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Incontri
sulla Commedia di Dante con
la prof.ssa Anna Maria Chiavacci Leonardi (Università di Pisa)
Purgatorio - 26 novembre 2002
[E’
importante] far capire, far conoscere la diffusione che ha questo testo nel
mondo di oggi. Un libro antico, lontano che in genere si pensa che, essendo così
lontano nel tempo, sia lontano anche nel pensiero, nelle idee, nei sentimenti:
la tradizione è lontana, il medioevo è anche un altro ambiente storico,
culturale, ci si domanda se veramente ne valga la pena, dove stia la vicinanza,
l’importanza di questo antico testo. Una risposta in parte viene dalla sua
diffusione nel mondo: è tra i più diffusi, se non il più diffuso dopo la
Bibbia, in tutto il mondo conosciuto e culturale. Ogni popolo che abbia una cultura, un’università, ha una
traduzione della Commedia. Oggi si sono tradotte anche in coreano, in
vietnamita, in pakistano, turco, qualunque lingua dove c’è una cultura. La
cosa veramente sorprende specialmente per quei Paesi che hanno una tradizione
molto diversa dalla nostra, per cui ci si domanda cosa trovano in questo testo,
che cos’è che li attrae, perché hanno tanto interesse, che non è solo come
si può avere per i grandi poeti antichi, lontani da noi, come tutti i grandi
poeti, Omero, Virgilio ed altri; ma c’è un interesse vivo, diretto, che
discute con Dante come fosse ancora un contemporaneo. Vedendo questo fenomeno
che anch’io ho conosciuto in diverse persone, incontrando alcuni giovani
dell’oriente, tra i quali un giapponese, con il quale ho avuto modo di
discutere, un giovane appassionatissimo di Dante, ho visto di persona dove stava
il punto: è l’interesse per questo mondo che Dante presenta, governato da
un’idea dell’uomo e dell’universo coerente, completa, che veramente
risponde in qualche modo alla domanda di senso che è propria dell’uomo,
dell’uomo di sempre si può dire, ma oggi in modo speciale. Mi sono resa conto
che nel nostro tempo, dopo questo secolo ventesimo così tragico, la domanda che
l’uomo ha sempre posto a sé stesso, del proprio destino e del senso
dell’universo e della propria vita, si fa più acuta, perché sono cadute
molte speranze, le ideologie sono tramontate; la speranza di creare qui ―
in forma utopica, naturalmente ― questo regno di pace, imposto dalle forme
politiche (cosa che c’era già in antico: il regno di Augusto cantato da
Virgilio, in fondo, cos’era?), una speranza, finalmente, di un grande mondo di
pace, si è continuato ad avere questa speranza fino al secolo scorso, come
tutti sappiamo. Ma il crollo sia delle ideologie, sia delle stesse strutture
politiche che venivano sostenute da questi pensieri, ha posto, forse più
fortemente, questa domanda, che si sente salire da tutte le parti del mondo,
specialmente nella gioventù, sul senso dell’universo e dell’uomo. Ora, la
Commedia di Dante porta con sé una risposta: l’idea del mondo, appunto, e
dell’uomo che si è costruita nell’Occidente, raccogliendo le tradizioni
― sia quella greco-romana, che quella biblica, ebraico-cristiana ―
che hanno costituito un luogo di pace e di felicità, dove l’uomo, dopo
l’avventura dolorosa della vita, trova finalmente pace: come Enea che,
appunto, fugge da Troia seguendo le voci degli dèi che gli indicano un luogo,
il Lazio, dove fondare un regno di pace, che poi deve essere l’impero di
Augusto, come canta Virgilio. Gli stessi Ebrei viaggiano anche loro: escono
dall’Egitto per andare nel posto indicato da Dio che era poi la loro patria,
Gerusalemme. Comunque le mete, sia Roma che Gerusalemme, sono mete che stanno
sulla nostra terra, che sono dentro la storia. Il poema di Dante, invece, compie
un salto di qualità, pone la meta del suo viaggio nell’aldilà, in questo
mondo ignoto, ma ove l’uomo trova il compimento del suo destino. È un cammino
che lui stesso compie in prima persona, perciò la prima terzina della Commedia
porta il verbo nelle due forme : “Nel
mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva
oscura”. Il
verbo “mi ritrovai” in prima
persona, ma di “nostra vita”, cioè
della vita nostra di tutti gli uomini perché lui porta con sé nel suo viaggio,
in fondo, tutta l’umanità, pur naturalmente essendo lui storicamente
sicuramente il Dante fiorentino, con tutti i suoi problemi, cacciato in esilio
dalla propria patria, con i suoi affetti e dispetti, intendiamoci:
tutto il suo aspetto storico è mantenuto; però, come in tutto il poema,
c’è dentro o oltre questa determinazione storica qualche cosa di diverso che
l’oltrepassa, che lo porta, appunto, come tutti gli altri uomini a seguire
questo destino. Il
cammino che Dante fa vedere è un cammino di ritorno alla patria, proprio come
facevano gli Ebrei a Gerusalemme: verso la vera patria, che non è, appunto, né
Roma, né Gerusalemme, nessuno degli imperi che tutti sono stati poi travolti
dalla storia, neppure l’ultimo dei regni, quello appunto che abbiamo visto
crollare, l’impero comunista nel secolo scorso, e così altri che verranno, si
può pensare. Un luogo che ha una dimensione diversa da quella storica, ma
quella che l’uomo, di fatto, interiormente sa che è la sua, cioè un’altra
dimensione da quella storica; l’uomo l’ha sempre sospirata e creduta, in
fondo: tutti gli antichi pensavano ad un aldilà; in qualche modo tutte le
tradizioni antiche, le antiche civiltà hanno pensato a questo: confuso, non
determinato in forma logica, razionale, sicura, ma c’è sempre stato questo.
Ora questo mondo invece nella Divina Commedia diventa una realtà potente e
rappresenta tre tappe, come voi sapete, dei tre regni –Inferno, Purgatorio,
Paradiso–; questo aldilà che poi è, naturalmente rappresenta le condizioni
dell’uomo come di qua, perché noi conosciamo solo la vita della storia, non
possiamo mica immaginarne un’altra; ma è questa vita che viene raffigurata
dall’altra sponda, come dicevo anche ieri, cioè vista dall’alta riva
acquista un significato e un valore; tutte le cose si possono solo misurare dal
di fuori, o pesare, o controllare, o capire, o comprendere: finché ci si è
dentro non si intendono. Ecco, da questo aldilà Dante misura ogni persona, ogni
personaggio del suo poema vede la propria vita e ne capisce il valore o il
disvalore, come nel caso degli abitanti dell’Inferno. E cosa rappresentano
queste tre condizioni umane? Sono viste nel loro rapporto con Dio, naturalmente
secondo il concetto cristiano, dove Dante si inserisce deliberatamente.
