"È il liceo milanese di più antica e fulgida tradizione", ha scritto Montanelli.

 

 

 

Fin dalla nascita, il Parini gode effettivamente di fama illustre, della quale gli stessi ex pariniani si fanno portavoce: "Già in epoca fascista, quando la sede di Via Goito era quasi nuova, il Parini era considerato il primo liceo d'Italia", ricorda Franca Valeri, che l'ha frequentato "negli anni prima della guerra. Il mio personaggio della signorina snob attingeva anche alla mia esperienza in quella scuola". "Chi andava al Parini si sentiva un berretto verde dell'istruzione superiore italiana", rincara Vittorio Zucconi, maturità nel '63. "Gli insegnanti ci dicevano, papale papale: voi siete la classe dirigente di domani". Lo spirito di corpo della scuola era tale che Salvatore Veca, arrivato al Parini solo al secondo anno di liceo (per conseguire la maturità nel '62), ricorda; "La prima volta che entrai in aula il professore di latino e greco mi disse: "Sei un barbaro, nel senso greco della parola, e quindi dovrai darti da fare, perché sarà molto difficile che noi ti accettiamo".

Il Parini ha spesso funzionato da "punta avanzata" all'interno del panorama scolastico italiano, come ricorda Diego Masi (maturità '66), che arriva addirittura a definirlo "l'epicentro culturale e politico del paese". "Quando entrai al Parini sapevo che non era solo una scuola, ma un luogo dove accadevano cose che avevano una risonanza nazionale", rincara Ivan Fedele, (maturità nel '72 , storica occupazione nel '68), oggi compositore di fama internazionale.

Molti ex alunni hanno raggiunto la notorietà: i nomi di quelli ormai scomparsi che ricorrono più di frequente sono Dino Buzzati, e soprattutto, fra quelli che l'hanno conosciuto di persona, Walter Tobagi. Molti anche i professori entrati nella leggenda della scuola, principalmente quelli di greco e latino -- Pelosi, Cantele, D'Arbela, e Canesi, "che non aveva l'uso delle gambe e arrivava a scuola in carrozzella, arrancava fino all'aula e si buttava sulla sua seggiola", come ricorda Zucconi. "Noi lo guardavamo con enorme rispetto, non solo perchè era uno degli insegnanti più bravi, ma anche perché era una grande lezione vedere il suo sforzo quotidiano per venire ad insegnare". E poi i presidi: l'ottocentesco Garavoglia negli anni Cinquanta, l'imprevedibile Mattalia nei caldissimi Sessanta.

 

 

Al di là della dimensione mitologica, il Parini è stato, nel concreto, il teatro di una serie di avvenimenti culturali e politici che hanno fatto epoca: dall'episodio della Zanzara, "il primo giornalino studentesco in Italia", come lo ricorda Guido Vergani (frequentatore del liceo nei primi anni '50), che già all'inizio degli anni Sessanta lanciava inchieste "sovversive" come quella intitolata "Se voi foste i professori", che costò a Vittorio Zucconi, allora direttore del giornalino, la sospensione "per ragioni giornalistiche, non scolastiche -- che peraltro avrei pienamente meritato".

Nel '66, la Zanzara pubblicò una "scandalosa" inchiesta sui pariniani e il sesso, dalla quale risultava che gli studenti avessero rapporti molto liberi, "addirittura che alcune ragazze usassero la pillola, cosa peraltro non vera: lo so per certo, perchè conoscevo quella che fece questa dichiarazione in prima persona", ricorda Guido Zucconi, fratello di Vittorio (maturità nel '69), redattore della Zanzara ai tempi dell'inchiesta. "Gli studenti occuparono il liceo e il preside Mattalia, lo stesso che aveva a suo tempo sospeso Vittorio, ci sorprese rifiutandosi di chiamare la polizia contro il parere del consiglio docenti". "In quell'occasione, la scuola si dimostrò più illuminata della magistratura", ricorda Vergani. "Un magistrato addirittura sottopose i ragazzi a visita corporale, e trattò una delle redattrici come un'autentica puttana".
Il caso fu discusso in Parlamento, il preside Mattalia venne licenziato dal Provveditorato, divenne un simbolo e finì per essere eletto al Parlamento nelle liste degli indipendenti del PCI, "lui che in realtà era stato un liberale di stampo gobettiano", precisa Fedele, "un uomo all'antica, che amava fare comunicazioni in interfono in versi", ricorda Guido Zucconi. "Da quell'episodio si aprì un dibattito, si innescò una piccola rivoluzione di valori e di idee che portarono a fare del liceo Parini un punto di riferimento nel '68", ricorda Nava.

