A proposito dello studio del Latino
La
contessa entrò nello studiolo di Gigi, per scusarsi col professor
Frugoni della... macchina da cucire, che vi aveva fatto collocare
provvisoriamente: il professore si alzò. " Ma le pare, signora
contessa?... ma ci fa anzi compagnia!... ci invita "vieppiù"
allo studio... La macchina da cucire ha ispirato uno dei più geniali
poeti della terza Italia!... Un vero poeta!... Discepolo prediletto
del Carducci... "
La contessa, lusingata, si compiacque
della buona notizia, cioè che la terza Italia tenesse in così alto
conto le macchine da cucire: e ammirò la "brillante versatilità"
del professor Frugoni, il quale, benché latinista, era perfettamente
à la page anche in fatto di "letteratura moderna"; e si
decise a chiedergli... ulteriori notizie... del... latino, della...
voglia di studiare, delle... letture, dei... progressi...
"... Oh! I progressi... ci
sono, ci sono... senza alcun dubbio; direi anzi che si possono vedere...
a vista d'occhio... "
"Ma si sieda, professore...
la prego... "
"D'altra parte, come testo...
come lettura... il suo Gigi non poteva essere più fortunato!... "
Si deterse con un fazzolettone i grossi baffi stillanti, dopo aver
vuotato il calice di marsala che gli era stato servito nello studiolo,
in omaggio particolare, nonostante lo spiaccicamento del biscottino.
Gigi stava a udire seduto
di traverso, a capo stracco, con tre dita impigliate nella catenina
dell'orologio. La contessa si confortò delle buone notizie: e della
primavera di fuori: che dapprima sparge, nello smeraldo de' prati,
le mammole a le pervinche; e di poi gitta le spole delle rondini nello
zaffìro de' cieli. E ai ragazzi delle migliori famiglie, dentro dalle
ferriate irremovibili del liceo, gli porta invece una calata primaverile
di imperatore tedesco o di re di Francia, per lo più malaticcio, che
ha però qualche volta il buonsenso di andare a Buonconvento a ricevere
l'Estrema Unzione: le spese di trasferta, a lui e alla masnada, normalmente
gliele pagano i "melanesi". E gli porta, anche, ai ragazzi,
un nuovo classico da sbranare: il classico di primavera.
"... Non poteva capitarci
di meglio... " insiste il professore, accomunandosi, con quel
"ci", a un tacito "laboravi fidenter" che finse
di attribuire al pupillo; "il "De Officiis" è piovuto
proprio come il cacio sui maccheroni... Il dovere!... Il dovere!...
Il dovere sopra tutto e prima di tutto!... "
La contessa aborrì mentalmente da quei comestibili assunti a termine
di confronto: ma ringraziò mentalmente il Cielo del nuovo e visibile
segno di favore accordato alla famiglia: era chiaro che Dio si occupava
personalmente dell'incolumità morale di Gigi.
"Il trattato dei doveri,"
seguitò Frugoni, "il celeberrimo trattato dei doveri, il "De
Officiis" in una parola! ... Ma non sa lei che cosa è il "De
Officiis"? " chiese improvvisamente a Gigi, e come in un
tono di rimprovero. Gigi, ora, tagliuzzava una gomma con la punta
del temperino: levò il viso, atteggiandolo a profondo interesse.
"Ma è la grande Etica della
latinità!" proclamò Frugoni entusiasta, con voce piena, potente.
La contessa, contegnosa, giubilò. Gigi gli fece un breve sorriso di
cortesia, da tirar gli schiaffi: il suo naso intanto subiva, a sinistra,
delle leggere contrazioni, come s'egli avesse qualche prurito, o necessità
di soffiarselo, e fosse incerto tra l'adoperare il fazzoletto o l'aiutarsi
invece con un ditino, di soppiatto.
"E l'etica, è il credo sublime
dei dominatori del mondo!, che il genio di Cicerone ha immortalato
per tutti i secoli, e che io giudico debba ancor oggi costituire la
miglior guida del giovanetto..."
