Incontri sulla Commedia di Dante

con la prof.ssa Anna Maria Chiavacci Leonardi

(Università di Pisa)

 

Inferno - 25 novembre 2002

 

Innanzitutto grazie a tutti per queste parole lusinghiere di benvenuto e di presentazione. Fa molto piacere parlare in questo liceo; come sempre parlo volentieri a chi comincia a studiare Dante, perché è un autore sul quale volentieri si passano, poi, gli anni… io ho incominciato così, facendo la mia tesi di laurea su Dante e poi non l’ho più lasciato, e ancora non ho finito di studiarlo, perché si trovano sempre cose nuove.

Oggi si vorrebbe fare un po’ un discorso introduttivo, visto che ci sono soprattutto le prime.

Ci si domanda sempre: questo libro così antico, di secoli così lontani… che oggi sembrano ancora più lontani, vista la velocità con cui corre il tempo in questi ultimi scorci, in questi ultimi vent’anni, diciamo così; prima si andava più lenti, ora sembra che tutto il tempo precipiti, tutte le cose nuove cambiano… per cui sembra più lontana questa età di Dante. Tuttavia è anche vero che questo libro, stranamente, è letto in tutto il mondo, è uno dei più diffusi, forse il più diffuso dopo la Bibbia. Popoli lontani da noi come tradizioni culturali e come storia, lontanissimi direi, lo leggono, lo traducono e lo studiano praticamente in tutte le Università: per esempio, da poco è stato tradotto in Vietnamita, in Coreano, in Pakistano, Turco… qualunque lingua culturale, ormai, traduce Dante. Quindi la lontananza, in qualche modo, è oltrepassata, c’è qualcosa che attira… va bene, si leggono, certo, i grandi poeti di tutti i tempi ― quando sono grandi ―: leggiamo Omero, Virgilio; ma questo è un fenomeno un po’ diverso, perché viene affrontato, discusso come se fosse ancora un contemporaneo: non c’è una frattura di tempo tale da considerarlo un grande antico. Dante è discusso per esempio in Giappone, dove c’è proprio una cattedra e fioriscono gli studi danteschi, dove gli studenti sono appassionatissimi: anche là si discute del mondo dantesco con grande entusiasmo e interesse. Un giovane giapponese ―  questo è un fatto, così, di cronaca ma è interessante ― è venuto a Firenze con una borsa di studio apposta per studiare Dante, e ho avuto molti colloqui con lui perché veniva a discutere varie cose; mi sono resa conto, parlando con lui (un ragazzo molto intelligente, già laureato in letteratura italiana) di che cosa poi fosse ciò che effettivamente li attraeva in questo mondo di Dante: naturalmente è la gran poesia che, per prima cosa, attrae le persone, leggendo la poesia [Dante] ha un richiamo che nessun altro testo ha; un testo di teologia, di filosofia o di storia non è così attraente, la poesia sì. Ma in questo mondo poetico lui trovava qualcosa… Dunque, questa singolarità del testo e questa attrazione per i Paesi lontani… e infatti è questo: che il poema di Dante rappresenta non solo quello che è eterno nell’uomo, che sempre la poesia rappresenta (i sentimenti dell’uomo, l’amore, il dolore, le sofferenze, le speranze) ma ci offre qualcosa di organico, un universo interamente organizzato, concluso, quasi tutto un mondo, dagli astri fino ai fiori più piccoli, un grande cosmo ordinato, e ci presenta la storia, il destino, in qualche modo, dell’uomo. Le due cose che il giapponese mi diceva, erano: uno, la razionalità dell’universo; ché per noi occidentali, è normale l’idea che il mondo sia intelligibile all’uomo, che ci siano delle leggi razionali che corrispondono alla nostra mente, che la nostra mente può comprendere… per altri popoli no, è una scoperta, l’intelligibilità dell’universo. E l’altro è il valore primario della persona dell’uomo: la sua libertà, la sua dignità. Ora, se noi guardiamo questi due o tre elementi fondamentali che mi diceva il giovane giapponese, nella Commedia viene, di fatto, espressa l’identità della nostra cultura e civiltà occidentale. Noi sappiamo, voi sapete certamente, che due grandi tradizioni sono confluite, poi, nel Medioevo formando quella che oggi è chiamata la civiltà occidentale, europea come nascita naturalmente: la tradizione greco-latina e la tradizione biblica, ebraico-cristiana, che si sono lentamente, nel medioevo poi, fuse, con grande sforzo dei grandi pensatori cristiani tra l’altro; e la Divina Commedia, che nasce proprio, come forse tutti sanno alla fine dell’età medioevale, esprime questa concezione dell’universo e dell’uomo, che ― per questo la sua attualità ― tutt’ora è quella a cui tutto il mondo civile fa riferimento… la tavola dei diritti umani ad esempio, che è accettata praticamente da tutti i Paesi del mondo, si fonda su questo valore della persona di cui si diceva. Lo sviluppo tecnico e scientifico si fondano sulla razionalità dell’universo, questo deriva in gran parte dai Greci, che poi naturalmente a loro volta attingevano da precedenti culture, come quella babilonese per l’astronomia, ecc… . Ma quello del valore della persona è invece eredità Cristiana, il valore primario della persona, che non va sottoposto a nessun altro: la sua dignità suprema, la sua inviolabilità e la sua libertà. Questi concetti sono nuovi, ancora oggi sono nuovi, perché l’uguaglianza degli uomini non esiste in nessuna cultura allo stato naturale; voi certamente lo sapete: in ogni cultura ci sono queste caste, divisioni tra specie, caste sociali come in India, divisioni tra uomo e donna, molto forti in alcune culture; l’idea dell’uguaglianza non c’è nemmeno nella grande filosofia greca, che pure ha fatto grandi passi, come tutti sanno, soprattutto con Socrate, Platone, Aristotele… ma anche il grande Aristotele nella Politica scrive che il libero e lo schiavo sono quasi due specie diverse di uomo; non sono uguali il libero e lo schiavo per Aristotele, quindi… intendiamoci: è il culmine del pensiero antico. Nessuna cultura riconoscerà nemmeno la libertà, libertà intendo come quella predicata nel Vangelo cristiano, grande rivoluzione che allora fu l’idea di essere superiori alle leggi: le leggi sono fatte per l’uomo, e non l’uomo per le leggi; come è scritto nel Vangelo, forse voi non lo sapete, non lo so se lo sapete, comunque, non è che l’uomo è fatto per il sabato ― il sabato che nell’ebreo è il giorno, appunto, che bisogna rispettare in tutti i suoi dettagli ―  ma il sabato per l’uomo, cioè l’uomo in qualche modo è padrone delle leggi, il che vuole dire il primato dello spirito sulla lettera: anche questo è tuttora rivoluzionario. Voi tutti sapete quante prescrizioni, quante cose bisogna osservare in ogni diversa religione o cultura che sia,  gli ebrei ancora stanno attenti a spazzare tutte le bricioline minime sotto i letti nel giorno pasquale, come in altre prescrizioni o Paesi non si può mangiare una certa carne, alcuni cibi sono vietati, e così via… tutto questo insieme di regole, che è fatto appunto per dare una regola alla vita civile, è superato in questa diversa concezione dell’uomo per il quale l’uomo è padrone delle regole, e questo è evidentissimo nella Divina Commedia.

