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Walter
Tobagi era nato il 18 marzo 1947 a San Brizio, una piccola
frazione a sette chilometri da Spoleto, in Umbria. All'età
di otto anni la famiglio si trasferì a Bresso, vicino
Milano (il padre Ulderico faceva il ferroviere). Cominciò
a occuparsi di giornali al ginnasio come redattore della
storica «Zanzara», il giornale del liceo Parini. Di
quel giornale - diventato celebre per un processo provocato
da un articolo sull'educazione sessuale - Tobagi divenne
in breve tempo il capo redattore. Nel gennaio del 1963
pubblicò il suo primo articolo: un'intervista a Helenio
Herrera, allenatore dell'Inter di quegli anni. In realtà,
questo era il primo «pezzo» per la «Zanzara», ma non
il primo articolo in assoluto di Walter, che da qualche
anno collaborava al settimanale sportivo «Milan-Inter».
Lavorava certo per aiutare la famiglia ma anche per
potersi comprare libri, tanti libri, che «divorava».
A 15 anni era un giornalista sportivo, assiduo frequentatore
del San Siro: la domenica, dopo la partita, andava in
tipografia a seguire l'impaginazione di due o tre pagine
che spesso scriveva tutte da solo.
Sul giornale del liceo però, si occupava sempre meno
di sport e più di argomenti «seri», di commenti su fatti
culturali e di costume, partecipando a polemiche appassionate.
Sono in molti a ricordare la risposta a un articolo
di Ludovico Juker. Juker, figlio di ricchi industriali
ed estremista marxista, aveva scritto un «pezzo» (si
intitolava «La corsa dei topi») che si ispirava a teorie
massimalistiche. Walter, figlio di proletari, rispose
con una nota di tono moderato, di ispirazione cattolica.
In terzo liceo (anno scolastico 1965-66) venne eletto
negli organi di gestione della scuola con l'incarico
degli «affari culturali». In tale veste scelse i nuovi
redattori della «Zanzara»: gli stessi studenti (Marco
De Poli, Beltramo Ceppi e Marco Sassano) che poi vennero
coinvolti nello «scandalo» storico. Già in quella lontana
occasione Walter dette prova di abilità dialettica e
di moderazione riuscendo a conciliare conservatori ed
estremisti, tolleranti e intolleranti: doti non comuni
che utilizzerà pienamente in seguito, non solo nei dibattiti
all'interno del «Corriere della Sera», ma soprattutto
per conciliare le diverse tendenze dell'Associazione
lombarda dei giornalisti, di cui diventerà presidente.
In terza liceo Walter aveva conosciuto Maristella Olivieri
che sposò nel 1972. Un anno dopo nacque Luca. «Per lui
- ha detto un collega di lavoro - Walter lasciava qualsiasi
impegno, per importante che fosse. Diceva sempre che
prima c'era suo figlio e poi tutto il resto. Anche telefonargli
era diventato impossibile: si interrompeva in continuazione
per andare a imboccare Luca». Il bambino lo seguiva
ovunque ed era rimasto turbato dalle minacce di morte
che arrivavano al padre da parte dei terroristi. l'altra
figlia, Benedetta, era troppo piccola per rendersene
conto. Walter era preoccupato, da quando aveva scoperto
che il suo nome era stato trovato in documenti dei covi
Br come obiettivo da colpire, ma si era rifiutato di
prendere particolari precauzioni: si limitava solo ad
uscire di casa in orari diversi.
La sera prima di essere assassinato, presiedeva un incontro
al Circolo della stampa di Milano, per discutere del
«caso Isman», un giornalista del «Messaggero», incarcerato
perché aveva pubblicato un documento sul terrorismo.
Aveva parlato a lungo della libertà di stampa, della
responsabilità del giornalista di fronte all'offensiva
delle bande terroristiche: problemi che aveva studiato
ormai da anni e che conosceva a fondo. Aveva pronunciato
frasi come:
«Chissà a chi toccherà la prossima volta». Dieci ore
più tardi era caduto sull'asfalto sotto i colpi di giovani
killers. E, purtroppo, non è stata l'ultima vittima
di quei tragici anni.