"Sono molto, molto lieta
di questa buona inspirazione dell'insegnante... " disse, con
soave trasporto, la contessa Brocchi. E si avviarono, sguazzando nelle
felicitazioni e nelle congratulazioni, oltre che nei pronostici, verso
la gran sala dorata. La lezione di latino s'era protratta fin quasi
al pranzo.
Il professore, trascinato dalla
foga de' suoi epifonemi e dall'ammirazione per la propria voce, aveva
camminato assai nella vita: ed era arrivato ai cinquanta con tanta
salute in corpo e con dei polmoni così temibili, da lasciar facilmente
intuire come la nevrastenia de' cerebrali, al solo suono di quei polmoni,
avesse battuto ogni qual volta in precipitosa ritirata. I padri di
famiglia, esterrefatti, trovavano concordemente che "era l'uomo
che ci voleva": risoluto! energico! senza tanti sofismi! senza
tante complicazioni! La sua salute dogmatica aveva strangolato il
dubbio: il dubbio che anche un professore, di quando in quando, possa
dire delle scemenze.
Così, "fama volat", egli aveva potuto, anche in casa Brocchi,
soppiantarsi ai padri del collegio San Carlo nella sovrintendenza
de' classici.
Con questi benedetti classici,
a dire il vero, la contessa si era sempre tenuta un po' sulle sue:
non era nemmeno mancata qualche ora di trepidazione e qualche dolorosa
incertezza: dacché i padri le avevano messo nel cuore una quarta spina,
fattole presente che "non sempre... purtroppo... gli autori latini...,
specie nelle scuole pubbliche..., ma... però..., tuttavia..., una
volta purgati... Eh! già... l'antica Roma!... Roma è sempre Roma!".
Alla contessa, (le batté il cuore), parve che l'idea della purga fosse
un palliativo mediocre. "Del resto, al postutto, anche Cesare...,
come Cesare" (guardavano a terra) "... per vero dire, non
si poteva dir nulla... come scrittore... "
"Come uomo, è stato un gran
generale!" proclamò soavemente la contessa Giuseppina, sicura
del fatto suo.
"Grande! Grande!... Ah! grande!
Su questo non c'è dubbio... Forse... un po'... ambiziosetto... Mah...
Date a Cesare quel che è di Cesare!... " e avevano sorriso, felici
di cavarsela con una citazione così ricca di significato e che veniva
tanto a proposito.
L' autore "adatto ",
per eccellenza, rimase Cicerone. Di Cicerone la contessa, dopo un
primo palpito di simpatia e dopo un crescendo di gratitudine, s'era
addirittura innamorata. Doveva giusto essere un uomo sulla cinquantina,
come Frugoni, un uomo serio, ammodo, di cui ci si poteva pienamente
fidare: degno in tutto di casa Brocchi. Senza contare che conosceva
il latino come nessun altro, da riuscire di modello a tutti. Sicché
probabilmente, chi sa!, Cicerone non aveva neanche bisogno di purga.
Tanto più se anche a lui (dove
si vedono le persone di buoni principii!) gli era venuta in mente
la stessa idea, di "comporre" un'Etica, come allo zio Agamènnone.
E un'Etica... che era, sosteneva il professor Frugoni, come chi dicesse
il Vangelo di quei tempi. Il Vangelo degli antichi Romani! di quei
Romani che sapevano immerger la destra ne' rossi bracieri e rompevano
a nuoto, come gnente fosse, i gelidi gorghi del Tevere! E "avevano"
davvero, quelli, il culto della famiglia, la religione della patria!
E non abbadavano tutti i momenti dietro alle donne, come oggi, dietro
alla prima svergognata che passa!
Peccato quella terribile manìa
della guerra! dove anche i giovanetti delle migliori famiglie finivano,
prima o poi..., che a casa loro... nessuno li rivedeva più. Ma Cicerone
non doveva essere un guerrafondaio, come non lo fu il compianto marchese
Ponti. La contessa ricordò vagamente che doveva avere un animo forte
e mite, incline alla filosofia, alla legalità, e al giusto equilibrio.