Ora appunto veniamo al nostro argomento. L’idea della libertà, della grande e perfetta razionalità dell’universo, dominano tutto il poema di Dante; ora, chi non l’ha ancora cominciato non ha un’idea, ma presto se ne accorgerà! Tutto l’universo appare ordinato: il Paradiso, nel famoso attacco di quel bel discorso che fa nel primo canto Beatrice: “le cose tutte quante, hanno ordine tra loro”, c’è un ordine nell’universo, “e questo è forma che l’universo a Dio fa somigliante…”. Questa è l’idea: che il Creatore, secondo la concezione Cristiana naturalmente, dove Dante si pone, impone nell’universo la sua somiglianza, quindi è tutto simile alla mente creatrice. Questo ordine straordinario nella Commedia regge tutto, ogni movimento degli astri, delle orbite degli astri che Dante tante volte descrive, ogni piccola cosa che accade sulla terra, come tra i fiori e le erbe, su cui tante volte si ferma, tutto è perfettamente ordinato in questo modo supremo di grande armonia, e in questo universo si muove questa persona, questo uomo libero; e, voi ancora non lo avete letto ma qualche cenno si può dare ― è importante ― di questo valore del primato dello spirito sulla lettera; di questo già ci si accorge nell’Inferno e poi più avanti: cioè in Dante ― è fatto apposta ovviamente ― questo mondo dell’aldilà, di cui ora parleremo, racconta le storie dell’aldiquà naturalmente, racconta le storie della terra, però l’aldilà, le racconta vedendole quindi da un punto di vista esterno. Si racconta la storia, ma dal di fuori, non dall’interno. Questo, diciamo, punto di vista dove ci si pone, permette di dare senso e significato e valore alla storia: bisogna essere al di fuori per giudicarla, naturalmente, finché si sta dentro la cosa sfugge di mano. Ora, l’idea di questo vedere dall’aldilà, di tutte le vite che voi incontrerete leggendo nell’Inferno i vari personaggi che si incontrano, sono vite viste all’indietro: ognuno vede la propria vita, diciamo così, voltandosi indietro, e ora ne comprende il senso. E qui, appunto, ci sono alcuni episodi che ci possono definire, determinare meglio quello che si diceva di questa libertà dello spirito; per esempio, si considerava la scomunica, all’epoca di Dante, la scomunica papale, come una cosa gravissima, per la quale uno che morisse scomunicato era certamente dannato agli occhi della gente; Dante invece, nel Purgatorio, salva il grande principe Manfredi di Svevia che era morto scomunicato, ma lo salva come e perché? Perché all’ultimo momento Manfredi si rivolge a Dio con un momento solo, con il gesto di un momento, con il cuore pentito, piangendo, e viene accolto e perdonato; tanto la cosa era difficile da digerire da parte della gente, che Dante fa apposta a far dire a Manfredi: ”Vai di là, e dillo a mia figlia che sono salvo!”, perché nessuno avrebbe potuto crederci. “Orribil furon li peccati miei!” dice il principe Manfredi, uno dei personaggi più potenti di quel tempo, “ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei…”; cosa significa questo: basta un momento in cui c’è un movimento del cuore umano per oltrepassare la regola della grande scomunica papale; è il cuore che conta, infatti Dio parla al cuore.  Al rovescio, nell’Inferno ― faccio questo caso limite perché, appunto sono gli opposti ―  nell’Inferno, chi lo leggerà lo trova, c’è un personaggio anche questo molto noto in Italia, Guido da Montefeltro, un grande condottiero, che, per salvarsi l’anima come si diceva, ad un certo punto della sua vita, quando l’età comincia ad avanzare, si fa frate, così sperando di salvarsi, però, senza un pentimento vero; quando si arriva all’ultimo momento... ah, il Papa Bonifacio, questo, scusate, non l’ho detto, quando gli chiede il consiglio per vincere in battaglia i Palestrina, i suoi nemici, gli dice: ”Non ti preoccupare se il consiglio è (come lo era), un inganno, tanto io ti perdono fin d’ora, tu vai tranquillo…”; ma, quando si arriva alla fine, arriva il diavolo e arriva anche [San] Francesco per prendersi il suo fraticello, ma il diavolo porta via Guido da Montefeltro, e gli dice: ”Assolver non si può chi non si pente, per la contraddizion che non consente…”. Quindi abbiamo il caso opposto a Manfredi, l’uno e l’altro: questo era stato assolto dal Papa, però viene portato via dal diavolo, e l’altro era stato scomunicato e viene salvato. Per dire, questo è un caso, ma ce ne sono altri; ma, ora, per il momento fermiamoci, se no si va troppo in là con questo argomento… però per dire come, appunto, nella Commedia, molte volte accade, è proclamata questa straordinaria primaria dello spirito sulla lettera. Questo incontro e –praticamente ― vantaggio della concezione cristiana sull’antica, cominciò, si può dire, quando san Paolo andò ad Atene a parlare all’Areopago: parlò, appunto, del suo Dio Cristiano, e lì comincia, si può dire simbolicamente si fa cominciare di lì, questa lenta fusione fra le due civiltà. Questo concetto Cristiano, che Dante assume naturalmente, è tutt’ora tante volte non accolto; resta indigesto un po’ a tutti tante volte, vedere salvato un peccatore dell’ultim’ora, questo dà fastidio ancora ai benpensanti, diciamo, di ogni tempo, di allora come di adesso. Dunque, sorvolando adesso un momento su questo aspetto, questo dicevo, che questa singolare potenza con cui la Commedia offre al mondo, a tutti i popoli, insomma, questa idea del mondo e dell’uomo, ancora nuova, si può dire, ancora insolita, perché non  è ancora accolta veramente, come si diceva un momento fa, da tutti i popoli, e neppure dai popoli occidentali che pure ne sono eredi e che l’hanno, diciamo così, nel sangue. Voi siete cresciuti in questa civiltà, non ce ne si rende conto, ma per noi è normale; certe cose sono tutte normali, queste cose che invece per altri popoli sono strane: che gli uomini siano uguali come diritti gli uni agli altri, che non ci siano differenze di caste, di nessun tipo: per noi sembra una cosa ovvia perché ci siamo cresciuti, ma non lo è. Ora, dunque, questo grande poema offre così questo al mondo. ―