L’Inferno rappresenta il rifiuto dell’uomo di Dio, l’uomo che crede di
essere sufficiente a se stesso. Nel
Purgatorio, di cui oggi parleremo con un po’ più di calma, l’uomo, invece,
si arrende, potremmo usare questo termine che Dante usa, dice “mi rendei”, come dice Manfredi nel Purgatorio. L’uomo si
arrende a Dio, cioè riconosce la sua insufficienza, di non essere sufficiente a
se stesso e si affida a Dio. Questo cambia il suo aspetto: come ora vedremo, il
suo stesso atteggiamento, la figura dell’uomo è molto diversa dall’Inferno
al Purgatorio, perché naturalmente l’atteggiamento morale, spirituale
dell’uomo lo cambia, lo trasforma, lo trasfigura; come tutti noi poi sappiamo,
incontrando una persona, ecco, il modo di comportarsi cambia se quello cambia
inclinazione o dentro di sé: se cambia lo spirito cambia tutto l’uomo. E il
terzo regno, che naturalmente è il più difficile perché non è di questa
terra, come Dante giustamente rappresenta, perché Inferno e Purgatorio sono
messi sulla Terra, sul globo terrestre, l’Inferno sta dentro, il Purgatorio
appoggiato, invece, di fuori, sorge sull’oceano, però sono tutti e due
appoggiati ben saldamente al nostro globo. Questi due atteggiamenti sono dunque
più noti a noi, fanno parte della nostra esperienza diretta. L’uomo del
Paradiso è qualcosa di differente, ma è la condizione dell’uomo che
oltrepassando la situazione che dicevamo prima, dell’uomo del Purgatorio,
arriva a questo compimento di ogni suo desiderio che è l’unione con Dio. Non
è che questo non sia sperimentabile già sulla terra, altrimenti non se ne
potrebbe neppure parlare: quest’esperienza è dell’uomo, tante persone hanno
lasciato questa testimonianza, anche nel nostro tempo, voi stessi probabilmente
ne avete qualche esperienza; le persone non saranno tante, ma sono molte più di
quello che si possa sapere, perché ciò avviene nel nascondimento, che hanno
questo rapporto di amore diretto con Dio: un barlume perlomeno di quella vita
c’è già qui, altrimenti nessuno ne potrebbe nemmeno parlare, e del Paradiso
come si può parlare? Senza avere un’esperienza, una qualche esperienza del
divino non se ne potrà parlare. Questo atteggiamento dell’uomo viene espresso
dalle figure che noi incontriamo, questi tre diversi modi della vita umana, che
noi incontriamo nei tre regni; che Dante ha immaginato con grande fantasia,
perché nessuno aveva fatto questo sforzo, cioè li aveva saputi descrivere,
nessuno sapeva bene come fosse, dove fosse né l’Inferno né il Purgatorio;
tutti concordavano su un Inferno sottoterra, questo era comunemente accettato,
ma di più non si sapeva. Dante crea, possiamo dire crea perché l’ha
inventato tutto lui, la situazione esatta, anche geograficamente, di questi due
regni che appartengono ancora al nostro mondo: l’Inferno si apre come una
voragine sotto Gerusalemme e il Purgatorio, invece, si innalza come montagna al
centro dell’oceano, esattamente agli antipodi, dell’Inferno; quindi su uno
stesso asse [Dante] pone Purgatorio, Gerusalemme e Inferno che vi si apre, uno
da un emisfero, uno da un altro. Secondo l’antica concezione dell’astronomia
la parte alta del mondo era quella dove si stendeva l’oceano, la parte bassa
del mondo era quella delle terre emerse, al contrario di cosa si potrebbe
pensare; ma l’astronomia diceva questo, desumendo dal moto degli astri, dava
al mondo una destra, una sinistra, un alto, un basso e il basso era quello delle
terre abitate. Come si spiega questo? Si spiega secondo la mitologia, la storia
biblica, col Paradiso terrestre, cioè l’Eden, messo appunto nella parte alta
del mondo, in mezzo all’Oceano: e Dante quando esce dall’Inferno attraversa
quel foro centrale dove è trafitto Lucifero, dove Virgilio e lui si devono
faticosamente capovolgere; nessuno ha fatto l’esperienza di attraversare il
centro della terra naturalmente, però noi oggi sappiamo benissimo che se uno
oggi per caso lo potesse fare dovrebbe mettere la testa dove ha i piedi, cosa
che Dante accuratamente descrive, come sempre fa con questa assoluta precisione,
di attenzione al reale, e dice che con gran fatica mise la testa dove eran prima
le gambe e, arrovesciato, l’uomo sale nell’altro mondo. Ma questo
rovesciamento fisico è appunto un segno del rovesciamento morale dell’uomo,
che dalla condizione del basso del mondo, cioè la condizione dell’esilio dove
eran cacciati Adamo ed Eva dopo la colpa del Paradiso Terrestre, ritorna nel
regno del Paradiso Terrestre, cioè nella zona dove Dio l’aveva creato. Dante
mette questo Purgatorio ad una latitudine precisa, sono i 42 gradi che è la
latitudine di Gerusalemme, perché perfettamente agli antipodi, ed è immaginato
un luogo felice in qualche modo, sereno; mentre il Purgatorio veniva descritto
allora da questi che raccontavano un po’ le visioni dell’Aldilà ― ce
ne sono tante scritte così ―… li descrivevano un po’ vagamente questi
mondi, era sempre un po’ cupo il Purgatorio, era quasi un piccolo Inferno,
anche lì c’erano le pene, c’erano anche dei diavoli che infliggevano le
pene; molti sottoterra lo mettevano: lo stesso San Tommaso, il grande Tommaso
d’Aquino pensava che fosse probabilmente sottoterra… queste idee un po’
vaghe di un regno che non si sapeva dove fosse. Dante non ha problemi, lui è
ben deciso: lo mette su questa montagna meravigliosa che sorge sull’oceano
tutta indorata dal sole; questa è un’invenzione sua che naturalmente dà il
tono a tutta la cantica, tutto il regno pieno di luce e quindi di speranza. E’
questo mondo dove scorre il tempo, l’unico dei tre ove scorre il tempo, perché
come sappiamo Inferno e Paradiso sono definitivi, non c’è tempo che passa: il