A dar ordine di strozzare Lentulo e Cetego lo avevano "costretto
gli avvenimenti", la necessità di salvare la patria: perché gli
avvenimenti, certe volte, sono così bizzarri, da costringere un conservatore
legalitario a far strozzare alla chetichella due manigoldi falliti.
Ma egli aveva sempre usato dell'autorità, della energia, dell'ingegno
non ad "opprimere i diversi popoli della terra", sibbene
a "comporre" delle operette morali, ad amministrare i suoi
fondi, a tranquillare, con umanità e sussiego degni di lui, i suoi
clienti di provincia, che si rivolgevano tremebondi "al scior
avocatt". Aveva sempre "energicamente protestato" contro
gli abusi, i cattivi usi e i soprusi: aveva sempre difeso la costituzione
contro l'insurrezione, la legge contro l'eslege, il padron di casa
contro l'inquilino moroso; il vecchio Campidoglio e la curia canora
contro la teppa scatenata dei Gracchi, di Saturnino, di Catilina,
di Clodio; e dell'ultimo, che fu il peggio di tutti. Con la penna
e con la parola.
Quando - erano le Idi di marzo
del 710/44, quella mattina che i tragici nodi della contraddizione
romana erano venuti così tragicamente al pettine - quando, mezz'ora
dopo, la notizia gli arrivò a casa, recata da due trafelati liberti,
fu come una scarica elettrica traverso tutti i suoi nervi legalitari.
Il mortificato non si tenne più nella pelle: telegrafò a Basilo un
"Tibi gratulor! Mihi gaudeo... " tutto fremente di contentezza,
saltò quasi la colazione, la lettiga galoppò in Campidoglio. Dove
gli eroi del giorno si erano asserragliati con le ginocchia tremanti.
In Campidoglio cinguettò nuove e più fervorose congratulazioni: abbracciò
tirannicidi a destra e a sinistra, cupi nell'ombra dello sgomento.
La capinera delle belle lettere li distrasse, un attimo, dalla angoscia,
con le sue gorgheggianti effusioni.
La vecchia Roma era lì, dentro
la vecchia fortezza! Da basso, nella "valle" e nella curia
subita-mente deserta, il cadavere dell'assassinato giaceva solo: abbandonato
dai vivi, a cui faceva troppa paura: atroce delle profonde ferite:
con segni orridi, sopra il volto, del suo sangue cagliato e per tutta
la tunica lacera, macera di scarlatto. Intorno a quel cadavere l'Eternità
irreversibile elucubrava il computo delle sue ore: ma sul Tirreno
si sarebbero accese le stelle, con la puntualità regolamentare ch'egli
aveva loro prescritto.
Germani e Persi potevano tirare
il fiato!
Le Idi di marzo recavano a tutti
una buona primavera, turgida di tutta l'antica virtù. Trafitto il
tiranno, la repubblica stava per ridiventare... una repubblica.
Difatti si ebbe la soddisfazione
di sapere che il dì di Calendigiugno la curia avrebbe riaperto i battenti
ad alcuni de' più importanti senatoconsulti della storia della repubblica.
Peccato che quella gioia fosse mezzo intossicata da un certo odor
di minaccia, come un presagio di poca pace, come se Antonio dicesse:
"Amici, a quella seduta sarà forse più igienico, per voi...,
girare alla larga."
Così, dopo che Aprile risfolgorava,
tra le None e le Idi fu una débandade generale: partenza anticipata
per i bagni. Fu press'a poco in que' mesi, dalla sua villa di Pozzuoli
e poi da quella di Tuscolo, che l'infaticabile araldo del legittimismo
oligarchico si protese ulteriormente verso l'immortalità, con il "De
Divinatione" e il "De Gloria": e, insieme, vennero
fuori il "De Fato", il "De Senectute", il "De
Amicitia". Sulle eleganze della anticipata saison il riverbero
malinconioso, la dolcezza stanca del Golfo, luce meravigliosamente
cadente verso un magico oblìo d'ogni sanguinosa necessità, e d'ogni
fragore, d'ogni tumulto del mondo. La stanchezza e il disgusto divengono
pace euforica e raccolta rinuncia: ma gli anni e i ricordi comandano
all'anima che affretti, che affretti il lavoro, se pur voglia consegnare
all'Eternità il suo testamento esemplare, pieno di civile moderazione.