"Dopo la fine degli anni Sessanta, il Parini è scomparso dalle pagine della cronaca, per ricomparire nel '75-'77", continua Umberto Gay, che ha frequentato il liceo proprio in quegli anni, e adesso è consigliere comunale di Milano per Rifondazione Comunista. "Allora il Parini ha ripreso il suo ruolo di guida dei momenti di lotta nelle scuole della città. Eravamo l'unico liceo milanese che, alle sue assemblee -- cui partecipavano 700 studenti su 1000 -- vedeva rappresentati tutti i partiti politici in Parlamento: liberali, socialdemocratici, ciellini, tutta la sinistra possibile, e anche qualche fascista, seppur nascosto". "Erano anni di grande intensità", concorda la regista Roberta Torre, maturità nell'81. "Forse il discorso politico cominciava a spegnersi, ma rimaneva un'atmosfera forte. Un giorno spero di riuscire a farne un film".

 

 

Le testimonianze di "pariniani illustri"

 

 

FRANCA VALERI, attrice (maturità a fine anni Trenta)

Mi piaceva molto, il Parini. La mia era una sezione "di raccatto", ma combattiva, grintosa. Era una classe mista, si studiava l'inglese, e questo in epoca fascista non era poi così scontato. I professori erano severissimi, ma ci sembrava giusto: già che si studiava, tanto valeva studiare a fondo. Non davano spago agli studenti, però non mancavano nemmeno loro di rispetto: se un allievo voleva stabilire un dialogo ci riusciva.
Non mi è piaciuto vedere, nel corso degli anni, i professori atteggiarsi ad amici degli studenti: gli adulti delegati ad insegnare devono assumersi quella responsabilità. Ho detestato anche il graduale eccesso di interferenza del mondo esterno nei confronti della scuola, soprattutto quella dei genitori: hanno casa loro per insegnare ai figli. Anche la politica ai miei tempi rimaneva fuori dei portoni. Oggi come oggi, mi pare che la scuola sia semplicemente in cattive mani, come il teatro.

ELENA COTTA, attrice (maturità nel '48)

Io il Parini l'avevo sempre avuto in testa. Vivevo fuori Milano, e frequentare la migliore scuola della città mi sembrava un privilegio. Erano gli anni della guerra, e in quel clima parlare di severità degli insegnanti non aveva senso. Però ricordo che, oltre all'attività didattica, il Parini offriva molte opportunità di scoprire altri interessi: visite a mostre d'arte, gite in bicicletta, serate alla Scala, proiezioni di film. Io ho scoperto il teatro proprio grazie ai mercoledì al Piccolo Teatro organizzati dal Parini.
A scuola non si faceva politica, ma ricordo che l'ultimo anno ci fu una forma di contestazione: un gruppetto dall'aria molto seria, con tanto di capopolo in testa, che impedì agli studenti di entrare in classe. Noi non facemmo altro che volatre le spalle e andarcene al parco, ma non a giocare a pallone: a leggere ad alta voce le poesie del Porta.

GUIDO VERGANI, giornalista e scrittore (al Parini dal '49 al '51)

Io sono stato al Parini severissimo, ed ero un pessimo scolaro. Anche allora fioccavano i 2 e i 3, lo so per esperienza personale, inutile dire che i 9 e i 10 non li ho mai visti. Ma adesso la severità accademica mi sembra giusta, credo che si debba tornare ad un certo rigore. Ho l'impressione che le grandi disgrazie cui vanno incontro i ragazzi di oggi dipendano proprio dallo scarso rigore delle famiglie e della scuola. Mi spiace dirlo, perchè se ci fosse ancora vivo qualcuno dei miei professori si alzerebbe e mi darebbe un ceffone. D'altro canto è anche vero che la scuola non riesce più a istigare negli studenti una qualsiasi passione. Credo che molto dipenda dalla capacità di insegnamento dei docenti: i professori validi riescono sempre ad accendere l'interesse dei ragazzi.
Quanto alla politica, negli anni del dopoguerra ha prevalso il ritorno al piacere della vita: le festicciole al sabato, la musica americana, le canzoni francesi. Il clima esterno non aveva grande eco, la coscienza politica di noi ragazzi era poco sviluppata: prevaleva il momento della scoperta di una vita migliore, non più cupa. Oggi mi sembra che sulla coscienza politica prevalga la ritualità. I figli del '68 si specchiano nell'esperienza dei loro genitori, che hanno mitizzato, vedendone solo le cose buone e non gli errori, un pò come è successo con la Resistenza. E se davvero l'attivismo politico degli studenti è diventato solo ritualità, allora il preside ha ragione a contrastarlo.