tempo passa sulla Terra e anche nel Purgatorio, che lo fa quindi quasi uguale
alla Terra, è di fatto la stessa condizione di quella degli uomini che vivono
sulla Terra; qui c’è il sole che nasce e tramonta, sono descritte spesso le
ore del giorno, anzi molto spesso nel Purgatorio si vede questa vicenda del
tempo che passa e il sole che illumina, molto spesso è il tramonto (l’ora più
citata, abbiamo fatto anche il conto, sulla ventina circa di indicazioni
dell’ora, mentre camminano Virgilio dice ora è sera ora…), la grande
maggioranza è dedicata all’ora del tramonto. L’ora del tramonto che è
l’ora della nostalgia, dei ricordi, delle speranze, quella che forse tutti
ricordano nell’attacco del canto ottavo, notissimo attacco, “Era già l'ora che volge il disio
e ai navicanti 'ntenerisce il core
lo
dì c'han detto ai dolci amici addio”. Ecco
quella è l’ora del vespero che commuove quelli che navigano, quelli che sono
in esilio, i pellegrini, infatti dice “lo novo peregrin” cioè chi è
appena partito da casa, è l’ora dell’esule, che ritorna per più volte nel
Purgatorio. Questa montagna illuminata dal sole è piena di canti, di preghiere
dolcemente cantate da queste anime, è abitata anche da angeli, perché qui
demoni non se ne vede nemmeno l’ombra, ci sono gli angeli invece che cantano
ad ogni cornice una beatitudine, di quelle evangeliche proclamate nel Vangelo da
Cristo, quindi l’atmosfera è di serenità, speranza e dolcezza. Questa è
un’invenzione del tutto dantesca, ha creato questo mondo di speranza, soffrono
ma sperano; infatti quando, che sia Dante o Virgilio, si rivolgono a loro,
sempre ricordano che c’è questa speranza di arrivare al Paradiso, quando dice
“O
eletti di Dio, li cui soffriri e
giustizia e speranza fa men duri, drizzate
noi verso li alti saliri”. Questi
sono meno duri perché hanno la certezza di salvarsi, di arrivare in Paradiso;
quindi in tutto il Purgatorio c’è sì la sofferenza, però c’è la speranza
che lo sostiene. L’atmosfera generale è la dolcezza, perché forse è il
termine che più si addice a questa atmosfera; del resto il primo aggettivo, la
prima parola che descrive il Purgatorio ― dopo quella che è la solita
introduzione ad ogni poema che c’è sempre all’inizio di ogni cantica
― ecco che comincia il racconto esattamente con il cielo
dell’alba, “dolce color d’oriental zaffiro”: questo è il primo
verso che racconta il Purgatorio, questo colore dolcissimo del cielo della prima
alba apre la cantica, e sul finire quando siamo poi nel Paradiso terrestre dove
Dante arriverà, sulla fine di tutta la cantica, sarà accolto da una dolce
aria, “Un'aura
dolce, sanza mutamento avere
in sé, mi feria per la fronte non
di più colpo che soave vento”. L’aura
dolce, il soave vento, come vedete, in chiasmo sono una stessa cosa, quindi
tutta la cantica è pervasa da questo; le musiche che si sentono sono tutte
dolci, come ad esempio Casella incontrato sulla spiaggia che canta dolcemente
tanto che tutti restano incantati e si fermano a sentire questo canto. È questa
quella che Dante ha voluto imprimere come atmosfera generale di questo secondo
mondo, dove si piange, si soffre, ma con dolcezza del cuore. Qui,
dunque, l’uomo appare cambiato dall’aspetto fisico, gli uomini di questo
mondo, rispetto all’Inferno, hanno una figura completamente diversa. L’uomo
dell’Inferno si è fatto signore di se stesso e ha quello che voluto, ha se
stesso, a lui rimane la grandezza che poteva avere in vita, ma è chiuso in
questo “carcere cieco”, come dice appunto Cavalcanti nell’Inferno. Sono
grandi, ribelli, si ergono, come fa Farinata (“dalla
cintola in su tutto il vedrai”): questo è l’uomo dell’Inferno,
che in qualche modo si oppone a Dio. Come Vanni Fucci, che addirittura fa il
verso blasfemo verso Dio, Capaneo, il grande superbo che si trova tra i
bestemmiatori nella “sabbia infuocata”, ma tanti ce ne sono
nell’Inferno che hanno questo atteggiamento, l’uomo si erge con prepotenza
fisica e morale, in quanto vuole affermare se stesso contro Dio. È opposto
l’uomo del Purgatorio, che appare invece mite, dolce, arrendevole, è l’uomo
che somiglia al giunco che Dante è invitato a cogliere sulla riva, sulla
spiaggia del Purgatorio, il giunco che si piega, perché non resiste con
superbia alla tempesta. Uno dei commentatori di Dante, forse il più acuto del
Trecento – perché i commenti sono nati immediatamente, morto Dante, due anni
dopo già scrivevano i commenti –, Benvenuto da Imola, più acuto anche dal
punto di vista di saper cogliere la poesia, commentando questo giunco dice
“non era come la quercia che resiste ad ogni intemperie, del resto il nostro
poeta era una quercia”; e infatti ha resistito a tutto, ai dolori
dell’esilio, ai vari tormenti che la vita gli ha dato: “lui lo era, ma ha
voluto farsi pieghevole come un giunco”, che è un’importante
osservazione di quest’autore. Dante, infatti, non era da meno dei grandi
personaggi infernali, come intelligenza e altre doti umane, ma ha preferito, ha
scelto l’altra strada. Questo è l’uomo del Purgatorio, che del resto è
raffigurato anche nelle similitudini che Dante adopera per figurarlo:
solitamente si ricorda la prima similitudine, quando appare la schiera degli
scomunicati, quella dove sta Manfredi, “Come
le pecorelle escon dal chiuso ad
una a due a tre e l'altre stanno, timidette,
atterrando l'occhio e 'l muso”. Timidette,
quindi, queste pecore sono l’immagine dell’atteggiamento dell’uomo; magari
l’idea delle pecorelle, contrapposte all’uomo che vuole affermare se stesso,
essere bello, forte, potente, può non piacere a voi ragazzi, ed effettivamente
non piace spesso, ma non sempre quello che piace di più è quello che poi porta
