Imparando a sognare

 

    Sentivo il vento alzare il sacchetto. Era bianco, e aveva voglia di volare. Tutto, quel giorno, voleva volare. Il cielo era ancora grigio, ma era appena l’alba, ancora il sole non si vedeva. Si capiva però che il tempo era strano, la giornata sembrava potesse diventare bella, eppure quel vento.. sentivo muoversi il sacchetto nell’aria, lo vedevo volare, ballava nell’aria. Il sacchetto bianco s’intonava benissimo con il colore del cielo. L’aria non era calda, ma neppure fredda; il vento sì, era fresco, ma molto piacevole, accarezzava il sacchetto e lo faceva volare. Sembrava sparire, tanto in alto era andato. Si confondeva con l’aria, ma resisteva, è vero che si faceva coccolare dal vento ma l’aria l’avvolgeva, lo soffocava, gli toglieva vita, lo spingeva a terra, e oggi, il nostro caro sacchetto di plastica sottile e mezzo rotto- non era né di Armani né dell’Esselunga, era bianco, piccolo fragile- aveva tanta voglia di volare. Avvolto dall’aria riusciva miracolosamente a volare.
    La strada era deserta. Mi trovavo in mezzo a quella deserta via un po’ insabbiata, da entrambe le parti case. Eppure fuori non c’era nessuno e tutto ciò che riuscivo a sentire era il vento e tutto ciò a cui donava vita. Poco più in là vidi sollevarsi un piccolo mucchio di foglie, era strano, era già primavera, eppure tutte quelle foglie erano secche. Prima le foglie strisciarono un po’ per terra. Poi, piano piano si sollevarono. Era uno spettacolo bellissimo. Un vento di colori si alzava davanti a me, il sacchetto ballava ancora, ma ora la monotonia di quel cielo strano e triste veniva spezzata e riscaldata dai colori, le foglie si alzavano sempre di più, mi sono trovato immerso nei colori, circondato dai colori, anch’io ballavo, con i colori. Non potevo camminare, c’erano le foglie. In spiaggia mi sono sdraiato. La sabbia sotto di me era ancora fredda, morbida, confortevole. Mi lasciai andare. Ero sdraiato sulla sabbia, davanti a me ora c’era il mare, dietro, ballavano un sacchetto, il vento, l’aria, e i colori. Il mare batteva forte contro la sabbia, forse anche il mare oggi, con quello strano vento, voleva volare, almeno ci provava. Il vento ora si riempiva di goccioline, pieno di profumi, pieno di ricordi. però non volevo pensarci. anche io volevo volare. chiusi gli occhi. non vedevo niente, ma sentivo, il vento, l’acqua, mi accarezzavano il viso, sentivo le foglie agitarsi, e i profumi mi facevano sognare.
    Anche io stavo volando. Aprì gli occhi e notai con stupore che il mare ed il cielo si confondevano, forse il mare aveva imparato a volare o la forza del vento era tale che era riuscita addirittura a sollevare il mare? Sembrava nebbia davanti a me, improvvisamente il mare non c’era più, solo nebbia, è vero, un mare di nebbia. Era tornata la monotonia iniziale, il cielo davanti a me era tutto dello stesso colore, adesso non volevo girarmi, mi intrigava, l’infinito, il mare. Lame d’oro ed argento, una folata di vento dolce e tiepido, come un rasoio la luce spezzò di nuovo la monotonia. Stava spuntando il sole. Davanti a me precipitava tutto frettolosamente, prima ricordo tutto sospeso in aria miracolosamente, ed ora il mare cadeva, il cielo si alzava. L’aria non più grigia, ma azzurra, arancione,rosa, luminosa. Non mi sono mosso fino a quando non ho visto iniziare piovere raggi di luce. Tutto, vedevo bagnarsi tutto di quella strana pioggia: la luce. Mi alzai. Attraversavo la stessa via. Le foglie, più romantiche che mai, i colori brillavano, ma quella pioggia pesava sulle loro ali e anch’esse le vidi poco dopo a terra. Tutto, quel giorno, voleva volare, eppure era tutto caduto a terra, non potevano fare nulla, ma il sacchetto, il nostro piccolo e caro sacchetto, ci teneva particolarmente a stare in aria, continuare a ballare, e soprattutto volare. anche esso si vide schiacciato dalla forza della luce eppure oppose resistenza, resisteva. Ora si distingueva chiaramente il sacchetto in quel cielo blu brillante. Assumeva addirittura un aspetto più nobile, grande e forte. Ogni volta che rischiava di cadere a terra si rialzava, volava, e brillava. Ad un certo punto mi sembrò addirittura di non vederlo, per un attimo avevo pensato che ce l’avesse fatta, almeno lui aveva raggiunto l’eternità. Poi però lo vidi, a terra. Era rotto, sporco, non bianco e splendente, ma grigio e vuoto. Era triste. E ormai neanche l’aria, né il vento riuscivano a muoverlo. Versai qualche lacrima per lo spettacolo a cui avevo appena assistito e poi mi lanciai. Saltai, mi lasciai cadere. Tutti quella mattina volevano volare, anche io.