L’uomo di Dante conquista poi perché naturalmente c’è, da parte di Dante, una tale penetrazione, conoscenza, amore per l‘uomo che il suo uomo, la persona che lui rappresenta, è di una tale vitalità e somiglianza a quello che noi conosciamo, l’uomo di tutti i tempi naturalmente, con tutti i suoi sentimenti, fino ai più delicati, dai più tremendi ai più sottili, delicati e dolci che ci presenta la Commedia, e questo affascina, naturalmente. Quest’uomo, Dante lo considera la sua grande dignità. Lui scrive il suo poema, e lo dice, per indicare all’uomo il suo destino di suprema gloria e toglierlo dalla sua infelicità, e ne fa una specie di viaggio, come voi sapete, questo racconto di viaggio nell’aldilà, cioè dalla selva oscura, dal momento del dolore, della pena che è della vita umana, al momento della gloria e della felicità. Il tema del viaggio è proprio ― per tornare al nostro discorso sulla civiltà ― della civiltà mediterranea; pensiamo ai grandi poemi epici antichi, tutti sono viaggiatori: il grande viaggio di Ulisse, nel più famoso, per lo meno, dei viaggi, dei “nòstoi”, dei ritorni; il viaggio di Enea, che parte da Troia per arrivare ad approdare a un posto dove fondare un nuovo regno di pace e di felicità; ma anche gli Ebrei hanno il viaggio, partono dall’esilio, dalla terra dov’erano schiavi in Egitto, per andare in un posto felice seguendo l’ispirazione di Dio; il viaggio, in fondo, di Mosè con i suoi, assomiglia un po’ al viaggio di Enea  voi forse un po’ questi li conoscete, il viaggio di Enea certamente ―: si affida agli dei, alla voce della madre, ma non sa nulla, neppure dove andrà; così anche Abramo parte senza sapere dove andrà; partono da un luogo di schiavitù e di pena, come quelli dall’Egitto, per arrivare in un posto di felicità. Quando Dante scrive la Commedia si inserisce in questa tradizione di viaggi, che è propria dell’occidente appunto, però cambia la meta, cioè non è più sulla terra la meta della Commedia, ma è, come sapete, nell’aldilà; c’è un cambio che non è da poco, si esce dalla storia e si trova la meta nell’aldilà; di fatto, se vogliamo, questa meta è quella che le altre terrene, come era Gerusalemme per gli Ebrei o Roma per Enea per esempio, sono mete sulla terra, dove fondare questo nuovo regno di pace e di felicità; ma in fondo quelle mete terrene cos’erano? Non erano altro che un simbolo, una figura della vera felicità che l’uomo cerca, che di certo non troverà e non trovò né a Roma né a Gerusalemme, perché i dolori e le pene del genere umano sono pur continuate. Quando Dante sceglie la meta oltre la storia con questo singolare, come dire, tratto di invenzione, lui sceglie quella che era la realtà, quella realtà che le mete terrene volevano raffigurare, diciamo così; paradossalmente ciò che non si vede, ciò che sembra quasi intoccabile, inafferrabile, questa meta dell’aldilà, è la vera realtà; quelle terrene, sono, in fondo, dei simboli; dunque, questo viaggio sceglie un’altra meta, come già appunto si osservava. A questo punto ogni cosa acquista il suo valore; tutta la storia è presente nella Commedia, è più storica di qualunque altro antico poema epico, nel quale ci sono sempre miti, la storia con le date non entra quasi mai; invece qua, la Commedia è piena di date, di luoghi geografici ben precisi, i fiumi, i monti, sono tutti nominati, ogni personaggio ricorda dov’è nato, c’è questa continua determinazione storica, la storia è presentissima in tutto il poema, in ogni momento, però la storia acquista un valore straordinario: ogni gesto minimo, visto dall’aldilà, diventa prezioso; perché questo gesto è quello che conta. Come abbiamo visto ora, è bastato un gesto del cuore di Manfredi per salvarlo, una lacrima basta a Buonconte; e così ricordiamo il bacio di Francesca, ognuno l’avrà presente; il volo di Ulisse quando passa le colonne d’Ercole; è un gesto solo, in fondo, che decide, quindi è prezioso ogni gesto del tempo, è qui il valore di tutta la storia, e diventa una cosa di grande rilievo, tutta la storia ha un suo valore, o un disvalore naturalmente, a seconda di come si svolge. Questo è un po’ l’impianto del poema, il viaggio nell’aldilà. Com’è questo aldilà, come si può