Così, d'attorno il "De Officiis"
ferveva, in que' mesi, e trepestava tutto il formicolante cantiere
dell'anima. Ma la vita ribolle ancora, inesausta, dentro le pentole
dell'indescrivibile arsenale. Così, fra le dialettizzazioni stoicizzanti
circa il cathécon téleion e il cathécon méson, cioè, circa l'officio
perfetto e l'officio medio (è il tradurre di un cruschevole), fra
Poseidonio e Panezio, fra Peripatetici ed Accademici, e nel bel mezzo
dell'onesto e dell'utile, della Giustizia e della Temperanza, della
Prudenza e della Fortezza, salta fuori tutt'a un tratto una rabbia
pazza, da padron di casa con la museruola, contro i decreti-legge
del 707, che rimettevano agli inquilini... non i loro peccati, ma
i fitti arretrati. Con repentini morsi di vipera il risentimento del
moralista-padron di Casa azzanna da morto colui, "qui omnia jura
divina et humana pervertit".
La stizza dell'aver dovuto condonare
quei fitti, mescolata con quella del prestito forzoso imposto dal
dittatore a tutta la gente per bene, gli fa esclamare che quegli non
fu un uomo, ma un mostro, un sadico folle, assetato di voluttà malvagia:
"Tanta in eo peccandi libido fuit, ut hoc ipsum eum delectaret,
peccare, etiamsi causa non esset."
La cotenna del vecchio provinciale
bolle e ribolle, indomabile, dentro il calderone filosofico: e a opera
finita ne vien fuori, con quella cotica, oltre che l'infamia de' macellai
e pescivendoli , ma un tal minestrone di fagioli stoici, di verze
accademiche e di carote peripatetiche, da leccarsi i baffi tutta la
posterità infinita, per tutta la serie innumerabile degli anni, e
la vana fuga dei tempi.
Lui, onesta vedova del moralismo fondiario e dell'oligarchia repubblicana,
seguita a sculettare ancora ne' gaudiosi mattini di Pozzuoli, per
quanto è tutta lunga la promenade des Anglais: inseguito dalla finta
ammirazione di Irzio, di Pansa, di Balbo, e di tutti i grandi uomini
della repubblica, che, dalle darsene delle loro ville, nell'anticipata
saison del 710, non sanno più che pesci pigliare.
Infaticato, seguita a scrivere,
a leggere, a dar consigli: poi si stizzisce: poi fa e poi rifà i conti:
poi spera, poi si dispera. Dai clienti di provincia cataste di lettere
gratulatorie, a beare la sua scodinzolante vanità. Come tutte le chiacchiere
di quei di campagna, avvezzi a non pregiudicar con pronostici il prezzo
delle patate a scrutare invece le intenzioni dell'avversario sulla
sua faccia piena di bugie, quelle lettere erano perfettamente inconcludenti,
fra il sì e il no, il forse e il magari.
Ma l'avvocato-filosofo non badava tanto per il sottile.
E ai suoi librai seguitava a ordinar
libri: libri di filosofia. Tempestava di lettere i librai ateniesi,
per avere quel Poseidonio, quel Poseidonio! che non arrivava mai!
Kant non attese con tanta febbre l'Emile.
In così tempestosi frangenti,
Dolabella, il matto scapestrato del suo ex-genero, aveva avuto, meno
male!, una ispirazione felice, proprio da uomo ammodo: e faceva rifare
il lastrico nel Foro, là dove una turba inferocita di strilloni a
digiuno, di facchini disoccupati e di legionari zoppi aveva levato
la catasta del dolore e della pietà, e fàttone rogo, da ardere il
corpo dell'assassinato come nel cuore stesso della sua gente.