più in alto. Queste similitudini si ripetono con i colombi, altra immagine di
animale mansueto, le capre mansuete che stanno all’ombra ruminando; a volte
tornano queste similitudini che servono a definire l’atteggiamento dell’uomo
del Purgatorio. Questi
sono i caratteri generali, e il movimento di questa cantica è il movimento
dell’esule che torna. “Noi
andavam per lo solingo piano com'om
che torna a la perduta strada, che
'nfino ad essa li pare ire in vano”. Questo
camminare, solitario di solito, di Dante e Virgilio è il cammino di ritorno a
casa, è il ritorno del pellegrino. Nel secondo canto, quando arrivano con
l’angelo e sbarcano sulla spiaggia, le anime domandano a Dante e Virgilio la
strada, ma loro ne sapevano meno di loro e, infatti, Virgilio risponde “Voi
credete forse
che siamo esperti d'esto loco; ma
noi siam peregrin come voi siete”. Quest’ultimo
verso è importante perché fa vedere la vicinanza della situazione di Dante a
quella delle anime del Purgatorio. Lui si affianca a loro, cammina in un certo
modo con loro e c’è quest’aura d’esilio, l’esilio di questa gente che
però sta tornando alla patria, un ritorno in patria, la vera patria dell’uomo
appunto. Quando nel tredicesimo canto si troverà tra gli invidiosi una donna
senese, Sapia, Dante domanda, come fa sempre, se c’è qualcuno che sia
italiano, che sia latino ― perché latino si diceva allora per italiano
― cercando qualche compatriota della sua terra, e lei risponde: «O
frate mio, ciascuna è cittadina d'una
vera città; ma tu vuo' dire che
vivesse in Italia peregrina». Cioè,
non c’è nessuno, veramente, la cui patria sia l’Italia, la patria di ogni
uomo è un’altra, ciascuno è cittadino di una sola vera città che è il
cielo. Tu vuoi dire, dicendo appunto italiano o latino, che vivesse
nell’Italia pellegrina. È curiosa questa precisazione un po’ saccente, di
questo carattere di questa Sapia che Dante crea (perché Dante, in genere, con
poche parole crea i caratteri), però è precisa: tu vuoi dire, dicendo latino,
che vivesse nell’Italia pellegrina. Cioè l’uomo vive sulla terra come
pellegrino nel cielo. Questo è del resto San Paolo, che lo dice in maniera
molto precisa in una delle sue epistole: “voi siete pellegrini e ospiti sulla
terra”. Quest’idea dell’esilio è importantissima, perché Dante stesso
sulla terra era un esule. Va sempre tenuta presente questa condizione umana di
Dante esule da Firenze, che è in fondo la sua condizione di tutta la vita, di
tutto il tempo in cui scrisse il poema fino all’ultimo verso, che è morto
poco dopo averlo scritto. Questa condizione pesava in lui più di quanto di
solito si pensi. Una sofferenza grave per tutta la sua vita che trapela qualche
volta nel poema, ma pochissimi versi qua e là. Questo esilio Dante l’ha avuto
nella storia, nella sua carne, la sorte dell’esilio. Quella che spiritualmente
è appunto data all’uomo come condizione, l’esilio dalla parte del cielo. E
questo contrappunto tra i due esilii, quello storico e quello spirituale o
celeste, accompagna tutta la cantica. Più volte viene visto e sottolineato ed
è anche uno dei lati belli, che dà dei momenti di grande poesia, questo fatto
del Dante esule della storia e degli altri che sono esuli dal cielo. Questo
attacco dell’ottavo canto, per esempio, è caratteristico. Nell’ottavo canto
c’è la nostalgia dell’esule terreno, dove Dante rivede se stesso,
naturalmente, quella dolorosa nostalgia dell’esule. Però accanto c’è
l’altro esilio e quando arriveremo al Paradiso, vedremo compiersi le due
storie. A Firenze Dante non tornerà mai e questo appare chiaramente nel canto
del Paradiso, quando gli verrà detto chiaramente il suo destino, ma in compenso
entrerà nell’altra patria, nella terra celeste. Questo è un canto
bellissimo, il venticinquesimo del Paradiso, dove si vedono questi due destini
che si compiono: l’esclusione da Firenze ma l’entrata in Paradiso. Ora,
sorvolando un momento su questo argomento, veniamo a qualche definizione di
queste persone che si trovano, quali sono le scelte, perché poi quello che
conta in Dante è sempre l’uomo, la persona singola. Tutti gli uomini hanno
una determinazione ben precisa, storicamente parlando, ed è questo che fa
l’attrazione, l’interesse per tutti. Ma allora, sembra strano, cosa poteva
interessare ad un cinese di Ciacco fiorentino o di Forese, di questa gente di
piccole città italiane del Trecento, come fa ad importare di questo ad un
vietnamita, ci si può domandare. Ma riflettendo su questo è proprio questo che
conta: più l’uomo è determinato, più è uno di tutti noi. Le persone vaghe
del mito non attraggono, quello che attira è l’uomo determinato nella storia,
che ha un suo posto, una sua identificazione precisa, che tutti hanno: famiglia,
città, parenti, avvenimenti, disgrazie. Questo conta e questo attrae, e questo
è la grande forza di Dante che dipende dal suo amore ed interesse supremo per
l’uomo. Ci
sono un paio di cose che vorrei ricordare, perché caratterizzano il Purgatorio
o meglio l’uomo del Purgatorio. Una è quella che appare sin dal principio,
quando incontriamo Manfredi che è la figura simbolo del Purgatorio secondo me,
come Farinata si può prendere a modello dell’uomo dell’Inferno. Manfredi è
un po’ il modello di quest’uomo del Purgatorio, e per questo viene messo in
apertura. Dunque la cosa che mi premeva sottolineare è questa: la salvezza
dell’ultima ora, che è una costante del Purgatorio. Sono tanti quelli che si
salvano pentendosi all’ultimo momento. E così, tra questi, uno dei più
grandi è Manfredi che dopo una vita di peccati, come lui stesso dice ―
“orribil furon li peccati miei” ―, con un movimento del suo
