EGYPTIAN NEWS FROM SHARM EL SHEIK

     Ce l’hai presente quella pubblicità dell’Egitto, quella in cui ti fanno vedere le piramidi giallognole, le spiagge assolate, i cammelli dinamici e la tipa egiziana vestita col top rosso che ammicca verso di te strizzandoti l’occhiolino e sorridendo faraonescamente? Sì, quella che c’è anche nelle metropolitane e nei cartelloni delle strade e su internet e dappertutto: “Egitto: una terra tutta da inventare” o “tutta da scoprire”, non ricordo bene. Sarà anche da inventare o da scoprire, l’Egitto, ma resta comunque il fatto che io l’Egitto non lo inventerei né tanto meno lo scoprirei mai: a parte che non vedo cosa ci sia da scoprire nel cementoso villaggio di Sharm El Sheik e nelle sue sgomentevoli piscine piene di imprenditori italiani nervosi con famiglia a carico in cerca di relax, e poi, caro mio, se vai in Egitto ne scopri veramente di Belle. Di Belle con la b maiuscola, ti dico: scopri che se esci dal tuo climatizzatissimo hotel dalle palme di plastica e dagli onnipresenti corsi di aerobica per casalinghe infaticabili, se t’affitti un cammello o una cammella per una passeggiatina al Cairo, ad Ahab, a Luxor, a Siwa Oasis, a Nuweiba, non puoi far altro che notare: case pardon capanne che colano caldo da tutti i mattoni pardon da tutti i laterizi, ciccione intunicate che t’urlano dietro supplichevoli di comprar le loro banane, pargoli di ciccione intunicate che si fanno la cacca in mano e sembrano dirti “o i soldi, o la cacca” sicchè anche se è solo un “sembrare” tu gli sganci lo stesso i tuoi dieci euro che forse avresti speso per un papiro falso da portare alla suocera… E se invece fuori dal tuo americanizzatissimo hotel non ci vuoi andare perché sai come vanno queste cose o perché sei andato in Egitto per stare nell’hotel climatizzato e non vedi perché dovresti andartene da là, ne scopri ugualmente delle Belle con la b maiuscola ancora più maiuscola: sui giornali, per esempio. A parte le indecorose ghignate che ti provoca una prima pagina dedicata al ritrovamento d’un cucchiaino preziosissimo (??) probabilmente usato all’epoca della regina Nefertiti ma-non-si-riesce-a-capirlo-perciò-sono-in-corso-studi-approfonditissimi-e-costosissimi, a parte l’insopportabile suspance che ti assale quando leggi che l’equipe di Ottawa è arrivata alla fine del suo mandato perché non avendo trovato nulla in vent’anni i banchieri canadesi si sono stufati di perseguire un miraggio inesistente, a parte tutto ciò trovi alcune chicche che sul serio ti fan dire: “Io l’Egitto non lo inventerei proprio, e se lo inventassi, lo inventerei a scadenza: dopo le piramidi e le pazzie di Tutan Kamon, un bel nulla”.