Dopo la fase del liceo, Tobagi era entrato giovanissimo
alI' «Avanti!» di Milano, ma era rimasto pochi mesi
passando al quotidiano cattolico «l'Avvenire», a quel
tempo in fase di ristrutturazione e di rilancio. Il
direttore di quel giornale, Leonardo Valente, ha detto:
«Nel 1969, quando lo assunsi, mi accorsi di essere davanti
a un ragazzo preparatissimo, acuto e leale. Di lui ricordo
le lunghe e piacevolissime chiacchierate notturne alla
chiusura del giornale. Non c'era argomento che non lo
interessasse, dalla politica allo sport, dalla filosofia
alla sociologia, alle tematiche, allora di moda, della
contestazione giovanile. Affrontava qualsiasi argomento
con la pacatezza del ragionatore, cercando sempre di
analizzare i fenomeni senza passionalità. Della contestazione
condivideva i presupposti, ma respingeva le intemperanze».
Tobagi si occupava, almeno nei primi anni, proprio di
tutto. Vediamo prima quali erano i temi affrontati nei
suoi articoli sull'Avanti» nel periodo gennaio-giugno
1969. Passava da argomenti di politica estera (citiamo
dai suoi «pezzi»: «Prospettive dello scudo nella Comunità
europea», «L'unificazione dell'Europa èuna battaglia
democratica», «Il miracolo economico della Germania
dietro il muro», «Non è solo De Gaulle a ritardare l'unificazione
europea», «Per il Medio Oriente partita a tre», ecc.),
a quelli relativi a scuola e università («Prospettiva
della scuola nella Cee», «Anche gli incaricati votano
nel consiglio di facoltà», «Una scuola selettiva che
favorisca chi può», «Il significato e le prospettive
del movimento studentesco», ecc.), a temi relativi all'informazione
e alla cultura («La scommessa dei tecnocrati»; «Per
un nuovo rapporto coi lettori»; «La vicenda del poeta
nel dramma della Spagna» «Le Monde: ragioni di un successo
che pareva impossibile», «Televisione e letteratura»,
ecc.) a temi di cronaca varia e sportiva.
All' «Avvenire» si occupava di argomenti diversi, ma
andava sempre più definendosi il suo interesse prioritario
per i temi sociali, per l'informazione, per la politica
e il movimento sindacale, a cui dedicava molta attenzione
anche nel suo lavoro «parallelo», quello universitario
e di ricercatore.
Vediamo rapidamente i temi affrontati nel giornale cattolico
nel periodo 1969-1972. La prima inchiesta ampia pubblicata
è sul movimento studentesco a Milano: quattro puntate
di storia, analisi, opinioni sui gruppuscoli e sulle
lotte del movimento degli studenti in quegli anni: un'inchiesta
che Costituì la «base» per un più organico e ampio lavoro
pubblicato nel 1970 da Sugar col titolo Storia del movimento
studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia. Sul
frontespizio del libro si leggeva: «Il Movimento studentesco
espressione dei ceti medi proletarizzati può essere
considerato di fatto una avanguardia proletaria? Dalla
prospettiva del Movimento il Partito comunista va considerato
come 'l'ala destra del movimento operaio' oppure 'l'ala
sinistra della borghesia'? E a sua volta il Movimento
studentesco è «l'ala sinistra del movimento operaio»,
oppure il nucleo del partito rivoluzionario?».
Aveva poi iniziato a occuparsi di problemi culturali,
con note su Adorno, sul consumismo, sulla ricerca storica.
Fra centinaia di «pezzi» notiamo un corsivo pungente
su un «mostro sacro» della nostra letteratura, Alberto
Moravia, che venne accusato di essere un intellettuale
integrato «in una società che trasforma tutto, anche
l'arte, in oggetto di consumo», ed è poi definito una
sorta di «rivoluzionario dell'elzeviro».
Ma Tobagi non trascura i temi economici: si misura in
inchieste a diverse puntate sull'industria farmaceutica,
la ricerca, la stampa, l'editoria, ecc. Così, senza
accantonare i temi cari alle sue corde (come le contestazioni
studentesche; le analisi dell'estremismo giovanile,
che in quegli anni si definiva «cinese»), Tobagi si
mostra, in quel periodo, interessato anche alla politica
estera: segue con attenzione i convegni sull'Europa;
scrive sul Medio Oriente, sull'India, sulla Cina, sulla
Spagna alla vigilia del crollo del franchismo, sulla
guerriglia nel Ciad, sulla crisi economica e politica
della Tunisia, sulle violazioni dei diritti dell'uomo
nella Grecia dei colonnelli, sulle prospettive politiche
dell'Algeria e così via.