Quel corpo vollero forse averlo
sottratto al funerale pomposo che gli era stato decretato dagli uni:
e conceduto dagli altri. A rigor di legge, il corpo d'un tiranno doveva
finire a fiume: ma allora anche i benefici d'un tiranno avrebbero
dovuto revocarsi. Idea, quest'ultima, che non entrò in testa a nessuno.
Ché i beneficati non volevano saperne di mollare un asse e i nobili
spirti avevano una paura folle della paura dei beneficati.
Poco avanti Calendigiugno il discettatore
dell'onesto e dell'utile si trasferì a Tuscolo: vale a dire si avvicino
all'Urbe, ai senatoconsulti. Ma i dispiaceri venivan fuori un po'
dappertutto, a piè degli ideali, come funghi velenosi a piè dei larici,
dopo un temporalone pazzo coronato di folgori.
Per il passato, gli interminabili battibecchi con Terenzia, rotti
soltanto dalle unghiate matronali di lei. Poi i battibecchi s'eran
tramutati in scene clamorose, che di tanto in tanto, per di lei mano,
gli volavano dalla finestra Panezio e tutti gli stoici, subito seguiti
dai peripatetici in plotoni affiancati. Poi le carni della vecchia
eran doventate cosi tigliose e i suoi rimbrotti così perfidamente
acidi, e l'ultima rata di quella sua dote stentava talmente ad arrivare!;
e il malumore della casa era così generate, fra la fulgidezza degli
ideali politici e gli uragani della menopausa, che un po' gli umori,
un po' le ossa, un po' i tempi, un po' tutto avevan finito per sospingere
il futuro autore del "De Senectute", così bel bello, verso
l'idea ristoratrice del divorzio. Talché la dote di Terenzia era lui,
adesso, a doverla pagare a Sallustio, che gli aveva prelevato la megera.
E Dolabella, quella perla d'un ex-genero, strepitava ancora per la
dote di Tullia, che, dolce e negletta, aveva pianto nel suo silenzio
e si era così dolorosamente allontanata! E il "figlio Marco",
da Atene, per non esser da meno del cognataccio, bussava a denari
pure lui.
Nello studio della filosofia,
sotto la guida impareggiabile di Gorgia, il ragazzo aveva fatto progressi
mirabili, sbalorditivi: ogni notte regolarmente, alle tre di mattina,
li portavano a casa tutt'e due, lui e Gorgia, ubriachi fradici.
Ma i denari! Era un affar serio
anche quello! L'avvocato de' provinciali si grattò la pera sessantaduenne,
o per dir meglio il cece: chiamò Eròte, il suo servo-amministratore,
specializzatosi nel tenergli in ordine la contabilità: che venisse
subito, che piantasse lì ogni altro mestiere. Ma Eròte, brutalizzato
alla sprovveduta, così, da un momento all'altro, in quel groviglio
di partite a conto corrente, col riflusso de' crediti non riscuotibili
e l'ingorgo de' debiti non pagabili, tra il guazzabuglio di Tuscolo
e di Pozzuoli, di Formia e di Arpino e di mezza l'Italia, dopo il
pasticcio ipotecario, mutuario e fondiario delle doti a delle controdoti
delle donne di casa, nel laberinto delle rate scadute e delle altre
mezzo maturate, finì proprio che non ci raccapezzò più nulla. E intanto
quel qualche migliaietto di sesterzi che la diletta Arpino aveva commesso
in prestito al suo illustre figlio e adesso, tutt'a un tratto, gli
Arpinati li rivolevano a casa, be' adesso, neanche quelli non avevano
più la forza di tornare indietro, né loro né gli interessi.
D'altronde erano ormai scaduti
i bei giorni, quando i mille Renzi d'Italia recavano all'Azzeccagarbugli
urbano (più autorevole forse e più coraggioso dell'autentico) il vistoso
imbonimento de' lor grassi capponi.
L'Italia, non più il Ponto, né
la Numidia, né le Gallie, né la Britannia ultima, l'Italia! era adesso
la mèta delle sitibonde legioni. Tumultuavano in ogni strada dell'impero,
già verso Arimino e già da Brundisio, sulla Flaminia e sull'Appia;
la quarta, la settima, la Marzia, l'Alauda.