cuore all’ultimo momento della vita di volge a Dio piangendo ― “io
mi rendei, piangendo, a quei che volontier perdona” ― e
si salva. Questo sentimento dell’ultimo momento ritorna poi più volte. Uno è
Buonconte da Montefeltro, al V canto, che Dante incontra, mettendosi a parlare
con lui come due che si sono lasciati da poco ―…questa
continuità tra il mondo della Terra e il mondo del Purgatorio ― e gli
dice appunto: “Qual forza o qual ventura ti traviò sì fuor di Campaldino”,
come uno che incontra un amico, un conoscente sulle nostre strade. E quello
risponde che nell’ultimo momento della sua vita, ferito e sanguinante giunge
sulle rive dell’Archiano, si rivolge a Dio e con una sola lacrima di
pentimento viene salvato. Vengono un angelo e un diavolo alla fine a contendersi
la sua anima ma, siccome lui morendo ha pronunciato il nome di Maria e ha
versato una lacrima di dolore, di pentimento, è salvo. Il diavolo dice: “Tu
te ne porti di costui l'etterno (cioè la parte eterna, l’anima) per
una lagrimetta che 'l mi toglie”. Questa piccola lacrima è bastata
all’ultimo momento. Questa circostanza, che torna più volte nella cantica, è
importante perché sottolinea questa suprema gratuità dell’amore di Dio e del
perdono, che si riversa su tutti, sui primi e sugli ultimi, come del resto
racconta il Vangelo nella parabola dei lavoratori dell’ultima ora, quelli che
arrivano nella vigna e lavorano solo un’ora però vengono pagati anche loro
come gli altri. Cosa di cui i benpensanti non sono mai convinti. Ma la misura
divina è diversa dalla nostra e Dante lo sottolinea più volte come anche il
valore della debolezza davanti a Dio. Loro chiedono sempre aiuto dalle preghiere
dei vivi, come Manfredi che dice di andare dalla figlia perché preghi per lui,
e così fanno tutti. Si nota che sono quasi tutte donne queste a cui si chiedono
le preghiere: la moglie, la figlia o la vedova. Perché la donna era l’anello,
punto debole della società allora, come lo è stato per secoli, ma questo vuol
significare la potenza debole sul cuore di Dio. Così abbiamo la vedovella al
freno di Traiano nell’esempio di umiltà rappresentato nella cornice dei
superbi, dove il grande imperatore parte per la guerra e c’è una vedovella al
freno ― “e una vedovella li era al freno”
―; questo diminuitivo “vedovella”
vuol fare ancora più debole, più piccola questa creatura che chiede giustizia
per il proprio figlio. L’imperatore ha le bandiere al vento, è pronto per
partire e pensa che lo farà qualcun altro per lui; ma la donna insiste e alla
fine Traiano si ferma e dice: “giustizia vuole e pietà mi
ritene”. Per questo gesto, tra l’altro, Traiano si salverà poi. E
questa piccolezza della donna, della vedovella come di tutte le altre, è
importante perché significa la potenza che hanno i piccoli, quella potenza
particolare che non è la forza che può avere un uomo, magari al massimo della
sua grandezza: la forza per Dio è un’altra cosa, è la forza del cuore.
Queste due linee è importante ricordarle, perché fanno parte di tutta
l’atmosfera del Purgatorio. Ma
come ha ordinato Dante i vari peccati del Purgatorio nelle cornici? Mentre
nell’Inferno la divisione viene fatta secondo l’etica aristotelica, come
cita Virgilio nell’XI dell’Inferno, che va secondo la giustizia, nel
Purgatorio la divisione è fatta in modo diverso e ogni angelo proclama ad ogni
cornice una delle beatitudini evangeliche e la virtù che si proclama è la virtù
che perviene a quella beatitudine, quando si dice appunto: “beati i poveri
di spirito, beati i mansueti, beati i pacifici”. Quella è la virtù che
viene proclamata. Non c’è né una di virtù aristotelica, tra queste, sono
molto di più, vanno oltre la giustizia. Perdonare chi ci uccide, come fa
Stefano nella cornice dei pacifici, non è una cosa di giustizia, come potremmo
immaginare, è più che pacifico: qui si va ad una misura che oltrepassa di
molto il dovuto, la giustizia dà a ciascuno il suo e non si conta più, si va
molto al di sopra di questo. E così in tutte le beatitudini che sono come la
tavola, il manifesto del cristianesimo nel mondo antico, che rovesciò i cardini
stessi di quell’ordine, perché dove si proclamano
beati i piangenti, i perseguitati, i miti, i poveri, gli umili si
rovescia completamente il concetto del mondo antico dove felice è il potente,
il grande, il ricco. Del resto tuttora è così se si guarda alla comune
concezione della vita dell’uomo. Ma il Vangelo predica un’altra felicità. E
questa, come Dante appunto, e non per niente, fa proclamare ad ogni cornice
dall’angelo, è invece l’economia di questo regno del Signore che a questo
mira; e infatti su queste beatitudini sono improntate, in fondo, il tono, la
misura, la dolcezza, anche la forza di queste scene purgatoriali. Quella del
martirio di Stefano, ad esempio, è una delle più belle rappresentate nel
Purgatorio. E
su queste beatitudini chiudo il mio intervento. Domande
Volevo
riprendere il tema del viaggio, chiedendole un parallelo tra il viaggio
avventuroso e oltre la realtà che compie Dante con quello che compie Ulisse. Si
può fare il parallelo tra come va Ulisse al Purgatorio, a quella spiaggia dove
arriva poi anche Dante, facendo un percorso diverso, ma arrivando alla stessa
meta. Ulisse va contando sulle grandi forze proprie dell’uomo, “per
seguir virtute e conoscenza”, però con queste, che sono certamente una
prerogativa dell’essere umano, indiscutibile, lui tenta l’oceano, il grande
oceano, che è il simbolo dell’infinito, violando, coscientemente il decreto
divino. E lui lo dice: “dov'Ercule segnò li suoi riguardi, acciò che l'uom
più oltre non si metta”. Quindi c’era un limite, che lui sa di violare.