GIULIA BORGESE, giornalista del Corriere della Sera

Smettiamola di dire che il Parini era una scuola meravigliosa: ai miei tempi era orribile, devastante e spocchiosissima. I professori erano preparati ma non sapevano insegnare: urlavano nei corridoi, erano capaci di tirarti dietro il vocabolario. Si studiava come bestie, si stava moltissimo: non era una buona educazione, era un'educazione a soffrire. Anche allora i professori affibbiavano i 2 e i 3, ed era un modo per umiliarci. A distanza di vent'anni, mio figlio ha frequentato il Parini, ed era ancora tutto identico: il regno della nevrosi.
La politica riguardava soprattutto i nostri genitori e i professori, e noi solo di riflesso: ricordo professori fascisti che perseguitavano me e Valeria Sacchi, che oggi è giornalista de La Stampa, perché eravamo figlie di antifascisti. Non a caso è stato proprio il padre di Valeria ad insegnarci come fare sciopero contro i professori, e così abbiamo fatto intere giornate di protesta, probabilmente le prime per un liceo degli anni Cinquanta.

SALVATORE VECA, presidente della Fondazione Feltrinelli e docente universitario di Filosofia politica (maturità nel '62)

All'inizio degli anni '60 il Parini era ancora una scuola molto severa: i guardiani delle porte erano ancora tanto solenni da sembrare re nudi. Ma si sentiva già nell'aria qualcosa di eterodosso, un certo incrinamento dal punto di vista dell'istituzione. In seguito il Parini ha conosciuto i vizi e le virtù dell'azione contestativa, compresi gli aspetti opportunistici della cosa.
Tuttavia resto dell'idea che l'abitudine alla protesta politica sia una buona cosa: se un ragazzo chiude un'esperienza formativa senza essersi trovato almeno una volta a fare qualcosa di non disciplinato, rispetto alla normalizzazione che è implicita in qualsiasi formazione, ha imparato di meno, in termini di crescita della persona. Le occupazioni sono forme di socializzazione, molto spesso di gregarismo, ma anche modi con cui i ragazzi ridefiniscono il loro rapporto con i pari, e in una società terribilmente genitorialista, di genitori fragili come siamo stati noi, affetti da incertezza educativa, mi sembra una buona cosa.
Come docente universitario, penso che il preside debba assumersi il suo ruolo, quindi mi sta bene che si misuri con gli studenti, invece di mostrarsi incerto della propria responsabilità. Senza però mancare di rispetto verso i ragazzi, che è un modo per non prendere sul serio neanche se stessi.
Anche per quanto riguarda l'assegnazione dei voti vale il principio che chiunque valuta gli altri valuta contemporaneamente anche se stesso. Dunque se su cento studenti, 85 vanno sotto la media, vuol dire che l'insegnante sta facendo qualcosa di sbagliato. L'uso sanzionatorio o escludente della valutazione non mi sembra in assoluto un buono sport. Se i risultati di una classe sono molto scarsi, forse l'impiego della valutazione non è stato veramente mirante alla formazione dei ragazzi.

VITTORIO ZUCCONI, corrispondente dagli Stati Uniti di Repubblica (maturità nel '63)

Io sono l'ultima generazione che si è fatta il Parini all'antica, e non perdonerò mai a mio fratello Guido di essersi invece goduto tutte le riforme. Ma tutto quello che mi è servito nella vita l'ho imparato al liceo. Era un'educazione terrificante ma giusta, in cui non c'era spazio per i favoiritismi. La durezza della selezione e la spietatezza dei professori erano accettate come un fatto della vita.
Il Parini era una scuola darwiniana prodotta da una società di classe, e anche allora mi colpiva la sostanziale democratizzazione di quelle stragi accademiche, perchè vedevo i figli delle migliori famiglie milanesi segati senza puetà, e viceversa ragazzi di umilissime origini che riuscivano ad arrivavare fino in fondo. Alla fine, il fatto di essere sopravvissuti al Parini ci dava un senso di sicurezza interiore.
Alzare la soglia della scuola dell'obbligo serve solo a posticipare il processo selettivo che noi conoscevamo già in tenera età. Perchè i ragazzi di oggi sono traumatizzati? Perchè danno la musata più tardi. E si sa che comunque prima o poi la musata arriva.
Tuttavia sono contrario alla decimatio gratuita. La nostra generazione sapeva che sarebbe diventata la classe dirigente. Il prezzo da pagare era imparare un mucchio di fregnacce: era il nostro rituale di chierici per diventare sacerdoti dell'Italia che conta. Adesso impari un sacco di cose e poi sei un fesso qualunque.
Anche le occupazioni studentesche mi sembrano diventate un gioco vuoto. In un mondo in cui lo scontro economico e sociale avviene fra continenti, il fronte di scontro, che a fine annì60 era filtrato dalla società alla scuola, ormai non passa più di lì.