     E ciò che trovi, caro imprenditore nervoso che al posto delle parole crociate hai curiosamente scelto le parole del quotidiano, è ciò che segue: una gigantesca fotazza ( = foto) scolorata raffigurante degli uomini o presunti uomini vestiti di bianco con una tradizionale mascherina egiziana che poi non è una tradizionale mascherina egiziana ma un cappuccio che quegli uomini o presunti uomini si sono spontaneamente infilati. E giustamente ti chiedi: perché si sono ficcati in testa quella mascherina bianca? Perché un uomo vestito di nero sta per sganciare una manganellata a uno di loro? “I soliti dissidenti, i black-block egiziani…” ti dici, e poi: “arrivo cara, arrivo!”, e te ne corri dalla nobile moglie a fare il bagnetto in piscina. E mentre usi a fare il cetaceo in piscina, proprio lì fuori, fuori dal paradisiaco hotel 5 stelle + 3 piscine + trecento camere + spiaggia privata + campo da golf + massaggi shatzu + tv satellitare + escursioni… Mentre usi a mormorare “aaah, aaah che bene mogliettina! aah aah che acqua fresca”, proprio lì fuori, fuori dal paradisiaco hotel 5 stelle + 3 piscine… ci stanno gli auto-incappucciati black-block egiziani che al contrario mormorano “aaah, aah che male!, ah cazzo che male”, in egiziano, ovviamente. E se lo mormorano lo mormorano perché quel tipo vestito di nero di prima gli schiaffa addosso con generosità quelle stesse forzute manganellate con le quali si è orgogliosamente fatto ritrarre nella fotazza scolorata del quotidiano: eccotelo là, il tipo vestito di nero, felice quanto se non più di una Lynn England di Bagdad, nella sua Abhu Graib, che come l’efficiente e laboriosa Lynnie “esegue i suoi ordini”: per quanto riguarda il nostro povero Shadi sono: occhi gonfi, volto grosso quanto un pallone da calcio, ossa spezzate. Legargli le mani dietro la schiena, appenderlo al telaio della porta, legarlo per le gambe a una bombola di gas, ammanettarlo a un anello conficcato per terra e in questo modo slogargli una spalla. Impedirgli di andare al gabinetto, bruciargli le sigarette in un occhio o in fronte e, secondo le preferenze del “Lynnie” di turno, torturarlo periodicamente attraverso scariche elettrice di quindici minuti: si prenda un cavo telefonico – dice l’ordine -, lo si leghi intorno alle dita delle mani o dei piedi o all’orecchio o al pene di Shadi, si faccia ruotare la manovella del quasi-telefono e tztztztzzzzsssstsszz… Scarica elettrica con scarica di insulti incorporata. Se l’imprenditore nervoso in vacanza-relax avesse letto l’articolo, avrebbe scoperto che quella specie di mezzo di informazione che è il quotidiano egiziano non è un vero mezzo di informazione ma un mezzo del Tutan kamon di turno – del capo dell’Egitto di turno, si intende – per ammaestrare all’omofobia le ciccione intunicate e i loro pargoli, ammesso che sappiano leggere. Ciò che questo giornalazzo (usiamo il suffisso “azzo” come dispregiativo) ti dice in un inglese dal tono poco faraonesco è che ventitrè ragazzi sono stati trovati ieri al party del “queen boat” in “perverse attitudes”. E i perverse attitudes ovvero i comportamenti perversi sono – per intenderci – gli stessi perverse attitudes di Oscar Wilde. Gli stessi perverse attitudes di cui si è macchiato il mio coetaneo diciassettenne dell’American University di Midan Al Tahrir - piazza della liberazione (notare il paradosso)- del Cairo: He is accused of "offences" to the public good, the honor of society, and a contempt to moral principles and social tradition, scrive il giornale. “The university student received a 17 years sentence in prison including 2 years hard labor, for posting a personal profile on a gay dating site”. Che tradotto significa: diciassette anni di prigione più due anni di lavori forzati per aver postato su internet un messaggio disperato in cui con ogni probabilità chiedeva “hey, sono gay, c’è qualcuno come me in giro?”. E come lui quei poveracci che nei siti gay arabi implorano la compagnia di un coetaneo qualsiasi, un ragazzo qualsiasi, e che se sono fortunati si mettono d’accordo col primo soldatazzo americano giunto a Kabul o a Bagdad o a Kandahar: si entra in una chat, si fanno due chiacchere con lo Shadi più vicino, ci si incontra e si verifica se ciò che c’è scritto nel sito “gaymiddleeast.com” è vero: se cioè “tutti i gay arabi sono attivi”. Dopodichè, chi si è visto si è visto.