    Vedevo il sole e capivo di essere sveglio, sentivo il vento e mi sentivo vivo, davanti a me il mondo si copriva, si avvolgeva in una morbida, grande coperta, comunemente detta aria. Ho visto il mare, le onde increspate, bagnate dai primi raggi di luce, la luce mi ricorda la vita, gli antichi divertimenti, i vecchi piaceri, forse anche gli amici. Forse sono più vicino oggi alla vita di quanto non lo fossi ieri: oggi vedo il sole, la luce e mi accorgo di essere triste, i miei occhi si coprono di memorie, una lacrima, piccola, un diamante, una perla, vedo le onde incresparsi, e battersi contro gli scogli, l’acqua si rompe, la quiete, la pace svanisce, vedo- scorgo- la vita, mi accorgo, mi ricordo delle vecchie disperazioni, le inquietudini che in realtà sono vita. La finestra nel mare sparisce. Sento musica, è strana, porta dentro la vita, la musica si fa più forte, la sento addosso, mi sta inseguendo, mi scontro, incontro la musica: vedo fiumi. Di persone. Corrono, il dolore si fa insopportabile, sono invaso da sentimenti, la musica prende tutti i miei sentimenti, sopraffatto dal dolore di vedere altri, muoversi. Mi trovo in mezzo al fiume, ai fiumi. Io sono là in fondo, eppure mi vedo, come se mi trovassi esattamente sopra di me. Mi lascio cadere, l’aria che prima mi accarezzava ora mi taglia, cado, ora la luce si è spenta. Mi trovo solo, volo…un volo…un volo solo, sono da solo. Sopraffatto dal vedere il mondo vomitare umanità ora mi ritrovo solo, forse come prima, forse più di prima, ora sento anche le dolci note della malinconia. Un rumore fortissimo, uno scoppio, vetri rotti, urla, pianti, la complessità della disperazione del mondo: sento una risata. La mia.

    I want to see it! Voglio vederlo!! Eppure lo allontanavano. Io lo inseguivo, lo rincorrevo, volevo vederlo ma non potevo.
    Fu l’ultima volta che ne ebbi la possibilità, dopo quel giorno la mia vita è cambiata. Inizio a pensare. Ora che ci penso forse non ho mai fatto l’intento di vederlo. Non ho mai cercato. Non mi sono mai impegnato. È scappato, me l’hanno strappato, me l’hanno rubato, l’ho fatto scappare, l’ho fatto rubare. Pigrizia. Inerzia. Pesantezza. Ora mi dispero, mi strappo i capelli, piango, grido, urlo, ho perso il controllo dei miei sensi. Dimostro una forza a me sconosciuta. Salto.
    L’aria s’impossessa del mio corpo. Sono avvolto dall’infinito. L’aria è gelida eppure non mi dà fastidio. Un momento eterno. Dall’alto vedo un corpo. È il mio. Sono morto. Ho saltato. Mi sono buttato. Ho cercato la salvezza. Non ho affrontato le mie responsabilità. Mi sono buttato. Ho saltato. Non potrò mai più vedere niente. Il mio mondo è incolore. Amore sfuggito, amore spento, perdizione della nostra anima, peccato, sensi di colpa, negazione dei sogni, morte dei sogni, morte dell’amore, quando tutto davanti a me sembrava essersi spento, mentre tentavo l’eterna salvezza avvolto in quel lenzuolo che è comune chiamare aria, ho visto le stelle. Eterna luce. Speranza salvezza nella perdizione……..
    Ormai tutto si è spento. Non vedo niente, non sento nulla, eppure è tutto lì, tutto spento! Io ero immobile, ascoltavo il silenzio, sentivo la musica che proveniva dall’infinito buio, dall’infinito sospeso nel nulla. Musica, improvvisamente tutti i miei sensi venivano catturati dalla luce, come un fiore che sboccia, davanti a me la luce tagliava il buio, non c’era niente in quel preciso instante che io potessi fare, ero da solo in una buia stanza, guardando un fiore di luce. La luce sparisce, mi lascia solo, questa volta in una vasta distesa, potrebbe essere un deserto, ma no, non può essere un deserto, sento cantare le onde, e poi dove prima non ero stato capace di vedere niente, vedo luccicare, un mare di stelle. Io sono in mezzo alle stelle, sono nel mare, il mio sguardo viene bagnato da un raggio di luce, la luna, ora mi sento sospeso nell’immenso cielo, non è vero che l’uomo non sa volare, io ho volato. Il tempo si ferma, la luce sparisce, non so più dove mi trovo. Però musica. Sento musica.