inventarlo, come si può raccontarlo? Qui Dante mostra la sua grande capacità costruttiva ed inventiva, perché visioni ce n’erano, sono state pubblicate le visioni dell’altro mondo, raccontate, così, in forma di sogno o di visione, a cui molti hanno creduto. Però questo aldilà è sempre generico: se si vede l’Inferno, si vedono tante pene terribili, tremende, tante volte molto peggiori anche di quelle immaginate da Dante, con figure di personaggi praticamente tutti uguali: sono tutti ammucchiati e quasi bestiali e ridotti proprio alla loro, pura bestialità, e con pene orrende ma tutte uguali; non c’è nessuna distinzione; e così il Purgatorio: è visto sì e no, perché ancora era appena stata definita come dottrina quella del Purgatorio, non si sapeva bene dove fosse e come fosse; molti ci mettono dentro i diavoli: un piccolo inferno più leggero, come ha scritto Le Goff nel suo saggio sul Purgatorio, era immaginato in questo modo, più o meno; il Paradiso poi… non si aveva un’idea, cioè in quelle descrizioni che abbiamo –poche, perché la maggior parte raccontavano dell’Inferno e del Purgatorio ― il Paradiso era un Paradiso terrestre, diciamo così: un bel giardino, magnifici fiori, delizie di ogni genere, ma delizie in genere terrene, quelle che l’uomo, di fatto, conosce, perché non è che sperimenti le delizie spirituali del Paradiso; quindi era un mondo abbastanza informe. Ora Dante, invece ― questa era una delle sue prerogative ― ha inventato effettivamente tutto questo aldilà, l’organizzazione del mondo stesso, fisico, dell’aldilà: voi l’avrete vista ― anche quelli che iniziano, con l’Inferno ― questa invenzione, di questa voragine che si apre, questa specie di imbuto che è l’Inferno, fino al centro della terra; al centro è confitto Lucifero, dall’altra parte, proprio nello stesso asse, geograficamente parlando ―  perché Dante dà una latitudine a questi posti, se la inventa proprio la struttura geografica dell’aldilà ― dall’altra parte opposta a Lucifero c’è la montagna del Purgatorio. Inferno e Purgatorio sono sul globo terrestre, uno dentro e uno si innalza; ma è un’invenzione di Dante, il quale ha sistemato con precisione rispetto ad una latitudine, quella di Gerusalemme, sia l’uno che l’altro. Per esempio, voi sapete certamente, insomma, molti lo sanno, che nell’episodio di Ulisse, Ulisse con la sua nave arriva fino in vista del Purgatorio, della montagna che vede da lontano, una montagna bruna, così… il che vuole dire che questa è una realtà che poggia sul globo terrestre, una nave può avvistarla; gli ha dato questa disposizione geografica precisa; in più Dante ha immaginato il Paradiso, che non è una cosa da poco, naturalmente, e lo ha immaginato non in forma, appunto, come dire, terrestre, appoggiato su questo globo: il Paradiso è al di là dei cieli, è l’ultimo cielo, ed è un cielo spirituale, che, con uno sforzo supremo della fantasia, Dante ha creato non parlando più di luoghi terreni, ma soltanto di un mondo di luce: che è l’unico corpo, la luce, che lui usa per rappresentare, appunto, l’aldilà, dove ci si muove in un mondo spirituale; con uno sforzo, come potete immaginare, per un poeta, straordinario; si vedranno i modi come lui ha cercato di realizzarlo. Comunque con questa fantasia lui ha creato l’aldilà, che ancora molta gente, così, vede come Dante lo ha immaginato; gente italiana, naturalmente, che conosce la Commedia: quest’idea dei cerchi, dei gironi, delle cornici, ecc… Ma, a parte questo, questa invenzione dei luoghi, la cosa più importante è che lui ha inventato la situazione delle persone che vi stanno, la psicologia: che cosa pensa un dannato dell’Inferno? Quali sono i suoi sentimenti, che cosa possono essere? Quelli del Purgatorio… anche questo nessuno ha mai provato ad immaginarlo. Invece Dante fa proprio questo nel suo Inferno, lui cerca di immaginare, e crea di fatto tutte queste persone nella loro coscienza, nel loro sentimento, nel loro dolore, e questa è la cosa che effettivamente attrae, colpisce e per cui si legge l’Inferno, perché qui sono rimasti uomini in tutta la loro dignità, questa è l’invenzione di Dante notevolissima, a confronto di tutte le altre visioni: l’uomo non perde la sua immagine.

