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Quali
scelte di sceneggiatura e di regia fanno slittare il film “Troy” di
W. Petersen verso il genere fantasy, deludendo con ciò gli
spettatori che, pur concedendo
al regista ampia libertà , vorrebbero sentire riecheggiare
la tonalità epica, sublime e tragica dell’Iliade? Non si tratta
solo delle facce dei guerrieri o della grafica del titolo, o dei talismani
come “la spada di Troia”. Le scelte della sceneggiatura si ricollegano
da vicino alla rielaborazione
operata in epoca medievale sulle leggende della guerra di Troia, in
una direzione romanzesca e cavalleresca (l’esempio più famoso
è, appunto, il “Roman de Troie” di Benoit de Sainte Maure).
A cominciare dall’intreccio: la scelta di
narrare, in qualche modo, l’intera guerra in ordine cronologico, come
nel “romanzo di Troia” anziché operare la selezione, la concentrazione
dei fatti che rende artistica la trama dell’Iliade; la presenza di
personaggi interamente negativi (il guerrafondaio Agamennone e il
suo brutale fratello, che non a caso vengono fatti morire all’interno
del film), anziché il fertile e tragico confronto a due che
si stabilisce nelle grandi scene dell’Iliade, senza ricadere nella
polarità schematica tra il bene e il male. Inoltre le vicende
e i valori di riferimento dei personaggi principali: Achille, anziché
scatenare la propria ira nefasta, e vivere scelte tragiche nei rapporti
coi propri compagni e con l’amato Patroclo, piuttosto rifiuta di collaborare
col suo indegno “signore” Agamennone; egli è privo di dimensione
erotica omosessuale, entra e muore a Troia per cercare Briseide; il
personaggio richiama l’Achille delle leggende cortesi, coinvolto in
storie d’amore come un cavaliere con la sua dama, è l’eroe
“che con amore al fine combatteo”, come dice Dante sulla scorta dell’immaginario
medievale. Ettore, privo dell’orgoglio guerriero, della complessità
di ruoli e della tensione verso il ricordo dei posteri che lo caratterizzano
nel poema omerico, qui é totalmente
cavalleresco, senza che s’incrini mai il suo codice; non è
soggetto attivo delle grandi scelte eroiche cariche di conseguenze
anche tragiche per il suo popolo (la decisione di condurre l’attacco
alle navi, la scelta del confronto con Achille, entrambe operate,
nell’Iliade, contro la prudenza degli anziani, di Priamo e degli indovini
come Polidamante), ma il modello del figlio devoto e del guerriero
subordinato e fedele al suo re e signore; questo Ettore richiama il
perfetto cavaliere delle leggende medievali a partire dalle quali
Shakespeare compose, in chiave amara e antieroica, la grande tragedia
“Troilo e Cressida”.
Ne deriva nel film un’intonazione spettacolare,
a volte un po’ elegiaca, mai tragica. I personaggi perdono tensione,
conflittualità e grandezza. Aspetti confermati dalle scelte
del regista: affidare il ruolo di Elena a una modella, insistere sull’aspetto
muscolare e
spettacolare. Dal film scompare Ecuba, con la sua intensa passionalità
materna e mediterranea, si ridimensionano nella sceneggiatura e nella
recitazione le richieste e il lutto di Andromaca. Astianatte alla
fine si salva, come proponeva un filone secondario di leggende già
antiche, ma soprattutto secondo l’impostazione medievale che affidava
al figlio di Ettore il
ruolo di antenato rispetto alle dinastie regnanti di Francia e d’Inghilterra.
La stessa Briseide del film richiama gli andirivieni tra Troia e il
campo greco della Briseide/Criseide medievali (spesso confuse: per
esempio nella Cressida di Shakespeare).
Ma perchè questa gusto romanzesco
e la sordità completa verso la dimensione epica e tragica?
Certo, naturalmente è Hollywood. È
difficile che vi si compongano film che, nella rappresentazione della
guerra e del male storico, raggiungano l’intensità dell’Iliade
e la profondità delle “Troiane” di Euripide.
Ma
la guerra vera – lo vediamo purtroppo in questi giorni – assomiglia
in molte cose più a quella narrata nell’Iliade che alla versione
cavalleresca del “romanzo di Troia”. Stiamo rivedendo negli attentati
suicidi la scelta di morire portando con sé chiunque nella
morte, che appartiene all’Achille omerico ancora prima che ai personaggi
di Dostoevskij; l’esercizio del sadismo sui corpi nudi dei vinti;
lo scontro senza pietà e senza cavalleria, le decisioni tragiche
e il rischio delle catastrofi. Fare i conti con l’epica di Omero significa
interrogarsi più in profondità sulle dinamiche della
guerra, anziché accontentarsi di veder morire sullo schermo
i “cattivi” Agamennone e Menelao.
Vittoria Longoni |