Ulisse tenta l’affermazione di se stesso senza riconoscere qualcosa che possa
porgli un freno, non accetta un limite. Vuole da sé raggiungere
quell’infinito di cui si sente degno. Ma viene travolto. La differenza di
Dante si vede ed è scritta, sapendocela leggere, nelle righe dei primi canti
del Purgatorio. Perché l’Ulisse dell’Inferno non dà commento, l’acqua lo
travolge e non c’è nemmeno un verso di commento, il canto si chiude su questi
versi. Nel Purgatorio arriva la nave dell’angelo, che fa lo stesso percorso di
Ulisse, perché parte dalle foci del Tevere, dove raccoglie le anime e va
direttamente; Ulisse parte da Gaeta, ma siamo sulla stessa rotta. Arriva
l’angelo e Virgilio lo indica a Dante e dice “Vedi
che sdegna li argomenti umani, sì
che remo non vuol, né altro velo che
l'ali sue, tra liti sì lontani”. Insomma,
non usa mezzi umani, né remi, come i remi di Ulisse ―“dei remi
facemmo ali al folle volo” ― e
quindi questo angelo sdegna il mezzo dell’uomo e arriva. Un accenno ad Ulisse
c’è già nel I canto, quando arrivano sulla spiaggia: “Venimmo
poi in sul lito diserto, che
mai non vide navicar sue acque omo,
che di tornar sia poscia esperto”. Quella
spiaggia vide qualcuno, ma nessuno che fosse capace di tornare indietro. Quindi
c’è un’allusione esatta, precisa ad Ulisse. Anche la stessa parola esperto
– “esperto e de li vizi umani e del valore” – è ripreso ad
litteram. Poi la dichiarazione di Virgilio e Dante risponde in un certo modo già
qui nel Purgatorio. Ma la risposta decisiva la troviamo nel canto X
dell’Inferno, quando Cavalcanti dalla tomba infuocata chiede a Dante perché
non è con lui anche suo figlio “se per questo cieco carcere vai per
altezza d'ingegno”, perché lui immagina che Dante sia lì perché è
tanto bravo, e il figlio Guido Cavalcanti non era da meno. Dante risponde “Da
me stesso non vegno: colui
ch'attende là per qui mi mena forse
cui Guido vostro ebbe a disdegno”. Qui
credo che si trovi il centro della risposta: Dante, alto d’ingegno (che non
gli mancava e lui ne era consapevole) come Ulisse, sceglie però di farsi
guidare, al contrario dell’uomo dell’Inferno che va contando su se stesso,
senza accettare limiti. Ma lui accetta la guida, si fa piccolo rimproverato,
tante volte è trattato come un bambino da Virgilio. Ma appunto rinunciando a
questa altezza, di cui era consapevole, perché è l’unica via per toccare
quella sponda.
Volevo ricollegarmi al discorso che ha fatto Lei sulla vicinanza di Dante con le anime del Purgatorio, in particolar modo con la frase che dice Virgilio ― “noi siam peregrin come voi siete” ― e volevo chiederLe se, partendo da questo discorso, si potrebbe definire il Purgatorio come la cantica più vicina a Dante, che Dante sente un po’ più sua delle altre. Non
è molto facile rispondere, perché Dante si immedesima tutte le volte, con
l’Inferno, poi con il Purgatorio e con il Paradiso. Altrimenti non si scrive
grande poesia. Lui quando scrive il Paradiso si sente in qualche modo partecipe
di questa realtà. Certamente il Purgatorio è la cantica più vicina all’uomo
nella sua condizione terrena, l’uomo soggetto a pene, problemi, difficoltà,
che nello stesso tempo nutre la speranza, almeno chi la sa coltivare, di
arrivare alla fine ad una meta serena. Nel Paradiso, però, Dante
un’esperienza l’ha fatta: un’esperienza di conoscenza, di amore e di
unione con il Divino, altrimenti quei versi non si possono scrivere. Non si
scrive se non di ciò – parlo dei grandi poeti – di cui si ha esperienza.
Quindi un’esperienza del Divino certamente c’è stata. Naturalmente come può
esser data su questa terra. Sicché non saprei se si possa dire che il
Purgatorio è la cantica più vicina. Fino ad un certo punto sì, fino a quella
che è la comune esperienza della vita. Poi c’è l’eccezione, che sono i
momenti paradisiaci, che tuttavia sono di Dante anche quelli.
Si può dire che in Dante la cultura greco-latina e la cultura cristiana trovino una sintesi, a livello altissimo, a livello poetico, addirittura che può diventare un valore che va al di là della civiltà occidentale? Non
saprei, perché, di fatto, quella che Dante rappresenta è la civiltà
occidentale, quella che si è formata attraverso le due grandi tradizioni che
lei ricorda, attraverso la lenta lavorazione medievale – la Commedia, appunto,
è la fine del Medioevo – ed esprime questa civiltà, non c’è né
un’altra. È quella di oggi, dove ancora la carta dei diritti umani si fonda
su questa civiltà, nessun’altra esprime l’uguaglianza dell’uomo. È la
civiltà che porta questo grande dono della libertà, dell’uguaglianza, del
primato dello spirito sulla lettera, che nessun popolo riconosce, se non i
popoli di eredità cristiana (e oggi nemmeno quelli, in gran parte). Quindi non
credo che si possa dire che la Commedia oltrepassa questa stessa civiltà,
allora ci dovrebbe essere un’altra radice ancora…
Io volevo chiedere se si può dire che il nostro modello, il modello della cultura occidentale, può diventare il punto di riferimento mondiale? Sì,
certo che si può immaginare e lo è già di fatto; perché altrimenti tutti
leggono Dante, anche in Vietnam? Perché è una civiltà che effettivamente
attrae le altre. Da un punto di vista politico è certamente quella egemone nel
mondo, anche se questo non vuol dire che lo sia ancora da un punto di vista
spirituale. Però quest’interesse già è un segnale, è una civiltà che
lentamente sta diffondendosi. L’idea di uguaglianza fra gli uomini ci vorrà
tempo perché sia universale, ma già è dominante nel mondo. La stessa carta
dei diritti non è stata riconosciuta da tutti, non tutti, ma quasi tutti.
