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Caffè
americano e caffè socialista
(un ricordo di Mario Spegne)
Nel
1981 quando seppi che la mia domanda di obiezione di coscienza era stata
respinta e che in ottobre avrei dovuto indossare la divisa di geniere
organizzai in tutta fretta un viaggio in California per l’estate.
A quei tempi avrei giurato fedeltà a
qualsiasi cosa che per 80 cents mi permettesse di starmene per tutta
una serata a sentire musica dal vivo. Così mi innamorai del caffè
americano. Costava la metà degli hot dog e della tequila, anche
se per la verità con i tacos la differenza era di pochi cents.
Ma il mio budget giornaliero era di 4 dollari al giorno tutto ma proprio
tutto compreso. 80 cents, dunque, per starmene seduto a fumare in libertà,
possibilmente vicino al palco. Se ero in vena di grandezze con 50 cents
potevo concedermi il refill, rimettendo la tazza vuota sotto l’erogatore.
Zucchero a volontà, musica bluegrass, naturalmente, e le sigarette
che costavano niente.
Fu un mese memorabile, troppo lungo da raccontare.
Qui voglio solo ricordare che alla fine di quel viaggio mi ritrovai
a cercare di dormire su una dura panca della stazione di Lubiana, dove
mi aveva sbarcato il mio volo economico, quando mi si materializzò
davanti una fisionomia da zingaro e solo dopo qualche secondo vi riconobbi
il mio preside del Parini. Lui era stato a fare le vacanze nel Montenegro.
Si chiamava Mario Spegne. Lo voglio ricordare perché era un uomo
di valore, colto, tormentato e instancabile nel cercare di capire i
suoi studenti in tempi di grande confusione (diradatasi la confusione,
posso riconoscere adesso che eravamo per lo più degli stronzetti
viziati nei quali in fondo non c’era molto da scoprire). Quella volta
il professor Spegne capì che le mie tasche erano completamente
vuote. Mi regalò mezzo pacchetto di Marlboro e una manciata di
dinari che gli erano rimasti in tasca, e se ne andò con un altro
treno. Con quei dinari mi potei permettere, all’alba, un caffè
socialista di una stazione socialista, una bevanda cattiva che bevvi
come un dono modesto e prezioso di quello strano angelo. Penso sia stato
ai funerali del professor Spegne, non molto tempo dopo, che diedi l’addio
definitivo e già troppo a lungo rimandato alla mia adolescenza.
Luigi
Fazzo

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