    Così fu. e lui mi rispose: BELLAAAAAAAAAAAAAAAAAAA...............
La cosa più divertente però era che io a lui non avevo detto niente. io non lo conoscevo. eppure lui mostrava grande confidenza. sembravamo grandi amici. ma io giuro di non averlo mai visto prima. ero sdraiato sul letto. ripensavo a tutto ciò che era successo in questi giorni. NIENTE!!!!. gli occhi non riuscivano a chiudersi. inizialmente la casa era sveglia. luci erano accese. familiari, ancora, ridevano, guardavano film. poi la luce si affievolisce. solo una, piccola. mio fratello è di là che legge. legge fino alle 2. anche io leggo, non riuscendo a dormire. poi buio. ma io sono ancora sveglio. un male oscuro mi perseguita. mi dona forza permettendomi di non sentire il sonno ma mi tormenta. mi spaventa. questo male oscuro si impossessa di me. fa di me ciò che vuole. ma cosa vuole? in molte religioni ciò che io provo viene banalmente definito "coscienza". ma io vi assicuro che non lo é.
    Antiche paure riemergono da sotto le coperte. vecchi sentimenti: quelli che uno prova da piccolo quando si spengono le luci e si ha paura. senso di angoscia, di oppressione. se ci pensiamo non è il buio a spaventarci, è proprio quella forza misteriosa ma feroce e cattiva che s'impossessa di noi. eppure tutti anche i più grandi attribuiscono questa paura al buio: ci circondiamo di luci. la città è invasa dai lampioni... ma la luce da noi riprodotta è falsa. è scadente. arancione pesante. rende, quel buio pulito, squallido e veramente spaventoso. voglio buttare via le coperte. uscire dal letto accendere la luce per scacciare ogni forma di "fantasma", invece mi copro. tento disperatamente di addormentarmi. ho caldo. un caldo mostruoso. ma la coperta è tutto ciò che mi separa da lei. la forza misteriosa. ormai è lì. la sento. so che è lì. Perché ormai è arrivata l'ora di sognare, invece io mi sono messo a pensare. la mia mente è invasa da ogni sorta di pensieri. ma ce n'è uno che più di ogni altro mi sconvolge: voler dormire. potrei. sarebbe facilissimo. invece mi sento impedito. c'è qualcosa, forse pigrizia. non riesco a trovare la forza e la volontà d'animo per addormentarmi. però lo voglio disperatamente. il solo pensiero mi tormenta e mi fa pensare a tutt'altro. e così il mio obbiettivo si allontana sempre di più. è quasi irraggiungibile. mi addormento.
    Poi improvvisamente: un battere alla porta. Chi sarà, mi chiedo, ma la stanchezza, o pigrizia, è tale che non ho nessun’intenzione di andare ad aprire. Continuano a battere. Decido, dopo un’ora, di andare ad aprire. Mi avvicino alla porta, cerco di aprire. Non ci riesco. Fuori continuano a battere, a suonare. Dentro io inizio a impazzire. Il suono. Il casino è insopportabile. Poi anche il telefono!!! Lo squillo è lungo ed eterno.
    Cosa fare: aprire la porta ( pur non riuscendo) o rispondere. Vado a rispondere. Fortunatamente trovo il telefono mobile. Tiro su e vado di nuovo alla porta. La quale non si apre. Mi accorgo che le chiavi sono sbagliate. Ma non ce ne sono altre!! Le avrò perse?? No, impossibile. Caso mai me le hanno rubate!!!! Rispondo. Non riesco a sentire niente. Solo il dannato rumore della porta (che secondo me a forza di batterci sopra sarebbe caduta!!!) cerco di guardare per vedere chi sia fuori. Ma niente. Doveva essere veramente forte però. Rispondo (al telefono). Tutto ciò che riesco a sentire sono due stranieri che si parlano. Io cerco di farmi sentire, ma loro proseguono incoscienti. Come se io non ci fossi. Li sento parlare di sesso. Lui chiede a lei se le è piaciuto ieri sera. Lei non risponde: un lungo susseguirsi di rumori osceni.
    Voglio riattaccare ma non posso. I rumori mi perseguitano anche col telefono spento. Sto impazzendo e a questo punto tra la porta che si bussa da sola e l’orgasmo vivente mi sto anche spaventando.
    Decido di chiamare la polizia. Prendo il cellulare. Ma il numero sembra non funzionare. Provo : 112, 113, 118, 911. Ma niente., nessuno è lì per me.
Penso: “ forse mi vogliono morto….”
In mezzo a tutto quel casino., la porta che batteva all’infinito, il telefono che riproduceva rumori erotici…. La polizia che era morta, io mi sono messo ad urlare!!!!!!
    Sentivo qualcosa che mi stava tagliando la gamba. Io già pensavo che fossero arrivati gli assassini della congiura: per uccidermi. Invece, metto la mano in tasca. Le chiavi…

