Sotterranei misteriosi


     Nessuno di noi genitori ha mai avuto dubbi: quando fosse venuto il momento, anche nostro figlio Marco sarebbe stato iscritto al Parini. Certo, non potevamo prevedere che avrebbe frequentato – trent’anni dopo - la nostra stessa sezione, la ‘storica C’.

     Ora che anche Marco, terminato il suo quinquennio, si è lasciato Via Goito alle spalle, confesseremo che – approfittando magari di un colloquio coi professori, o di qualche altro evento didattico – ci siamo più volte concessi, alla chetichella, un giro per i corridoi e le aule, ed un viaggio nella memoria.

     Come quella volta che ci siamo spinti (guardinghi, e con passo felpato) fino all’aula di chimica, con i suoi banchi ad anfiteatro, e ci siamo messi a cercare, tra i ‘graffiti’ pluridecennali che adornano quegli antichi legni, qualcosa, una traccia, un nome che ci riportassero al nostro quinquennio di oltre trent’anni fa (1968-1973). E che emozione nel rintracciare – sbiadito, ma riconoscibilissimo – qualche graffito chiaramente d’epoca, riconducibile a questo o a quel compagno di classe, o ad un professore dei nostri…..

     Come non ricordare la Prof. Romanini, col camice immacolato….ed il ‘Tennico’ (così lo chiamavamo noi), che assisteva la prof. Marchesi (dall’impeccabile permanente argentea) negli esperimenti di Fisica, caratterizzati da un esito spesso inatteso e non convenzionale. Che fine avrà fatto la storica ‘camera a nebbia’, dal funzionamento quanto meno erratico, che provocava le nostre perfide risatine mentre il ‘tennico’ si affannava – invano - attorno al malefico stantuffo?

     Furtivi, ci siamo più volte concessi (adesso possiamo confessarvelo!) anche un giro per i corridoi e le aule: sembrano più piccole, e così i banchi. Una sera, rintracciata quella che era la nostra classe, la 3° C del 1973, abbiamo lasciato un breve, effimero messaggio sulla lavagna: “Qui abbiamo studiato ed affrontato la maturità nel 1973. Che nostalgia rivedere la nostra classe… Ciao Pariniani!”.

     Abbiamo anche – invano – cercato di rintracciare una porticina segretissima, dalle parti della palestra. Da li ai nostri tempi si accedeva – ma lo sapevamo in pochissimi – ai sotterranei del Liceo.

     Il passare degli anni, e lo sbiadirsi dei ricordi, sembrano oggi aumentare il mistero ed il fascino di quel luogo magico. Ci andavamo (magari bigiando l’ora di ginnastica, o approfittando di qualche pomeriggio a scuola) col fiato sospeso e l’emozione di muoverci in un ambiente proibito, segreto, misterioso, affascinante: antichi armadi, vecchi registri di classe, decine di animali impagliati,  riproduzioni anatomiche in cera e – sempre che non si tratti di un miraggio, di una favola metropolitana che, a furia di essere raccontata, diventa cristallina verità – perfino uno scheletro umano, certo utilizzato nella notte dei tempi a scopo didattico nella famosa aula ad emiciclo.

     La scoperta dei sotterranei (avvenuta in terza liceo) fu per noi un avvenimento memorabile, che caratterizzò una breve stagione. Per qualche tempo la notizia venne mantenuta riservatissima, ed il segreto della porticina era ristretto a pochissimi adepti. La visita al misterioso antro aveva, tra l’altro, risvolti indiscutibilmente positivi per il nostro prestigio con le tremebonde compagne di classe, che accompagnavamo a piccoli gruppi, impavidi, alla scoperta del luogo segreto.

     Poi, però, la notizia cominciò a diffondersi, e le visite furtive al sotterraneo divennero troppo frequenti per passare inosservate. Un brutto giorno, trovammo la porticina chiusa a chiave, e nessuno poté più accedere alla spelonca dei misteri.

     Anche oggi, a cinquant’anni suonati, gli amici veri sono ancora quelli del liceo. E ogni tanto, parlando tra noi, ci chiediamo che fine avranno fatto gli avvoltoi impagliati, le rane in formalina, i vecchi strumenti, lo scheletro (ammesso che ce ne sia mai stato uno).

 Luciano (e Mariagrazia) Cavalli