Timidamente però il cronista Tobagi comincia a entrare
anche sul terreno politico e sindacale dopo essersi
«fatto le ossa», come diremo, sulle vicende del terrorismo
di destra e di sinistra. (Tra parentesi, ricordiamo
che, a quel tempo, nella stessa sinistra si manifestavano
forti remore ad accettare un terrorismo rosso: tutto
veniva etichettato come «nero», più o meno mascherato;
ogni gruppo che compiva attentati era «opera di fascisti
e provocatori»). Ma, dicevamo che Tobagi aveva cominciato
a invadere il terreno politico con analisi sui risultati
elettorali del '72, nelle aree tradizionalmente di destra
del sud; aveva scritto della rivolta di destra a Reggio
Calabria con i «boia chi molla» di Ciccio Franco; scavava,
con note e interviste, nei congressi provinciali dei
partiti e si divertiva a scrivere profili di Sandro
Pertini e Pietro Nenni.
Il sindacato e le lotte operaie costituivano, come si
è visto, un suo vecchio amore di studioso ma fino ad
allora se ne era occupato soprattutto in saggi e libri,
in chiave storica. Ora, invece, scopriva l'attualità,
la cronaca sull'onda delle grandi lotte operaie degli
anni '70. E così comincia a scrivere lunghi servizi
sulla condizione di lavoro dei siderurgici («Non vogliono
più vendere la salute in fabbrica»), dei lavoratori
della Fiat Mirafiori («Parità con gli impiegati e freno
al carovita»), sull'autunno caldo del '72, sull'inquadramento
unico operai-impiegati, sull'organizzazione del lavoro
antiquata e disumana che provoca l'assenteismo, sui
roventi dibattiti per l'unità sindacale dei metalmeccanici
e delle tre confederazioni (seguendo il congresso di
scioglimento della Uilm a Milano, nel '72 e l'assemblea
dei quadri Fim-Fiom-Uilm a Brescia).
Ma, come si è detto, già in quegli anni l'impegno maggiore
di Tobagi era costituito dalle vicende del terrorismo
fascista (ma anche di sinistra). Segui con scrupolo
tutte le intricate cronache legate alle bombe di piazza
Fontana, alle «piste nere» che vedevano coinvolti Valpreda,
l'anarchico Pinelli, il provocatore Merlino oltre ai
fascisti Freda e Ventura, con tante vittime innocenti
e tanti misteri rimasti avvolti nell'oscurità più fitta
ancora oggi, a distanza di venti anni, a cominciare
della morte di Pinelli all'interno della questura di
Milano e dell'assassinio del commissario Calabresi.
Tobagi si interessò a lungo anche di un'altra vicenda
misteriosa: la morte di Giangiacomo Feltrinelli su un
traliccio a Segrate per l'esplosione di una bomba maldestramente
preparata dallo stesso editore guerrigliero: si interessò
alle prime iniziative militari delle Br, ai «covi» terroristici
scoperti a Milano, al rapporto del questore Allitto
Bonanno, alla guerriglia urbana che provocava tumulti
(e morti) per le strade di Milano, organizzata dai gruppuscoli
estremisti di Lotta continua, Potere operaio, Avanguardia
operaia; scrisse articoli approfonditi sul tentativo
di golpe Borghese, sull'istruttoria veneta contro Rauti,
Freda e Ventura, accusati di essere autori e complici
della strage di piazza Fontana (insieme a Valpreda,
in seguito prosciolto).
Anni di iniziazione e di pratica alla scuola di «cronista
sul campo» quelli di Walter, trascorsi all' «Avanti»
e all' «Avvenire»: un praticantato lungo e faticoso
che doveva portarlo al «Corriere d'Informazione» e,
in seguito, al «Corriere della Sera», dove poté esprimere
pienamente le sue potenzialità di inviato sul fronte
del terrorismo e di cronista politico e sindacale.
«Preparava gli articoli racconta Leonardo Valente -
con la stessa diligenza con cui al liceo faceva le versioni
di latino e greco e all'università si dedicava alle
ricerche storiche: una montagna di appunti, decine e
decine di telefonate di controllo, consultazione di
leggi, regolamenti, enciclopedie. Insomma svolgeva una
mole di lavoro enorme per un pezzo di due cartelle.