    Decisi di partire al più presto

    Sull’aereo: sono partito da dieci minuti. Le sei e un quarto, il mondo si prepara a chiudere gli occhi, si avvicina la notte, al mio finestrino bussano le prime ombre. A terra quando sono partito ormai regnava da qualche istante il regno buio e triste di una notte piovosa. Eppure il sole è stato lì tutto il giorno. Sono partito da dieci minuti. Subito prima di partire, sopraffatto dalle tenebre, mi sono addormentato, cullato dal rombo dell’aereo. Sono partito da dieci minuti, ero addormentato. Come quando la notte improvvisamente ci alziamo, dopo dieci minuti di viaggio sono sveglio. L’aereo lascia sotto di sé un mare in tempesta.
    Vedo davanti a me una signora, legge e parla, parla di poesia. Intravedo dal mio sedile le pagine da lei commentate. Legge Montale. Non sento una parola di ciò che dice, ma miracolosamente, leggo i primi quattro versi di una poesia.
Sotto di noi si estende una pianura infinita di nuvole, sotto di noi si estende il buio. Come onde le nuvole s’increspano, come onde le nuvole ancora per poco si bagnano degli ultimi raggi di luce, al tramonto. Un mondo infinito, un oceano infinito, all’orizzonte come un enorme aspirapolvere il sole tramonta e con sé porta tutto ciò che dona vita, porta via la luce, uccide i colori, rimane una oscura monotonia, il tempo si ferma; poi però le Alpi, scorgo un libro di poesie: leggo: “la luce che diffonde il Monte Amiata…” Il sole, risucchiato, resiste, lancia ultimi raggi di luce, sofferti, come rasoi, lame d’oro e d’argento, tagliano l’infinito buio; il sole viene soffocato, il sole, la luna, i colori, il mondo, tutti piangono, si avvicina la notte. Il sole non si arrende, riesce a colorare il buio per gli ultimi secondi, i quattro raggi, oppressi e sofferti, nelle tenebre aprono file turchesi, azzurre, verdi. “… quando il sole declina - la folata di vento che dall’orizzonte s’avvicina…”
    Sopraffatto dalla forza del “monocolour” l’origine della vita, dei colori, la luce, sparisce. Intorno a noi dall’infinitamente grande – vasto - , trascinati – catturati - dalla “folata di vento che dall’orizzonte s’avvicina”, il nulla. Fuori rimane una oscura monotonia, il tempo si ferma.
Poi però, una fioca luce tocca il mio occhio. L’aereoporto. La città. “… questo vorremmo possedere” luce.
    La signora ha chiuso il libro, l’uomo accende le sue luci. Mi chiedo se ho sognato o se sia questo il sogno, incubo. Quattro versi di Eugenio Montale cantano nelle mie orecchie, sono la mia consolazione:


“la luce che diffonde il Monte Amiata
quando il sole declina
la folata di vento che dall’orizzonte
s’avvicina. Questo vorremmo possedere”
un treno un taxi sono a casa.

