una quindicina,
perchè la nostra aula era in realtà la biblioteca del
secondo piano, foderata di armadi a vetrina zeppi di volumi, e non c'era
spazio sufficiente per ospitare una classe "regolare") in
quelle prime settimane eravamo però essenzialmente occupati a
"prendere le misure" con la nuova scuola, con i nuovi compagni,
con gli insegnanti. E se l'impatto con la professoressa di Lettere,
la signora Noemi Canesi (moglie del mitico professor Canesi), fu morbido
e gradevole, altrettanto non si potè dire per la signorina Adele
Poggi, settantenne insegnante di matematica, un metro e 40 di statura
ma un gigante di severità, le cui leggendarie sfuriate avevano
già oppresso un paio di generazioni di pariniani. Indimenticabile
il giorno in cui, con insospettabile forza fisica, scagliò letteralmente
un banco contro il nostro compagno Gad Lerner, sorpreso disattento alla
lezione!
In prima liceo, alla nostra quinta A ulteriormente
"smagrita" da alcune bocciature, fu accorpata un'altra ex
V ginnasio decimata: diventammo così una classe "normale",
in un'aula "normale". Alcuni tra i nostri nuovi insegnanti,
che ci accompagnarono fino alla maturità, erano "colonne"
pariniane, come il professor Camillo Camillucci (storia e filosofia)
e il professor Silvano Stolfa (chimica). Straordinario per capacità
e simpatia il professor Franco Ranzato (latino e greco), che con ogni
clima raggiungeva la scuola in bicicletta.
L'esame di maturità non fu facilissimo,
ma la durezza e l'arroganza del presidente di commissione furono mitigate
dall'intelligente ironia del giovane commissario professor Roberto Vecchioni.
Oggi Vecchioni è un cantautore notissimo;
io non sono altrettanto famosa ma sono diventata ciò che volevo
diventare, giornalista. Entrambi abbiamo messo su famiglia e un destino
curioso ha fatto incontrare, proprio al "Parini", uno dei
suoi figli con una mia figlia: sono compagni di classe, nella prima
D di quest'anno.
Il "Parini" è una tessera fondamentale
nel mosaico della mia esistenza e le casualità della vita sembra
si siano accordate per mantenermi in qualche modo anche fisicamente
legata alla mia vecchia scuola: come giornalista mi è accaduto
in alcune circostanze di dovervi fare ritorno per intervistare alunni
e docenti; come cittadina vi esercito il diritto-dovere del voto (abito
in zona) e come mamma frequento periodicamente le salette del piano
terra in cui si svolgono i colloqui con gli insegnanti. Ma anche se
fossi divenuta una cantante lirica, se mi fossi trasferita in Nuova
Zelanda, se non avessi avuto figli, ogni tanto con dolce nostalgia (e
non solo per lo scontato rimpianto della giovinezza) il mio pensiero
sarebbe comunque volato in via Goito.
Cristina Berbenni
(maturità 1973)

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