Ma quando finalmente si metteva alla macchina da scrivere
si poteva esser certi che dal rullo sarebbero uscite
due cartelle di oro colato. E se per caso, al termine
delle sue ricerche e dei suoi controlli, si accorgeva
di essere arrivato a conclusioni opposte rispetto a
quelle da cui era partito, buttava tutto all'aria e
ricominciava dal principio, senza darsi la minima preoccupazione
della fatica e del tempo che impiegava. Il suo solo
problema era di arrivare alla verità, a qualunque costo».
Questo metodo veniva con scrupolo seguito anche nel
suo lavoro di inviato del «Corriere». E forse per questo
metodo rigoroso, di analizzare i fatti, senza abbandonarsi
alle ipotesi fantasiose, senza trascendere nella facile
emotività, senza «ricamare» sulle indiscrezioni non
verificabili che sta la forza delle cronache di Walter.
Forse è per questo voler capire ad ogni costo, anche
chi si macchiava di assurdi delitti che è stato ucciso,
perché i terroristi colpiscono proprio chi cerca di
capirli, chi, con i ragionamenti e le analisi, semina
dubbi al loro interno. La pensa ancora oggi così anche
Giampaolo Pansa quando afferma: «Tobagi sul tema del
terrorismo non ha mai strillato. Però, pur nello sforzo
di capire le retrovie e di non confondere i capi con
i gregari era un avversario rigoroso. Il terrorismo
era tutto il contrario della sua cristianità e del suo
socialismo. Aveva capito che si trattava del tarlo più
pericoloso per questo paese. E aveva capito che i terroristi
giocavano per il re di Prussia. Tobagi sapeva che il
terrorismo poteva annientare la nostra democrazia. Dunque,
egli aveva capito più degli altri: era divenuto un obiettivo,
soprattutto perché era stato capace di mettere la mano
nella nuvola nera».
In tutto il suo lavoro al «Corriere» sino a quel tragico
28 maggio, Walter cerca di tradurre nella pratica quotidiana
la sua massima deontologica della professionalità giornalistica:
«Poter capire e voler spiegare». Si è occupato attivamente
e prevalentemente di terrorismo, di movimento sindacale,
di lotte operaie, ma anche di temi culturali, di informazione,
di scuola, di storia e, ovviamente, di politica. Ma
anche d'altro. «Una giorno - racconta Giorgio Santerini,
successore di Tobagi alla presidenza dell'Associazione
lombarda dei giornalisti - Walter arriva in redazione.
Il direttore chiede un'analisi della situazione geologica
del paese. Non si trovava l'esperto: professori in materia
non ne volevano sapere di scrivere in tempi molto ristretti.
Walter si attacca al telefono e, in meno di due ore,
butta giù il 'fondo' di prima pagina. Eppure di geologia
non aveva mai scritto». Quell'editoriale, molto apprezzato,
venne pubblicato il 31 ottobre 1976 col titolo «L'autunno
in Italia, coi fiumi alla gola».
Sul giornale di via Solferino Tobagi, appena entrato,
analizza il potere economico con una inchiesta a puntate
(«I padroni al potere»), con profili e interviste a
personaggi leader, come Guido Carli (che stava per diventare
presidente della Confindustria), Walter Mandelli (presidente
della Federmeccanica), Pietro Pozzoli (presidente dei
giovani industriali), Giuseppe Pellicanò (presidente
dell'Assolombarda). Ma dopo gli imprenditori, sempre
«per capire», Tobagi intervistava gli operai, assisteva
alle assemblee dell'Alfa, della Fiat, della Pirelli
che duravano ore e ore. Cercava di capire le «ragioni
delle lotte», le radici dei conflitti sociali, studiava
le condizioni di lavoro nelle aziende, denunciava gli
ambienti di lavoro malsani e «non protetti»: le fabbriche
che producono veleni, che provocano il cancro (come
l'Ipca di Ciriè, una cittadina a 20 chilometri da Torino).