I dannati hanno coscienza etica di quello che hanno commesso, ed hanno anche un senso di dignità, la grandezza umana che avevano in vita gli è rimasta: Dante lascia ad ognuno la sua prerogativa umana di dignità, di grandezza morale anche, coraggiosa, civile come Farinata; però non è bastato; questo “non basta” è un’espressione che ritorna nella Divina Commedia: ”Ben far non basta”, non basta per salvarsi, cioè per arrivare alla felicità suprema a cui l’uomo è destinato, non basta, ci vuole qualcosa di diverso che è quel gesto del cuore, appunto, compiuto da Manfredi all’ultimo momento. Ma questi personaggi infernali hanno tutti, come sapete ― almeno qualcuno l’avete già incontrato ― come Francesca la sua gentilezza femminile, Farinata la grandezza e la fierezza dell’uomo politico che vuole salvare Firenze dalla distruzione; Dante lascia, come dire, ad ognuno questa dignità, questa prerogativa; la grande tragedia dell’Inferno è proprio questa: questi uomini di tale livello sono però condannati in questa chiusura, in questo “carcere cieco”, come lo chiamano. Qual è il segreto, appunto, di questo rifiuto e dell’altro che ha la salvezza?

Il segreto Dante lo spiega, a chi vuole capirlo ovviamente, nell’incontro con Cavalcante nell’Inferno. Insieme a Farinata c’è un grande; un po’ meno umanamente, ma comunque ben noto: Cavalcante è il padre del grande poeta amico di Dante, Guido, che forse già tutti conoscono, lo stilnovista Guido Cavalcanti, grande poeta. E quando vede Dante, il padre che invece è lì condannato, dice: ”Come mai con te non c’è anche mio figlio?”… “Se per questo cieco carcere vai per altezza di ingegno, mio figlio ov’è, e perché non è teco?”, questa domanda straziante, per cui: “se quell’altro ci viene per il suo grande valore intellettuale perché non c’è mio figlio, che non è secondo a te?”. Questa idea che Dante potesse aver avuto questo privilegio perché, appunto, aveva l’ingegno è sempre l’idea del valore umano; ma non è questa la ragione per cui Dante va nell’Inferno: non perché fosse tanto bravo, tanto intelligente ― Dante sapeva bene di non essere secondo a nessuno, tra l’altro, come ingegno, e lo dice, appunto, anche qui, e per questo si condanna da sé perché dice che dovrà stare parecchio nella cornice dei superbi, quando sarà in Purgatorio… ― Comunque, dice: “Non per questo vengo qui”, “Da me stesso non vegno”, “Non vengo per le mie qualità, ma vengo accompagnato e guidato” e indica Virgilio. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che, appunto, uno si salva perché rinuncia ad essere il padrone di sé stesso, e riconosce la propria insufficienza di fronte a Dio; questo riconoscimento è ciò che basta, il resto non basta. Questa risposta, diciamo così, nascosta in queste brevi battute del canto decimo, che poi si capisce anche in altri luoghi ― ma non posso adesso, qui, citarli tutti ― è quella che Dante dà. L’uomo perché non arriva a questa felicità? Perché vuole arrivare da solo, vuole fare lui, come Ulisse vuole affrontare lui l’oceano infinito con le sue sole forze, e non accetta nessuna sottomissione: questo è il punto che guida la Commedia, l’idea centrale di tutto il poema, per cui si salva chi accetta di non essere sufficiente a sé stesso (è la grande tentazione di Adamo, il peccato dell’Eden che tutti sanno); naturalmente qui siamo dentro alla concezione cristiana dell’uomo, questo è sicuro perché Dante ci si pone deliberatamente; tuttavia questo mondo dà una risposta, un senso alla vita umana, quella risposta che molti cercano affannosamente ma che è difficile da trovare.

Nell’Inferno, cosa che di solito non si riconosce, è presente, oltre a quello che abbiamo già detto, che ogni persona mantiene la propria dignità e così… è presente quello che si può chiamare l’amore di Dio, già è scritto sulla porta: ”Fecemi la divina potestate, la somma sapienza e il primo amore.”

Si stabilisce, vediamo noi, una possibilità di dialogo tra Dante e i dannati: anche questo stesso fatto, che si possa comunicare tra il vivo, ancora salvo, diciamo così, l’“anima viva”, come la chiama Caronte, e i dannati, vuole dire che non c’è un abisso totale tra di loro, tra questi e gli altri; qual è il ponte, l’unica possibilità di comunicazione? E’ portato da un sentimento, fondamentale nell’Inferno, che è quello della pietà. Questo a me preme molto perché, di fatto, regge tutta la possibilità dell’Inferno dantesco: è di fronte a questo sentimento di pietà che i dannati si risvegliano e parlano con lui; è il ponte che si può [concepire] come l’unico immaginabile, che appunto fa parte dell’amore divino: questa pietà che c’è per tutti, per cui si risveglia in ognuno l’uomo che c’è (vi ricordate, Ciacco tira su la testa per parlare con Dante e poi riprecipita, quasi ricadendo, nella sua abiezione). Ma dappertutto, in tutto l’Inferno, fino agli ultimi cerchi, c’è questa presenza di pietà che porta alle lacrime addirittura Dante (“Francesca, i tuoi martiri/a lagrimar mi fanno tristo e pio.”), che piange e si addolora per tutti, fino all’ultimo cerchio, alla ghiaccia dei traditori; e questo si può anche spiegare perché nei traditori della ghiaccia, tutti immobilizzati come forse già sapete nel ghiaccio, si perde la stessa persona dell’uomo, perché l’idea del tradimento, che Dante mette come il più grave, l’ultimo dei peccati ― tradire chi si fida ― vuol dire tradire l’amore, perdere in qualche modo la stessa dignità dell’uomo, questo tradire quello che si fida di te, e perdendo l’uomo, si perde anche la possibilità della pietà, proprio all’ultimo scalino infernale. Questa è una cosa che mi premeva dire perché appunto, quando Dante parte per l’Inferno, si preparava alla guerra del cammino e della pietade, la guerra che combatte per tutto l’Inferno è questo sentimento di pietà duro e doloroso per lui, come durezza del cammino, l’asprezza, diciamo, fisica; e per questo, per concludere con l’Inferno, volevo chiudere su questa parola, che è questo senso pietoso, che deriva naturalmente da Dio, che guida poi questo senso di amore in tutto il poema, dalla prima parola all’ultima.

 

Domande

Nel secondo canto viene presentato il personaggio di Beatrice; volevo chiedere, in che senso questo personaggio viene definito dai libri come un simbolo?