DIEGO MASI, sottosegretario al Ministero degli Interni, UDR (maturità nel '66)

Ho fatto il Parini negli anni del miracolo economico, quando si cominciava a mettere in discussione le istituzioni. A scuola avevamo capito che c'era una tensione politico-culturale nel Paese e ci sentivamo chiamati a rappresentarla. Il clima accademico era però ancora molto rigoroso: sapevamo di essere destinati ad una selezione, tant'è vero che nella mia classe siamo partiti in 34 e arrivati alla maturità in 8.
Oggi mi sembra che si sia tornati a una richiesta di maggior rigore: i giovani capiscono di essere entrati in un mondo di competizione fortissima, di merito, e che gli strumenti che hanno in mano sono inadeguati. Il preside Straniero ha interpretato questa richiesta, direi neanche in maniera durissima.
Quanto all'occupazione in sè, ai miei tempi fare sciopero era un rischio, adesso è una consuetudine. Adesso il rischio è dire basta. Gli studenti usano uno strumento vecchio rispetto alle esigenze di una domanda nuova, che loro sentono, ma non esprimono: quella di combattere il degrado dell'istituzione scolastica. Sono ragazzi vecchi, con genitori che chiedono loro di ripetere ancora il '68. Ma il pendolo sta tornando indietro, dopo trent'anni di assemblearismo sta ritornando la voglia di ordine e di regole.

MASSIMO NAVA, giornalista del Corriere della Sera (maturità nel '69)

Anche ai miei tempi c'era una certa severità, che si allentò proprio grazie al '68. E a distanza di tempo devo dire che il clima di severità, anche quando contrastato o addirittura azzerato, crea comunque un humus così stimolante che ti avvantaggia comunque.
Quel retroterra, che in quegli anni venne pesantemente contestato, ci ha lasciato qualcosa nel DNA.
Ma la nostra generazione non aveva la grande angoscia del posto di lavoro e del futuro che hanno i giovani oggi. Si pensava, faccio il liceo, faccio l'univeristà, poi voglio fare il medico, l'architetto, il bagnino, e tutte le strade erano aperte. L'idea della votazione, più che all'aspetto meritocratico di passare il turno, era legata all'idea che mettere insieme delle buone cose aprisse poi delle porte. Oggi uscire dal Parini non è più una garanzia.
La scelta stessa del liceo classico può sembrare penalizzante, anche se credo che possedere quel tipo di cultura critica ti consenta di non perderti anche nel mondo di oggi: solo se sai fare seriamente dei collegamenti fra le idee puoi consultare Internet in modo intelligente.
Per quanto riguarda la legittimità dell'occupazione contrastata dall'attuale preside del liceo, è opinabile stabilire se i motivi degli studenti siano stati futili: anche ai miei tempi non sempre le ragioni delle occupazioni erano valide, non è che la nostra epoca sia stata gloriosa e prerivoluzionaria e questa sia un'epoca di scansafatiche. Il fondo di angoscia nel futuro che sta dietro la protesta degli attuali
studenti è una cosa seria. E comunque fare muro contro muro non aiuta nessuno.

GUIDO ZUCCONI, docente universitario di Storia dell'architettura (maturità nel '69)

Il Parini ha sempre avuto una tradizione di severità, i ragazzi che lo frequentano oggi lo sanno. Nessuno li ha obbligati a iscriversi proprio lì, visto che a Milano ci sono almeno altri 8 licei classici. Casomai c'è da chiedersi se a questa severità corrisponda una qualità didattica.
Quanto alla partecipazione politica, non è vero che non esistesse prima del '68. Esisteva un'associazione studentesca eletta democraticamente, che faceva da quadro di riferimento per tutta una serie di iniziative: il giornale scolastico, la stagione teatrale. C'era una vita democratica che il massimalismo schematico dei sessantottini ha negato nella prospettiva accorciata dell'"arriviamo noi, noi siamo la politica". Io ho partecipato all'occupazione del '68, ma come si dice, si nasce rivoluzionari e si diventa conservatori: da vecchio barbogio, ho la sensazione che gli studenti di oggi ripetano un rituale stanco e privo di sostanza, e che la piattaforma delle occupazioni sia inconsistente. Così sulla carta provo simpatia per il preside Straniero, che se non altro ha preso una posizione netta al riguardo.