Ma non si limitava solo alle analisi sociologiche e
a raccontare quello che succede nei «Palazzi» sindacali
romani: andava in fabbrica, descriveva la vita quotidiana
di uomini e donne alla prese con i problemi del lavoro
«pesante», malpagato, con le mille sopraffazioni, ricatti,
discriminazioni, disagi, dentro e fuori i luoghi di
lavoro. Ricordo, in particolare, lo stupendo affresco
di Filippa, «storia di una donna che faceva panettoni»;
lo «spaccato» dall'Alfa Romeo, dove nel consiglio di
fabbrica «sono eletti tanti operai senza tessera sindacale»;
la «rabbia» dei lavoratori Fiat (luglio '79); l'analisi
del fenomeno assenteismo nelle grandi aziende; la crisi
del sindacato nel rapporto con la base; le inchieste
sul lavoro nero, sui «metalmezzadri», sul rinnovamento
del sindacato che deve essere espressione di tutte «le
realtà sociali», dando «rappresentanza ai nuovi strati
di lavoratori che vivono esperienze estremamente diverse,
dalla disoccupazione alla sottoccupazione, all'occupazione
precaria».
Tobagi dimostra una particolare simpatia per il modello
di sindacato rappresentato dalla Uil. In occasione del
trentesimo anniversario di questa confederazione (marzo
1980) scrive che «la Uil punta a diventare il sindacato
della società civile», tracciando un positivo profilo:
«La nuova Uil, pur nella più netta autonomia, cerca
di contribuire alla ricerca di nuove prospettive politiche
per le sinistra e cerca di ridefinire quale sia la presenza
più efficace del sindacato nella fabbrica come nella
società».
Sugli «anni di piombo» si è già detto dell'interesse
e della forte passione civile espressa da Walter dai
tempi dell' «Avanti!» Ma al «Corriere» segue con maggiore
sistematicità tutte le vicende: dai tempi degli autoriduttori
che disturbavano i festival dell'Unità agli episodi
di sangue più efferati con protagoniste le Br, Prima
linea e le altre bande armate. Così si rimette a studiare
il '68 - rievocando in un'intervista a Mario Capanna,
le contestazioni alla Scala di Milano, con uova, cachi
e vernice al minio - per capire le nuove contestazioni,
quelle dei giovani del '77; scruta con attenzione gli
episodi di estremismo in fabbrica per spiegare i tentativi
di infiltrazione terrorista (casi della Magneti Marelli,
della Siemens, dell'Alfa, della Fiat, ecc.). Anche nei
giorni drammatici del sequestro Moro segue con trepidazione
ogni fase della mancata trattativa e dei «colpi di scena»,
valorizza ogni spiraglio che possa contribuire a salvare
la vita del presidente della Dc. Per primo - polemizzando
con «brigatologi» tenta di spiegare razionalmente che
esiste una coerente continuità tra vecchie e nuove Br
e che, quindi, non vi è alcuna contrapposizione tra
le Br, 'romantiche' delle origini con le facce pulite
alla Mara Cagol e le Br sanguinarie e dunque ambigue
e provocatorie degli ultimi tempi».
Analizzando le vicende luttuose del terrorismo risaliva
alle origini di Potop, con la galassia delle storie
politiche e individuali sfociate in mille gruppi, di
cui molti approdati alle bande armate.
In «Vivere e morire da giudice a Milano» Walter racconta
la storia di Emilio Alessandrini, 39 anni, sostituto
procuratore della Repubblica, assassinato in un agguato
dalle Br: un magistrato che si era particolarmente distinto
nelle indagini sui gruppi estremisti di destra e, successivamente,
su quelli terroristi di sinistra. Anche Alessandrini
era un «personaggio simbolo».
Lo scrive Tobagi: «rappresentava quella fascia di giudici
progressisti ma intransigenti, né falchi chiacchieroni
né colombe arrendevoli». E osserva che i terroristi
prendono di mira soprattutto i riformisti, condividendo
il giudizio che lo stesso Alessandrini aveva espresso
in una intervista all'«Avanti!» : «Non è un caso che
le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini
di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo:
arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile,
togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in
qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo
tipo di società». Un giudizio che doveva trovare una
tragica conferma proprio con la uccisione di Walter.
Nella ricostruzione del caso Feltrinelli, approdato
sette anni dopo in un'aula giudiziaria, fa emergere
tutti i pezzi di un mosaico nuovo. Sembrano cosi lontani
quei giorni - eppure sono passati solo pochi anni e
non mezzo secolo - quando i ragazzi di Potere operaio
salutarono Feltrinelli come un «vero rivoluzionario»
e l'accompagnarono in corteo al cimitero Monumentale,
alzando il pugno chiuso e gridando: «Compagno Feltrinelli
sarai vendicato».