Dunque il senso in cui viene definito, va beh, viene definito appunto come il simbolo molti dicono della teologia o comunque in vario modo della rivelazione, ecc… questo è senz’altro una cosa accettabile perché è evidente che come Virgilio ha una sua parte specifica, che è la luce della ragione, la luce naturale dell’uomo, così Beatrice vede qualcosa in più, come Virgilio spesso rimanda a Beatrice durante il suo viaggio, “Queste cose te le dirà meglio Beatrice!”, lei vede le cose della fede, con la luce della grazia; però questo non toglie che lei sia una persona vera, viva e concreta, perché questo è il problema: non è solo un simbolo, nessun personaggio di Dante è solo un simbolo; lui usa quella categoria che Laorbak(?), il critico, ha già definito chiaramente, che si chiama figura, cioè, sono persone vere che contemporaneamente, però, rappresentano qualcosa. Virgilio è sempre Virgilio, ha la sua persona precisa, il poeta lo dice: ”Li parenti miei furon lombardi…”, e poi si vede da tante circostanze in cui si ricorda Virgilio come poeta latino, l’incontro con (?), però è anche quello che parla in nome della ragione dell’uomo, cioè dove arriva la ragione umana; lo dice ad un certo punto:”Dove ragion qui vede, dirti poss’io.”, per il resto Dante dovrà aspettare Beatrice che è opera di fede. Quindi lui è evidentemente i segno della ragione, fino all’ultimo, fino alla cima del Purgatorio dove lo lascia perché qui finisce la perfezione, diciamo, naturale dell’uomo nel Paradiso terrestre; c’è questa idea di figura che è un concetto ben noto, del resto, nella critica, negli studi della letteratura, per cui in Dante troviamo queste persone che sono sempre sé stesse, storicamente determinatissime, perché Beatrice non si può allontanare nel limbo dei simboli, quando lo incontra nel Purgatorio lei ricorda con precisione quando si sono conosciuti in terra, che poi lui l’ha abbandonata per la pargoletta, ecc, ecc… quindi c’è una storia precisa di Beatrice, però lei evidentemente è anche la luce della grazia; c’è in un libro del Singleton, questo magari per i professori, c’è, quel libro dove sono raccolti tutti i suoi saggi, c’è un capitolo interessante, “Le tre luci”, dove prende un testo senz’altro di Tommaso, dove dice che ci sono tre luci che illuminano l’uomo: la luce della natura, della ragione; la luce della grazia o fede; e finalmente la luce divina che porta addirittura alla conoscenza, all’incontro con Dio in Paradiso. Sono un po’ le tre guide di Dante, è un bel saggio che chiarisce molto questo aspetto.

 

 Io volevo chiederle da quale posizione Dante si permette di collocare nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso i vari personaggi della Commedia, che appaiono nella Commedia.

Non so come rispondere perché questo è un fatto. La posizione in cui si mette è quella del semplice Cristiano, di qualunque Cristiano, a un certo punto, che più che le persone giudica i fatti, perché le persone nessun uomo può giudicarle, come si sa; ma lui crea questo mondo, evidentemente tutto della sua fantasia, non si può mica esser sicuri che siano all’Inferno quelli che ci ha messo lui e così via… ma lui giudica, da un punto di vista Cristiano, i fatti, cioè quello che si può vedere, per il resto non può certo permettersi di giudicare l’intimo dell’uomo, come lui stesso fa capire attraverso tanti episodi dei quali due, appunto, ne ho ora citati; giudica i fatti in modo che questo è il valore, come potremmo dire, pedagogico del poema, che l’uomo vede che questi sono fatti condannabili, questi altri sono da salvare, seguendo l’elementare, diciamo così, insegnamento Cristiano. Questo è il suo atteggiamento, che ha questo valore di pedagogia, di istruzione, diciamo così; certo, non può mica pretendere che siano nell’Inferno quelli che lui ci mette, questo è evidentemente un racconto di fantasia; lui giudica il fatto, cosa che ancora noi possiamo fare, infatti si può sempre condannare il peccato ma non il peccatore, perché il cuore del peccatore lo vede solo Dio, come lui stesso ci insegna, come vi dicevo ora; quindi credo che questa sia la sua posizione.

 

C’è almeno un punto nell’Inferno in cui Dante non dimostra pietà, ed è l’incontro con gli ignavi, nei confronti dei quali dice parole molto dure:”Non ragioniam di lor…”. Qual è il valore morale di questa posizione di Dante?

Il valore morale, per un uomo come lui, naturalmente, ma in genere per la posizione Cristiana, è il fatto che l’uomo, creatura, appunto, creata con ragione e libertà, rinuncia a questa sua prerogativa in questo modo. Dotato, come abbiamo visto, e come, appunto, si insegna nel più comune insegnamento di catechesi Cristiana insomma, l’uomo essere dotato di ragione e, soprattutto, di libertà; chi non usa né l’uno né l’altro, in qualche modo rinuncia alla dignità umana; per questo, più che dare condanne, lui dice:”Non ne parliamo”, perché escono in qualche modo dall’orizzonte in cui è posta la persona dell’uomo. Credo sia questa la motivazione, come dire, sono messi fuori gioco.

 

Io volevo sapere quali sono state le difficoltà maggiori nello stendere una critica di un opera così importante e così criticata soprattutto.

Mah, difficoltà esteriori nessuna, perché io non mi sono preoccupata assolutamente di eventuali, come dire, critiche, di questo a me non interessa… le difficoltà sono inerenti al testo che è pieno di difficoltà di suo, come già si capisce da come è strutturato, dalla mente che l’ha scritto prima di tutto; quello che devo dire è che ho dovuto parecchio studiare, siccome dentro la Commedia c’è non solo, sì, appunto, la storia, che intanto bisogna sapere di che cosa si tratta, ma poi c’è la filosofia, la teologia, l’astronomia, ci sono tante cose e soprattutto, naturalmente, quello che più conta è l’idea, quindi il fondamento teologico, per cui bisogna studiare. Quello che di solito, ecco, gli italianisti non conoscono, di solito chi studia la Commedia è un italianista, è il retroterra di Dante, che non è italiano, ma è Latino. Tutto il retroterra, ogni poeta non nasce come un fungo, il retroterra di Dante non è soltanto la latinità classica, ma tutto il medioevo, che prima di lui è latino; e questo è ignorato da tutti noi studiosi di letteratura italiana; cominciamo con le lodi di San Francesco e poi vengono gli stilnovisti, e prima cosa c’è, il deserto? No, non c’è il deserto, c’è anche la poesia medioevale, non solo trattati di vario genere, ma ci sono gli autori, grandi poeti, e anche questo è un campo ignorato da sempre, ma è prezioso conoscerlo; per esempio, c’è Boezio, Dante lo cita con uno dei suoi primi libri di filosofia, con le grandi poesie che introduce nel suo testo, grande poesia quella di Boezio, latina naturalmente, a cui Dante certamente si ispira nel Paradiso, e così altri autori ce ne sono molti nel medioevo, ma anche questa è stata una delle difficoltà, in qualche modo, certo, non potevo sapere tutto il medioevo latino, però un’idea bisogna farsela; come i grandi autori Cristiani sempre presenti, come Sant’Agostino, almeno qualche libro, questo lo consiglio a tutti:”Le confessioni” di Sant’Agostino, uno dei testi base anche questo per Dante. Quindi questo è uno dei punti di carattere pratico, poi di carattere critico ce ne sono tanti, ma quelli è inutile elencarli, insomma, quando uno cerca di impostare un discorso critico lo fa a seconda delle proprie inclinazioni e lì non c’è niente da spiegare.