IVAN FEDELE, compositore (maturità nel '72)

Gli insegnati del Parini sono sempre stati severi, ma ai miei tempi non mi sembrava che lo fossero in maniera inutile, superflua. Non so se anche adesso è così. Non vorrei che si pensasse che la serietà di una scuola dipenda dalla bassezza dei voti. Anzi, il voto 2-3 è folkloristico, serve più a deresponsabilizzare l'insegnante che a far migliorare l'allievo.
Se in una classe sono in pochi a prendere i 2 e i 3 può essere fisiologico, ma se la cosa è diffusa bisogna pensare che ci sia un problema con i docenti, anche soltanto in termini di capacità di coinvolgimento degli studenti. Oggi come oggi non si può più pensare che una laurea basti ad insegnare. Accanto alla conoscenza della materia si dovrebbe possedere nozioni di pedagogia didattica, come succede all'estero.
Quanto all'attività politica, ai miei tempi le nostre proteste si agganciavano a una visione del mondo, mentre oggi mi sembrano sempre meno inserite in un contesto generale, nel quadro di un'ideologia che, se vissuta bene e partecipata, rappresenterebbe comunque un indirizzo di vita. D'altra parte l'esempio che ci sta dando la politica è quello di aggregazioni fluide in cui non si scorgono programmi che vadano al di la del pratico.
La figura del preside-manager poi mi lascia perplesso. Noi abbiamo sempre bisogno di un deus ex machina che ci salvi, e al momento è la managerialità. Ma una scuola ha esigenze diverse da un'industria o di una società. L'aspetto della gestione è importante, ma non è l'unico. Privilegiare il livello manageriale significa dare risposte solo in termini di premio e castigo, magari a scapito di progetti in senso didattico più ampio.

UMBERTO GAY, consigliere comunale, Rifondazione Comunista (maturità nel '77)

Negli anni Settanta noi studenti avevamo la sensazione che quello che cercavamo di immaginare si inserisse nel contesto generale di ricerca e di sperimentazione. Pur essendo nani della società, avevamo la convinzione di avere una voce in capitolo.
Oggi mi lascia stupefatto la mancanza di rispetto del preside Straniero nei confronti dei suoi studenti. Non tutte le occupazioni sono intelligenti, ma rappresentano comunque tentativi da parte degli studenti di organizzarsi, e se i tentativi non li fanno i ragazzi di 16, 17, 18 anni, chi li deve fare? Con la sua ironia, con il suo sarcasmo, Straniero sembra dire: sappiate che anche se voi ragazzi vi date da fare io vi considero dei pagliacci, e da dietro le quinte vi manovro, forco e tramo.
In passato i presidi del Parini, anche se contrari all'occupazione, comunque tutelavono verso l'esterno i loro ragazzi. Straniero invece ha pubblicato l'intera vicenda su un settimanale, facendone un resoconto nel quale, fra le righe, si legge tutta la sua mancanza di considerazione nei confronti degli studenti. Non si può descrivere un ragazzo che ha al massimo 18 anni come un Lenin fallito, e tutti gli altri come di un branco di pecore.
Quanto al concetto di preside manager, mi sembra il frutto di una filosofia tardo yuppista. Da un punto strettamente amministrativo forse un capo di istituto che non è solo una cinghia di trasmissione del provveditorato e del ministero può essere una figura interessante, ma bisogna che il preside-manager si ricordi che dietro ogni consiglio di amministrazione c'è una popolazione di utenti che hanno il diritto di organizzarsi. Anche perchè, adesso, non hanno più una controparte con le loro stesse caratteristiche genetiche.

ROBERTA TORRE, regista (maturità '81)

Io ho un gran ricordo della mia esperienza al Parini: erano gli anni intorno al '77, un periodo di grande intensità. Gli insegnanti, soprattutto quelli delle prime sezioni, erano molto severi, ci facevano ancora imparare il greco a memoria. Ma quella severità aveva un suo fascino, confesso che un pò mi piaceva quell'educazione al sacrificio.
Le occupazioni erano ancora permeate da un'aura fortemente politica, ci sembrava avesse un senso farle, e le ricordo con grande nostalgia. Al punto che ritengo mi siano servite di più dell'insegnamento accademico, in quanto esperienze di vita.L'occupazione è un rito di passaggio, un'iniziazione alla vita adulta, come scappare di casa o ubriacarti: almeno una volta lo devi fare.
Il ruolo del preside è quello di contrastarle, ma dovrebbe farlo con intelligenza, sapendo chiudere un occhio al monento buono. è come una rappresentazione teatrale, nella quale ognuno deve saper recitare la propria parte.

 

  Paola Casella  
 

da "Caffè Europa" n. 21 del 19.02.1999