La realtà ha dimostrato che non c'era alcuna reazione
di destra, nessun colpo di stato militare alle porte
ma solo «i tentativi internazionalisti di Feltrinelli
che aveva rifondato i Gap, inseguendo il sogno di una
nuova, impossibile esperienza partigiana». E inseguendo
quel sogno si ritrovò a saltare su un traliccio. Anche
occupandosi di altri processi (come quello a Renato
Curcio, quando il «capo storico» minacciò gli avvocati
d'ufficio di «stenderli come cani»), Tobagi imparò molte
cose sul partito armato, sugli uomini, le ideologie,
i metodi, le strategie di lotta, il modo di vivere nella
clandestinità e cosi via.
Ma, mentre seguiva i processi e gli attentati delle
Br, si indignava anche per episodi minori, come quello
accaduto al liceo Parini, il suo liceo, dove sei ragazzi
avevano picchiato uno studente di 16 anni perché colpevole
di essere iscritto al Fronte della gioventù, l'organizzazione
giovanile del Msi. Si appassionava poi alle vicende
che hanno visto protagonista Toni Negri, «il profeta
del rifiuto del lavoro», uno dei leader più popolari
dell'autonomia padovana; esplorava, con diversi articoli
e note, «i fiori del terrorismo diffuso nelle piccole
oasi del Veneto bianco»; ci ha lasciato un affresco
stupendo degli orfani del '77 a Bologna, descrivendo
un gruppo di giovani che discutono a piazza Maggiore,
sotto i portici di re Enzo; dedicava nuovi articoli
alla ripresa del terrorismo '79 con l'omicidio del dirigente
Fiat Carlo Ghiglieno da parte di «Prima Linea», soffermandosi
ancora una volta sui «segnali che escono dalla fabbrica»,
richiamando i sindacati a interventi più energici nei
luoghi di lavoro per combattere i germi del terrorismo.
Si occupava poi della spettacolare azione di «Prima
Linea» a Torino contro la scuola di amministrazione
aziendale, col «processo» a 190 professori e manager
(«con la spietata tecnica della decimazione»); scriveva
profili da antologia su personaggi coinvolti nel terrorismo,
come quelli del professore al Politecnico di Milano,
Magnaghi («il professore della 'città precaria' ») e
del rag. Mauro Borromeo, amministratore dell'Università
Cattolica di Milano («Grigio ragioniere oppure Jekyll
del terrorismo?»).
Si occupava, quindi, di uno dei primi grandi pentiti,
Carlo Fioroni, «il professorino», che getta nuova luce
sulle vicende del terrorismo degli anni '70, riconfermando
la tesi che i gruppi armati si erano formati sulla scia
degli imponenti movimenti che avevano scosso la società
italiana alla fine degli anni '60 ed avevano una composizione
di sinistra. Scriveva Tobagi: «Nell'approdo alla logica
delle armi, fino alla scelta clandestina, influiscono
ragioni diverse, apparentemente perfino contrapposte.
La testimonianza di Fioroni, in questo senso, conferma
impressioni e giudizi che si erano potuti leggere già
in quel periodo. Schematicamente esistono due filoni:
da una parte Feltrinelli propugna la scelta clandestina
per opporsi a un temuto «golpe» di destra; dall'altra,
viene sostenuta la linea armata come mezzo per accelerare
i tempi del processo rivoluzionario. È la linea preferita,
secondo Fioroni, dal nucleo dirigente di Potere operaio
e condivisa sostanzialmente dalle Brigate rosse».
Fra i protagonisti degli anni di piombo Tobagi non trascurò
i poliziotti, anch'essi fra le vittime - insieme a magistrati,
giornalisti e politici - delle bande armate. Descrisse
la «rabbia» dei poliziotti, che si riunivano in assemblee
nelle caserme per gridare «basta!», e per sollecitare
più mezzi per combattere i terroristi.
Negli ultimi articoli intensificò le analisi su certe
realtà urbane a Milano, a Genova, a Torino («Come e
perché un 'laboratorio del terrorismo' si è trapiantato
nel vecchio borgo del ticinese», «Vogliono i morti per
sembrare vivi», «Bilancio di 10 miliardi all'anno per
mille esecutori clandestini», ecc.). Non trascurò il
fenomeno del pentitismo, con tutti gli aspetti anche
negativi, e studiò il terrorista nella clandestinità,
(«C'è una regola dei due anni, termine ultimo oltre
il quale non resiste il Br clandestino»). E siamo dunque
a uno dei suoi ultimi articoli sul terrorismo, un testo
che è stato ripubblicato molte volte perché considerato
uno dei più significativi sin dal titolo: «Non sono
samurai invincibili».