     Se sei fortunato, si intende. Se non ti scoprono, ovvio. Perché se ti scoprono sei fritto. Sei veramente anzi truly fritto. Sei fritto tanto quanto lo è il nostro amico di cui non sappiamo il nome – come non sappiamo i lineamenti degli auto-incappucciati della foto – che non solo ha avuto la sfortuna di essere stato scoperto, ma ha avuto anche la sfortuna di esser stato imbrogliato. Beffato. Ingannato cioè arrestato secondo un piano prestabilito dalla polizia del Qatar che al posto di sfamare i bambini si diletta nel praticare la caccia alle streghe. Ci troviamo nella solita penosissima chat d’un bruttissimo ed anti-estetico sito gay arabo (sai, ci si deve accontentare): il nostro non-nominato ragazzo ora tedesco – che in quanto tedesco presumibilmente bbono chiameremo Frederik – riceve un’incredibile offerta di lavoro e siccome vuole cambiare aria (pare che in Germania un Frederik 2 gli abbia causato una colossale delusione d’amore) parte appunto per il Qatar dove ottiene l’ottimo impiego come manager d’un’azienda promettente. La fruttifera azienda che grazie a Frederik in poco tempo è diventata ricchissima pensa bene di licenziarlo per inserire al suo posto un raccomandato ragazzo arabo le cui nozioni manageriali equivalgono a quelle d’un parsimonioso scoiattolo ovvero a zero; Frederik, deluso dall’azienda - il cui nome è ovviamente censurato - più di quanto non lo fosse da Frederik 2, decide di tornare in Germania ma… La polizia del Qatar, che evidentemente non sa cosa fare, gli gioca un brutto scherzo: paga un apprendista-poliziotto per adescare Frederik, li fanno incontrare e durante questo colloquio l’apprendista-poliziotto propone un po’ di hashis a Frederik, il quale all’inizio rifiuta, ma poi, incantato dall’Aladino del Qatar, da buon berlinese, accetta la droga. Ecco che dopo aver verificato con piacere la leggenda di gaymiddleeast.com sull’attivismo dei giovani arabi Frederik sente che la porta di casa viene sfondata e venticinque poliziotti (proprio venticinque, non uno di meno) lo portano – con l’accusa di detenzione di alcolici, di hashis, di perversione…- nella Abhu Graib di turno dove villeggerà cinque mesi in compagnia di carcerieri e carcerati non proprio gay-friendly… Il resto ve lo lascio immaginare.

     E se non ne avete voglia, lo potete leggere su internet, sui vari gayarab.com e gayegypt.com che troverete senza difficoltà attraverso un qualunque motore di ricerca. Fatevi anche una chiacchierata con lo Shadi di turno, sempre se ne avete voglia…
     Il punto è che i soldatazzi americani prima o poi – speriamo più prima che poi – torneranno a casa. Che all’imprenditore nervoso in vacanza-relax a Sharm non importa un fico secco anzi una palma secca di ciò che accade nelle Abhu Graib egiziane, dei crimini che in nome dell’umanità, in nome della dignità, uccidono l’umanità, uccidono la dignità. Delle sevizie che in Egitto e in Eritrea vengono applicate a suon di manganellate agli omosessuali. Dei cinque anni di prigione che nel Sahara Occidentale, in Marocco, in Algeria, in Tunisia, in Libia, in Siria, in Somalia… vengono loro generosamente accordati. Degli ergastoli che in Oman, Katar, Kuwait vengono loro regalati come in quei posti nessuno regalerà mai un po’ d’acqua agli assetati. Della pena di morte che colpisce gli omosessuali in Mauritania, Sudan, Arabia Saudita, Yemen… Sì: la pena di morte. Hai letto bene, la pena di morte. La stessa pena di morte che in Europa e in tutti gli stati civilizzati si nega persino a chi violenta e brucia vive le bambine di sette anni con la maglietta rossa del “Manchester United”, a chi ammazza la gente come si ammazzano le formiche, quella stessa pena di morte viene applicata a gente che di colpa ne ha solo una: essere nati nel paese sbagliato.
 

Giacomo Cardaci