Volevo
riprendere questo discorso alla luce di quanto lei ci diceva prima. Mi ha molto
colpito il fatto che Dante, che era una quercia, avesse voluto farsi giunco. E
mi ha molto colpito il fatto che la Commedia, pur trattando di argomenti non
facili, argomenti mai codificati prima, in realtà fa trapelare una profonda
umanità. Dante riesce a caricarla della propria esperienza umana, a rendercela
molto familiare, perché parla di cose molto vicine a noi. Forse la Commedia,
non tanto quanto particolare istanza dell’Occidente, che Dante esprime, ma
forse per l’umanità, per questa familiarità, è apprezzabile da tutti gli
uomini di qualsiasi nazione essi siano, ed è una cosa che forse va oltre il
concetto di cultura occidentale, e più una cultura dell’uomo, in cui l’uomo
si ritrova e ama ritrovarsi e raccogliersi anche spiritualmente. Volevo pregarla
di approfondire questo punto. Hai
detto una cosa molto giusta, soltanto che è necessario fare un rovesciamento in
questo senso: è vero che quello che attira la grande poesia è l’uomo, perché
è quello il centro cui tutti siamo attirati. Ma da dove nasce quest’umanità
di Dante? Questo è un po’ il discorso a rovescio; quest’uomo che noi
vediamo, in cui ci riconosciamo, questa ricchezza dell’uomo di Dante, con i
suoi dolori, le sue pene, le sue tragedie. Quest’idea nasce dall’idea del
mondo e dell’uomo che è questa della nostra civiltà. Questo si potrebbe dire
al rovescio. Trovare un simile uomo con il suo pianto, la sua speranza, la sua
tragedia è proprio dell’uomo della nostra storia, un uomo cristiano. È
l’uomo che vive per tutta la Commedia, secondo Dante, con questa grande carica
di umanità, per cui l’uomo è così prezioso. Perché è prezioso così?
Dante lo scrive, quando nel Convivio cita il Salmo: “Che cosa è l'uomo,
che tu, Dio, lo visiti? Tu l'hai fatto poco minore che li angeli, di gloria e
d'onore l'hai coronato”. Certo la grande dignità dell’uomo, l’angelo
somiglia. Questa grandezza dell’uomo, quest’uomo come Dante lo vede è
appunto l’uomo della nostra civiltà.
Ci ha parlato del tema dell’esilio nel Purgatorio, ma non possiamo vedere lo stesso tema nell’Inferno, nella condizione dei dannati? Sì,
i dannati sono degli esuli eterni, però. Dante lo dice anche, è un esilio
diverso, perché quello del Purgatorio è un esilio in cammino, le anime del
Purgatorio sono esuli che vanno verso la patria, con la speranza, la certezza
dell’arrivo. Quegli altri sono esuli fermi, per sempre esclusi dalla loro
patria. E così Virgilio, rivolgendosi a Stazio: “Nel beato concilio ti
ponga in pace la verace corte che me rilega ne l'etterno essilio”. Quindi
anche Dante stesso lo chiama esilio, però è un esilio diverso.
Il Purgatorio è anche la cantica dell’arte, si incontrano vari personaggi, artisti di vario tipo e l’arte è un prodotto tipicamente umano. Quali sono i valori e i limiti dell’arte che Dante manifesta nel corso della cantica? Qual è insomma la funziona dell’arte, prodotto tipicamente umano, nella prospettiva eccentrica di Dante che guarda dall’aldilà? Dante
non affronta direttamente il problema nel Purgatorio. Tuttavia c’è questo
accompagnamento degli artisti e degli amici, compagni che incontra di frequente
nel Purgatorio, cominciando da Casella che dà quasi il tono –giustamente,
essendo musicista ― a questa vicenda. E poi troverà i poeti, che sono i
suoi amati poeti, nella cornice dei lussuriosi. Dante non si pronuncia in modo
esplicito, ma, si capisce dal I canto, l’arte è un accompagnamento nella vita
umana, perché segna il gratuito, l’arte è qualcosa che non si compra, che
non si paga, che non ha un valore commerciale (a parte quelli che vendono i
best-seller; ma non è detto che quella sia vera arte), non ha un valore
contabile e quindi è una grande forza data all’uomo, come dono di natura.
L’arte, come l’ha vissuta Dante, e come appare nel canto iniziale, è un
grande dono. C’è un però ed è
rappresentato dal rimprovero di Catone, quando tutti si fermano ad ascoltare
Casella: cioè anche l’arte, che è una delle cose più grandi e belle proprie
dell’uomo, non dev’essere il fine, come tutte le altre cose belle della
vita. Sono date all’uomo per compagnia, conforto, consolazione, come appunto
l’amicizia o altro, ma non dev’essere il fine. Quando loro si fermano a
sentire Casella vengono rimproverati: “piccolo
fallo” dice Dante stesso, però è un fallo, che consiste nel dare a
questo dono, che è stato fatto all’uomo, un valore assoluto.
Volevo approfondire la figura di Virgilio. Il suo è solo un ruolo di guida o anche per lui è un viaggio di formazione, un cammino spirituale, visto che dal Limbo visita il Purgatorio (anche se poi si dovrà fermare)? Virgilio
effettivamente ha la funzione di guida, come si vede fino all’ultimo da tutto
quello che lui dice e fa. Quando dice a Dante “tratto t'ho qui con ingegno
e con arte”, lui spiega di aver dato tutto quello che poteva, nei limiti
della ragione umana. E poi lo affida a Beatrice. Che anche Virgilio possa aver
avuto un qualcosa di più da questo viaggio in cui è uscito dal suo Limbo e non
solo ha percorso l’Inferno, ma anche il regno dei salvati, questa è una cosa
che noi possiamo supporre. Molti dicono: perché Dante non ha salvato Virgilio?
in fondo poteva farlo. Ma Virgilio rappresentava qualcosa e questo qualcosa era
fermo, appunto, al di là del limite: rappresenta questa ragione umana che
appartiene a tutti i grandi filosofi che sono nel Limbo. Per questo non poteva.
Che poi il Virgilio storico fosse salvato, Dante ne era convinto. E si potrebbe
osservare che Dante, non potendo salvare Virgilio, salva il figlio Stazio, che
si chiama “figlio dell’altro”, “per te poeta fui, per te
cristiano” e quindi c’è una maniera allusiva di indicare la possibile
salvezza dell’altro. Che Virgilio, nella Commedia, acquisti, salendo nel
Purgatorio, un dono in più rispetto alle anime del Limbo è probabile. È una
nostra ipotesi, che ci è offerta però dal verso di Dante, ma resta nel campo
delle ipotesi.