Tobagi sfata tanti luoghi comuni sulle «bierre» e gli
altri gruppi armati, denunciando, ancora una volta,
i pericoli di un radicamento del fenomeno terroristico
nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, come
molti segnali avevano indicato con profonda inquietudine.
«La sconfitta politica del terrorismo - scriveva Tobagi
- passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia
da prosciugare, tenendo conto che i confini della risaia
sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo
conto di un altro fattore decisivo: l'immagine delle
Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze
e forse non è azzardato pensare che tante confessioni
nascono non dalla paura, quanto da dissensi interni,
sull'organizzazione e sulla linea del partito armato».
Opinioni che risultano confermate anche in un'altra
significativa intervista al figlio di Carlo Casalegno,
Andrea. In quell'intervista, concessa un mese prima
dell'uccisione di Tobagi, Casalegno disse: «Non sento
la benché minima traccia di odio, nè provo alcun perdono
cristiano. Sento l'offesa come nel momento in cui è
avvenuta». Tobagi chiese se riteneva giusto denunciare
i «compagni di lotta». E Andrea Casalegno rispose senza
reticenze: «La denuncia è importante e va fatta se serve
a evitare atti futuri gravi. È un dovere, perché è assolutamente
necessario impedire che vittime innocenti cadano ancora».
Vittime innocenti, purtroppo, cadranno ancora: da Tobagi,
a Tarantelli, ad altri, politici, intellettuali, poliziotti,
magistrati.
Come si è detto, Walter Tobagi non era soltanto un giornalista,
un cronista scomodo degli anni di piombo ma anche uno
studioso del movimento sindacale. Vogliamo ricordare,
sia pure in sintesi, la sua ricca bibliografia, ricca
tenendo conto della sua vita breve. Erano in molti,
infatti, a chiedersi come facesse a fare tante cose
insieme: il giornalista e lo studioso, fra storia, sindacalismo,
politica, informazione.
«Ci si chiedeva, incontrandolo, come fosse riuscito
a fare tutto così presto», scrive Livio Zanetti. «Ora
che a trentatré anni la parabola di Tobagi ha dovuto
concludersi, la parola presto acquista un sapore amaro,
ma gli somiglia ancora di più».
Il suo primo libro, come si è detto, lo ha pubblicato
a 23 anni, elaborando e arricchendo inchieste già pubblicate
sui quotidiani:
Storia del movimento studentesco e dei marxisti - leninisti
in Jtalia (1970, Sugar editore). Nel 1974 pubblica negli
Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli La fondazione
della politica salariale della Cgil; nel 1976 un saggio
su i'<'ario Borsa giornalista liberale in «Problemi
dell'informazione», luglio-settembre; nello stesso anno
cura per l'Esi (la casa editrice della Cgil) un libro-antologia
di scritti e discorsi di Achille Grandi (1944-1946)
dal titolo I cattolici e l'unità sindacale.
Una più ampia biografia del leader sindacale cattolico,
insieme a una serie di saggi di altri autori, viene
curata da Tobagi in un nuovo libro, pubblicato dall'editrice
Il Mulino (Achille Grandi, sindacalismo cattolico e
democrazia sindacale).
Nel 1978 pubblica La rivoluzione impossibile per il
Saggiatore. Nel 1979 raccoglie alcuni saggi originali,
legati a temi storici e d'attualità, in Il sindacato
riformista (edizione Sugarco); insieme con Giorgio Bocca,
pubblica Vita di giornalista (Laterza) e «Il Psi dal
centro sinistra all'autunno caldo» in Storia del partito
socialista (Marsilio editori). Infine, esce postumo,
un mese dopo la sua scomparsa, Che cosa contano i sindacati
(Rizzoli). Un libro dissacrante, onesto e appassionato
che mette a nudo gli errori, le contraddizioni, i limiti
di un sindacato espressione degli anni '70 che doveva
rinnovarsi per rappresentare meglio e più efficacemente
l'universo del mondo del lavoro. |
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