 

Lei, nel suo discorso, ha evidenziato in particolare come prerogativa delle anime che Dante incontra, nonostante la loro dannazione, la dignità umana che mantengono. Dunque volevo sapere come mai, in più punti dell’Inferno, essi sono assimilati a figure animalesche, per esempio nel terzo canto, quando scendono dalla barca di Caronte, vengono definiti: ”Augel per suo richiamo”; oppure, nel quarto, abbiamo un cesare che benché sia esaltato, è dipinto con occhi grifagni. Quindi volevo sapere il perché di questi paragoni con figure di animali, grazie.

Non sono la cosa migliore che poteva scegliere, perché, in fondo, questi sono usati come paragoni per esempio, quella degli uccelli, così, è una cosa gentile in fondo, ma gli occhi grifagni, va bene, sono occhi da preda; questi sono paragoni che non sono ancora così devastanti, così, diciamo, umilianti, no per dire, mantengono la loro dignità certamente, questi paragoni con gli animali sono, naturalmente, dovuti a certi singoli atteggiamenti, per rappresentare quest’uomo di guerra, questo movimento delle anime, qui non vedo particolare offesa verso la persona o la sua dignità, mi pare di capire, in quei paragoni non c’è offesa, c’è certo qualcosa c’è non nei primi cerchi, quando si arriva alle bolge sì, lì vedrei di più, diciamo, questo avvilimento dell’uomo: i barattieri nella pece, o quegli altri, come i ladri che si trasformano in serpi; lì c’è l’avvilimento corporeo della figura dell’uomo, che non accade nei primi degli incontinenti o dei violenti, comincia dopo, con la frode, questo avvilimento del corpo umano, che però non tocca la loro, in qualche modo, umanità perché ancora per tutte le bolgie si vede il loro senso dignitoso che mantengono ancora, sempre più debole, come dicevo prima; però l’avvilimento corporeo sì, e lì vedrei, non nei paragoni che la ragazza citava prima, lì vedrei, in questi barattieri immersi nella pece che vengono su come le lonze con il pescatore, come pure nei serpenti-ladri, ecc… qui, lentamente, Dante indica come l’uomo si avvilisce nel peccato, questo semmai direi.

 

Vorrei sapere come intendere la pietà di Dante, non so, appunto, se intenderla come commozione verso i personaggi che incontra, appunto, nei gironi infernali, oppure come turbamento causato dalla giustizia divina che, come dire, è implacabile, verso peccati e sentimenti che sono comunque comuni alla natura umana, se è solo commozione oppure è proprio turbamento verso la natura implacabile, appunto, di Dio, non so…

Il turbamento è il famoso discorso che fa il Sapegno, che traduce pietà con perplessità, cosa sbagliatissima perché Dante lo ripete quattro volte nello stesso contesto la parola pietà: ”Poic’ hai pietà del nostro mal perverso”, qui è chiarissimo di che cosa si tratta; no, pietà è compassione, ma che cosa è questa compassione? Da che nasce? Appunto da quello che dicevo in principio, perché l’uomo, pur così grande, nobile e dignitoso come Dio lo ha creato, si è privato di questa sua dignità, questo è il dolore che prende Dante, perché vede, ed è lì che c’è il grande contrasto che crea poi la bellezza anche di tante pagine infernali, fra questa grandezza dell’uomo, come poteva essere Brunetto Latini, la cara e buona immagine paterna, la grandezza che lui aveva avuto per natura e che gli è rimasta in fondo ancora, è stata, in qualche modo, ridotta, così, perduta, perché lui si è privato volontariamente, per propria scelta, del proprio compimento di grandezza che gli era destinato; questo è il dolore di Dante, e la pietà; non è un semplice moto di compassione, così:“Poverino!” perché soffre tanto, se no, non sarebbe neanche giusto; è una compassione per questa sorte destinata all’uomo, che aveva invece per destino datogli da Dio la gloria suprema del Paradiso, ecco, questo, secondo me, è l’interpretazione giusta.

 

Abbiamo visto che Dante intraprende un viaggio nell’aldilà, però anche Ulisse nel capitolo undicesimo dell’Odissea è andato nell’Ade, e Enea, nel sesto, agli inferi; abbiamo visto tre viaggi, diversi, tre uomini diversi e tre luoghi configurati molto diversamente, dunque possiamo trovare, al contrario, delle analogie tra questi tre personaggi?

No, analogie tra i personaggi non ci sono perché la situazione è troppo diversa, il luogo dell’aldilà certamente Dante ce l’ha ben presente, soprattutto Virgilio e la descrizione che fa Virgilio del suo Ade, ma la diversità è totale, appunto di lì si rivela la qualità dell’oltretomba invece Cristiano pensato da Dante, perché l’Ade degli antichi era un qualche cosa di pallido, sono ombre evanescenti che hanno una vita minore, e non c’è nessuna carica né di tragedia né di gloria.  E’ un limbo, quasi, qualche cosa di pallido come lo sono tutte le loro ombre e dolenti quelli incontri che Virgilio fa nell’aldilà suo, nell’Ade; hanno questo senso, per cui un’ombra è effettivamente, un’ombra, qualche cosa che non è più la pienezza della vita; quindi c’è una differenza profonda per cui i due mondi dell’aldilà non hanno a che fare l’uno con l’altro; c’è l’idea, sì, di questa sopravvivenza che era propria di tutta la filosofia greca, del resto; vi ricordate Platone: l’immortalità dell’anima, è in genere degli antichi questa idea della sopravvivenza dopo la morte, però era una sopravvivenza che non aveva sbocco, diciamo così; qua la stessa differenza tra i tre regni, soprattutto tra il primo e gli altri, tra disperazione e gloria, è tutto un altro discorso, perché c’è un destino. Cosa che là non c’era; ora si potrebbe entrare nel discorso del dramma che c’è negli antichi greci e romani, come Virgilio, del problema della morte che riempie dolorosamente l’Eneide, tutti i giovani dell’Eneide muoiono, tutti sono destinati a morire, che poi il giovane significa, appunto, questa morte che non è meritata, la morte di Pallante, non se ne salva uno, Eurialo… immeritata è ogni morte umana, in fondo, perché l’uomo è destinato alla vita eterna; ma Virgilio a questi morti non può rispondere, è un dolore che percorre tutta l’Eneide, nonostante la gloria del nuovo regno, dell’imperatore, ecc, ecc… come non possono rispondere i tragici greci, alle loro domande sulla morte; come Omero, l’ho scritto, mi pare, nell’introduzione dell’Inferno, quel dolorosissimo episodio di Achille e di Priamo sotto la tenda, quando Priamo piange ed Achille piange; Priamo piange la morte del figlio e Achille piange perché pensa a suo padre che piangerà anche lui perché sa che è destinato a morire. C’è questo dolore profondo nell’antica poesia greca, che non ha risposta.