    Ormai era tardi. E mi sembrava tutto finito. Invece era appena iniziato, tutto. Improvvisamente mi sono accorto che ciò che davvero mi tormentava era la solitudine. Il peggio è che non mi ero mai accorto di essere solo, infatti apparentemente non lo ero, ero continuamente circondato da persone, amici, mi volevano bene, e anche io, l’ammetto, gliene volevo. Però c’era qualcosa in tutti loro che mi allontanava dal loro mondo, che mi voleva far scappare. Volevo scappare, ma non me n’ero mai accorto. Il mio profondo desiderio di fuga, in questi ultimi mesi, mi aveva portato ad isolarmi, mi trovavo solo, gli amici di cui vi ho parlato prima, mi volevano bene, ma ormai non mi capivano, e quindi non mi parlavano. Ero stato dimenticato, da me stesso, ed ora, per mia colpa, mi ritrovavo dimenticato da tutti. Questa sensazione che per la prima volta, oggi si manifestava apertamente, e chiaramente, mi portò a chiudermi in una buia stanza. Credevo che in estrema solitudine, nell’assoluta assenza di colori, di luce, e quindi di vita, avrei trovato, ciò che non ero stato in grado di trovare negli amici, forse avrei finalmente capito da cosa scappavo. È strano osservare il buio. Non si vede niente, tutto perde forma, consistenza, il tempo si ferma, e come per miracolo si apre l’infinito, e riusciamo a vedere strani colori, strane forme, ci parlano, è raro che qualcuno si chiuda al buio, al silenzio, e ascolti, osservi. Era un’occasione unica, io vedevo le luci nel buio, ascoltavo la sua melodia, intanto il buio mi osservava e mi si scopriva, si rendeva vulnerabile. Io ho scoperto il segreto del buio. Il segreto del buio è la luce che ci è racchiusa. Passai le prime ore ad ascoltare. Cercavo di ricordare da quando tentavo la fuga, ma poi preso dalla malinconia di troppi ricordi e soffocato dalla tristezza e dalla solitudine in cui mi trovavo, mi lasciai andare in un dolce pianto. Piangevo. È strano ma ad un certo punto volevo uscire. Era toppo il buio, era troppa la solitudine, dovevo rivedere la luce. La porta però non si apriva. Io giravo la maniglia eppure non si apriva. In un primo momento pensai di non essere ancora pronto per uscire, c’era qualcosa che dovevo ancora scoprire nel buio, c’era qualcosa che il buio doveva ancora dirmi, però piano piano capii che non era il buio a tenermi chiuso ma semplicemente la porta che era stata chiusa da fuori. Disperato. il buio è troppo triste, il silenzio ti fa impazzire. Non riuscivo a distinguere nulla, mi sembrava di essere compresso in un nero cubo, il tempo sembrava fermo, avevo caldo, disperato, mi mettevo ad urlare, ero convinto che qualcuno mi sentisse, invece nessuno. Picchiavo contro la porta, piangevo, urlavo, erano già ore che ero chiuso, lontano da tutto ciò che io consideravo vita, i colori, la luce, il rumore delle parole, la presenza anche fastidiosa degli altri, adesso il buio aveva perso tutto il suo incanto poetico, si era trasformato in quella antica e terribile presenza che fin da piccolo mi faceva passare notti insonni, non capivo se a spaventarmi fosse il buio o il ricordo della luce, luce che probabilmente non avrei mai più visto. Rassegnato dopo qualche ora che ho battuto contro la porta, le mani ormai insanguinate - è brutto sapere che si sta perdendo sangue, lo senti il dolore, ma non riuscire neanche a vedere il colore rosso.. - mi sono sdraiato. Sono improvvisamente stato catturato dal sonno, mi sono accorto con stupore di essere stremato. Ero stanco. Mi sono addormentato. Un’esplosione di luce mi fece riaprire subito gli occhi, però la stanchezza pesava troppo sulle mie palpebre, e poco dopo mi lasciai cullare dai miei tormenti, dai miei sogni, dalla mia stessa oscurità.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.”
( Salvatore Quasimodo)

    Come morto giacevo per terra. Tutto intorno a me sembrava morto. Ma proprio in quel luogo ove nessuno mai sarebbe andato c’era la vita. Un sogno

Raymundo Treves

 

Questo racconto è stato selezionato tra i dieci finalisti del Concorso Modello Pirandello XVI Edizione - Agrigento, 7 dicembre 2003