Si può dire che Stazio, poeta, essendo in cammino, ci rappresenta l’arte piegata al valore più grande? Mi ha sempre colpito questo particolare: Dante, quando arriva alla cornice dei lussuriosi, deve passare il fuoco e proprio non vuole. Gli viene ricordata Beatrice e questo lo fa sussultare, però per passare, per lo meno a me pare, si deve mettere avanti Virgilio e dietro Stazio, e mi sembra che l’arte diventi proprio compagnia. Così era anche l’occasione per chiederle che risvolto ha l’affettività delle anime con Dante qui nel Purgatorio? Sono
due cose diverse. Sulla prima avrei qualche dubbio sul fatto del Virgilio avanti
e Stazio dietro, che sia l’arte a far passare la muraglia mi sembra difficile
da ipotizzare. Che certamente l’arte accompagni l’uomo, con il suo alto
valore spirituale, questo è certo. Non per niente Dante le ha dedicato la vita.
Però anche il ricordo che fa Stazio ― “per te poeta fui, per te
cristiano” ― indica come l’arte stessa, quella di Virgilio,
appunto, spinge Stazio, in fondo, alla salvezza. Quindi c’è questa funzione
educatrice dell’arte che gli antichi hanno sempre immaginato. Per loro non
esisteva l’arte per l’arte, la poesia per la poesia. La poesia aveva sempre
uno scopo, serviva a qualche cosa e, infatti, Dante scrive la Commedia per
servire a qualche cosa, per essere di aiuto al popolo, alla gente, agli uomini,
perché trovassero la propria strada. Quindi quest’idea dell’arte educatrice
è propria sia della sua età, sia di Dante in particolare. In forma precisa,
poi, che ci sia quest’idea dell’accompagnamento, francamente non mi era mai
venuto in mente, ma non mi sembra che corrisponda alla grande difficoltà di
passare il muro di fuoco, perché quel muro, che è l’ultimo muro da valicare,
il muro dei lussuriosi, appunto, mi sembra che non si possa valicare
― nell’ottica dantesca ― con le forze dell’arte.
Alla fine del Purgatorio, quando Dante arriva nel Paradiso terreste, si confessa, con Beatrice. Anzi, Beatrice lo sgrida e lui si vede costretto a confessare. Però Dante aveva già percorso tutte le sette cornici e le sette P sulla fronte gli erano state cancellate. Cos’è il peccato di cui Dante ancora si confessa? Fa parte solo del simbolismo che vedremo fra poco in tutta la processione finale del Paradiso terreste, o c’è veramente qualcosa che Dante deve ancora confessare? E questo ha a che fare con quello che dicevamo prima di Ulisse e quindi di Dante quercia che si piega per diventare giunco? Secondo
me, Dante deve semplicemente confessare. Gli manca quel passo, le lacrime del
pentimento e l’ammettere la propria colpa. È quello che manca. Quello che gli
altri fanno lungo la montagna, la lacrima di Bonconte, il pianto dell’uno o
dell’altro, di Manfredi, quello manca a Dante, questa è la scena di fronte a
Beatrice, quel passo manca a Dante. Nella scena straordinaria fa quello che i
suoi personaggi hanno fatto, magari all’ultimo momento della vita. Non è che
ci siano altri peccati intorno. È l’unica cosa che manca. E, infatti, lo dice
Beatrice stessa, qui si passa il Lete, cioè si va sull’altra sponda del
Paradiso terreste, soltanto pagando, come pedaggio, le lacrime del pentimento “sanza
alcuno scotto di pentimento che lagrime spanda”.
Questo mancava.
Nel Purgatorio si notano molte più figure femminili che nell’Inferno. Come si concilia questa cosa con la concezione medievale della donna sede del peccato? Quest’idea
della donna sede del peccato mi giunge nuova, questa non è la concezione
medievale della donna. La donna poteva essere, come Eva, origine del peccato, ma
non sede del peccato. Anzi, il cristianesimo è quello che ha rivalutato la
donna, la figura femminile, dandole un’importanza straordinaria. Basti pensare
a Maria, la Madonna, e tutte le altre sante che si sono sempre state. Quindi può
essere questa la ragione. Questo dipende da molte circostanze. Forse da
quell’atmosfera del Purgatorio, che delineavo prima, dove si inserisce la
figura femminile nella sua dolcezza. Per lo meno così dovrebbe essere la donna,
poi non si sa bene cosa succeda. Ma questo carattere, tipicamente femminile, di
dolcezza, di mitezza, che Dante ha impresso sulla cantica, porta con sé,
piuttosto, l’apparire di diverse donne nel Purgatorio.
Qual è il movente che porta Dante da una parte ad essere superbo nella scrittura e dall’altra a purificarsi e a pentirsi? Non
c’è questa differenza. Il Dante autore, il Dante vero, che era superbo, si
trasforma, accetta questa cosa, e questo lo porta, appunto, a scrivere il suo
poema. Lui scrivendo il poema è già su quella strada. Come farebbe altrimenti
a scrivere il canto di Ulisse, quello di Farinata, quando dice a Cavalcanti “Da
me stesso non vegno”? È la stessa persona, non c’è differenza. Non è
che Dante fosse un gran superbone, che invece nella Commedia si rappresenta come
un bravo e umile bambino. È la stessa persona. Altrimenti non si riesce a
scrivere quello che ha scritto, perché la scrittura porta il segno della
persona, del suo cuore. Non c’è differenza: il Dante superbo, quando scrive
la Commedia, ha già fatto il passo decisivo. Certo da perfezionare, perché
verso il Paradiso, Dante matura, si perfeziona, ma il primo passo è già fatto.
Catone scaccia via le anime quando Casella ha cominciato a cantare “Amor che ne la mente mi ragiona”, che è una canzone filosofica. Perché Dante mette sulle labbra di Casella proprio questa canzone? Perché gli entrava bene nell’endecasillabo questo verso o c’è qualche motivo più sostanziale? Tutte le canzoni si aprono con l’endecasillabo, quindi non c’era problema da quel punto di vista. A questo punto c’è qualcosa, perché in quella canzone, che canta appunto dell’amore, Dante si identifica in qualche modo, si identifica nella sua poesia giovanile, questo canto dell’amore, come lui lo vedeva quando scriveva nello Stilnovo. E’ quindi una delle più amate delle sue canzoni. Questo canto d’amore però è quello dal quale non bisogna lasciarsi irretire. Probabilmente c’è il superamento delle cose più care e più belle, quelle che l’uomo non può tenere come primo fine: sono sempre il secondo. Quindi sceglie una delle canzoni più importanti e care al suo cuore, come quella dell’amore, filosoficamente intesa per altro, per far vedere come questa incanti tutti ma deve essere lasciata.
Trascrizione a cura di Francesca Milani e Luca La Camera, 2° D Revisione del testo ed editing a cura del prof. Fulvio Fabbroni
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