 

Vorrei chiederLe di approfondire il tema delle due dimensioni che in Dante sono così unite, diciamo, di realismo e simbolismo, magari anche dando a noi insegnanti, dei consigli su come fare capire bene questo rapporto che è così complesso.

Non so se sono all’altezza di dare dei consigli a voi insegnanti, questo non credo sia il mio compito, ma io direi che non bisogna esagerare con questa dicotomia tra il simbolismo e il realismo; il discorso di Dante è, sostanzialmente, reale; lui tende alla realtà, e di fatto, tutto il mondo lo legge per questo, perché lui presenta l’uomo così com’è, l’assoluta conoscenza di ogni movimento, di ogni gesto, ogni sospiro; il lattante che si volge verso la madre perché si è svegliato in ritardo; il sospiro dell’epilettico che si riprende; i sorrisi, come dire, di dolcezza di compiacenza, quasi materni… insomma, i mille gesti dell’uomo Dante li coglie, li rappresenta al vivo come pochi poeti; quello che Dante ci dà è soprattutto realtà, “simbolico”, non so nemmeno se è detto giusto “simbolico”, semmai il “valore allegorico” di alcune cose che, eventualmente, possono rappresentarne altre, o , come si diceva prima, le forme figurali di Beatrice, di Virgilio, o di altri… c’è un rimandare che però è proprio del reale, cioè, questo è un po’ difficile da dire, nella realtà del mondo, che noi conosciamo, che tocchiamo, che vediamo,c’è sempre dietro un’altra cosa, questa non è irreale però, soltanto non è tangibile, non è visibile con gli occhi del corpo, diciamo così, ma c’è una realtà, come potremmo dire, che sovrasta quella toccabile, tante volte più vera della stessa realtà che noi tocchiamo; ma c’è nel mondo presente questa realtà dello spirito, quindi ci sono sempre questi due piani. Parlare di allegoria, tranne in alcuni casi in cui ci sono scene, come la processione del Purgatorio, inserite con valore allegorico; ma l’impianto del poema non è tale: è una realtà che porta con sé la seconda realtà che è quella del mondo dello spirito. E’ difficile il discorso, ma così mi sembra sia per Dante.

 

A me piacerebbe sapere come mai, a parte alcuni casi che sono, per esempio, Guido da Montefeltro oppure Bocca degli Abati, insomma, i traditori,  che non desiderano essere ricordati, cioè come essere scoperti nell’aldiquà finiti all’Inferno, come mai gli altri dannati non hanno pudore per questo, vergogna per questo; in qualche modo questo si connette al discorso di prima, della dignità dell’uomo che in fondo non è ancora persa?

Mah, è un problema, questo, che Dante non affronta direi, questo che loro si sentano, a parte il caso di Bocca, ma qui siamo in un ambiente partigiano, civile, di lotta fra partiti, fra fazioni, dove, appunto, uno si vergogna se l’altra fazione sa quello; si rientra in quello spirito, diciamo così, non è una cosa generale di vergognarsi per questa punizione, quello di Bocca è un atteggiamento tipicamente partigiano, come sarebbe oggi, uno di fronte all’altra fazione non vuole apparire così; per il resto, a loro forse non importa, nel senso che la loro condizione è tale che, diciamo così, basta ed è sufficiente; non c’è più il problema del mondo, per cui raramente emerge, molto raramente(come nel caso di Bocca e di altri), di solito sono concentrati su se stessi e sulla propria realtà, perché l’Inferno, in qualche modo, taglia fuori dal mondo dei vivi, dal mondo della terra; mentre il Purgatorio, come vedremo domani, è un continuo rapporto perché, praticamente, è nello stesso tempo, sotto lo stesso sole, e con la stessa, in fondo, speranza, qua c’è un taglio, volere o no, un abisso, per cui loro non possono più partecipare degli stessi sentimenti; questo accade ancora a chi si lega ancora a queste faziosità del tutto piccole, umane, ma è un incidente,diciamo così, un caso, non è la regola; la regola è che loro sono tagliati da questo mondo. Così direi, non so se è giusto.

 

Volevo chiedere, proprio a questo seguito, è giusta allora l’impressione che si ha, leggendo l’Inferno, di un egocentrismo esasperato dei dannati, e di un’impossibilità di relazione?

Sì, un po’ è giusto questo, cioè, sono come chiusi loro ormai in se stessi, è questo che forse lei voleva dire, mi pare, no? Questa è un’impressione, infatti, che si ha normalmente; vedono la loro condizione cieca, che non vede, come dice Farinata:”Noi non vediamo ormai, siamo chiusi”; per esempio, Cavalcante non sa nemmeno se suo figlio è vivo o morto; sono come tagliati fuori dal mondo dei vivi. Questo mi pare che sia un’osservazione giusta, un “cieco carcere” lo chiamano, domani usciremo da questo carcere.

 

Trascrizione a cura di Giulia Gallo, 1° D

Revisione del testo ed editing a cura del prof. Fulvio Fabbroni