Il sangue orrido dell'impero rifluiva
verso l'orrido cuore.
L'Italia era la mèta delle legioni:
che non il cenno più del dittatore le moveva, con l'aperitivo delle
promesse o la liberalità delle prede: ma le bazzicavano, migragnose
bagasce, gli imbonitori dell'una e dell'altra parte, raddoppiando
la posta di qualche centinaio di sesterzi perché i veterani delle
Gallie e del Ponto avessero a sostenere la migragnosa legalità dell'uno
o dell'altro: dacché l'Italia era la sede della virtù repubblicana
di Antonio e di Decimo Bruto, di Ottaviano e di Irzio, di Dolabella
e di Pansa.
In simili frangenti, tutti i capponi
d'Italia stavano per passare un pessimo quarto d'ora.
La solida e sana rusticità del
paese voleva la vecchia repubblica, la tutela delle vecchie leggi,
però cum grano salis. Depredata, voleva, come al solito, la giustizia:
e piovevano novelle stangate; non voleva la guerra e forniva le reclute,
voleva che i veterani fossero contenti, non voleva che Antonio fosse
malcontento, e nemmeno Ottaviano; le terre le voleva tenere, il Senato
non lo voleva disgustare, i premi ai veterani li voleva pagare, perché
se no si mettono a saccheggiare i pollai; e siccome i premi e le pensioni
eran terra, così gli umori della Gran Madre eran come le nuvole a
marzo.
Un futuro spossessato di Mantova
era per piangere i suoi mugolanti vitelli e, fra il canneto tenero
e 'l braco, le sinuosità vagabonde del Mincio.
Sed
fugit interea, fugit inreparabile tempus.
Nell'impossibilità
di sistemare la vita, sia quella privata che quella pubblica, il Padre
della Patria pensò che, per tirar le orecchie al figliolo, la miglior
cosa sarebbe arrivargli di sorpresa ad Atene. Ma il "figlio Marco"
aveva il diavolo dalla sua: e i venti, le furie da libeccio, costrinsero
lo Jonio a restituire il Padre della Patria alla patria medesima.
Rivomitato sulle spiagge della Calabria, si accorse, per l'undicesima
volta, che i tempi volgevano al peggio.
Tornò a Roma: e constatò subito
che gli umori di Antonio erano più repubblicani che mai. Le carte
del dittatore, di cui Antonio e Dolabella s'erano riservati l'esclusiva
proprietà letteraria, non finivano più di venire a galla: finché sul
fondamento di quelle carte, di quelle disposizioni e di quel testamento,
l'erario fu vuoto. La "lex de permutatione provinciarum"
aveva provocato, in Borsa, un panico senza ripresa: i prestatori trovavano
che l'assassinato... non avrebbe dovuto essere così barbaramente assassinato.
Le prime filippiche occupano oramai
il vecchio procedurista, la di cui inimitabile parlantina risuona
ancora nell'emiciclo, a difesa della più santa e della più perduta
di tutte le cause.
E il "De Officiis",
il compiuto Trattato dei Doveri, si avvia a prendere la sua consistenza
definitiva. Il libro di Poseidonio è finalmente arrivato! Panezio
era già digerito.
A Pozzuoli, nel novembre, le ultime
pennellate, i tocchi della perfezione ultima.
Così nacque la "grande Etica
della Latinità". Il figlio Marco, a cui fu amorosamente dedicata,
aveva finalmente il suo catechismo: e, certo, ne avrebbe fatto tesoro,
non sarebbe più rotolato sotto la tavola.

Carlo Emilio
Gadda, studente del Liceo Classico "Parini" dal 1904 al
1912 e ivi docente di Matematica e Fisica nell'anno scolastico 1924/1925.
Al di là degli
scherzi (se scherzi si possono definire), il passo di Gadda è tratto
dal racconto SAN GIORGIO IN CASA BROCCHI, incluso nella raccolta ACCOPPIAMENTI
GIUDIZIOSI, Milano, Garzanti, 1995, pagg. 76 - 85. |