WALTER TOBAGI : Un profilo biografico

 

 
 
Walter Tobagi era nato il 18 marzo 1947 a San Brizio, una piccola frazione a sette chilometri da Spoleto, in Umbria. All'età di otto anni la famiglio si trasferì a Bresso, vicino Milano (il padre Ulderico faceva il ferroviere). Cominciò a occuparsi di giornali al ginnasio come redattore della storica «Zanzara», il giornale del liceo Parini. Di quel giornale - diventato celebre per un processo provocato da un articolo sull'educazione sessuale - Tobagi divenne in breve tempo il capo redattore. Nel gennaio del 1963 pubblicò il suo primo articolo: un'intervista a Helenio Herrera, allenatore dell'Inter di quegli anni. In realtà, questo era il primo «pezzo» per la «Zanzara», ma non il primo articolo in assoluto di Walter, che da qualche anno collaborava al settimanale sportivo «Milan-Inter». Lavorava certo per aiutare la famiglia ma anche per potersi comprare libri, tanti libri, che «divorava». A 15 anni era un giornalista sportivo, assiduo frequentatore del San Siro: la domenica, dopo la partita, andava in tipografia a seguire l'impaginazione di due o tre pagine che spesso scriveva tutte da solo.

Sul giornale del liceo però, si occupava sempre meno di sport e più di argomenti «seri», di commenti su fatti culturali e di costume, partecipando a polemiche appassionate. Sono in molti a ricordare la risposta a un articolo di Ludovico Juker. Juker, figlio di ricchi industriali ed estremista marxista, aveva scritto un «pezzo» (si intitolava «La corsa dei topi») che si ispirava a teorie massimalistiche. Walter, figlio di proletari, rispose con una nota di tono moderato, di ispirazione cattolica. In terzo liceo (anno scolastico 1965-66) venne eletto negli organi di gestione della scuola con l'incarico degli «affari culturali». In tale veste scelse i nuovi redattori della «Zanzara»: gli stessi studenti (Marco De Poli, Beltramo Ceppi e Marco Sassano) che poi vennero coinvolti nello «scandalo» storico. Già in quella lontana occasione Walter dette prova di abilità dialettica e di moderazione riuscendo a conciliare conservatori ed estremisti, tolleranti e intolleranti: doti non comuni che utilizzerà pienamente in seguito, non solo nei dibattiti all'interno del «Corriere della Sera», ma soprattutto per conciliare le diverse tendenze dell'Associazione lombarda dei giornalisti, di cui diventerà presidente. In terza liceo Walter aveva conosciuto Maristella Olivieri che sposò nel 1972. Un anno dopo nacque Luca. «Per lui - ha detto un collega di lavoro - Walter lasciava qualsiasi impegno, per importante che fosse. Diceva sempre che prima c'era suo figlio e poi tutto il resto. Anche telefonargli era diventato impossibile: si interrompeva in continuazione per andare a imboccare Luca». Il bambino lo seguiva ovunque ed era rimasto turbato dalle minacce di morte che arrivavano al padre da parte dei terroristi. l'altra figlia, Benedetta, era troppo piccola per rendersene conto. Walter era preoccupato, da quando aveva scoperto che il suo nome era stato trovato in documenti dei covi Br come obiettivo da colpire, ma si era rifiutato di prendere particolari precauzioni: si limitava solo ad uscire di casa in orari diversi.

La sera prima di essere assassinato, presiedeva un incontro al Circolo della stampa di Milano, per discutere del «caso Isman», un giornalista del «Messaggero», incarcerato perché aveva pubblicato un documento sul terrorismo. Aveva parlato a lungo della libertà di stampa, della responsabilità del giornalista di fronte all'offensiva delle bande terroristiche: problemi che aveva studiato ormai da anni e che conosceva a fondo. Aveva pronunciato frasi come:
«Chissà a chi toccherà la prossima volta». Dieci ore più tardi era caduto sull'asfalto sotto i colpi di giovani killers. E, purtroppo, non è stata l'ultima vittima di quei tragici anni.

Dopo la fase del liceo, Tobagi era entrato giovanissimo alI' «Avanti!» di Milano, ma era rimasto pochi mesi passando al quotidiano cattolico «l'Avvenire», a quel tempo in fase di ristrutturazione e di rilancio. Il direttore di quel giornale, Leonardo Valente, ha detto: «Nel 1969, quando lo assunsi, mi accorsi di essere davanti a un ragazzo preparatissimo, acuto e leale. Di lui ricordo le lunghe e piacevolissime chiacchierate notturne alla chiusura del giornale. Non c'era argomento che non lo interessasse, dalla politica allo sport, dalla filosofia alla sociologia, alle tematiche, allora di moda, della contestazione giovanile. Affrontava qualsiasi argomento con la pacatezza del ragionatore, cercando sempre di analizzare i fenomeni senza passionalità. Della contestazione condivideva i presupposti, ma respingeva le intemperanze».

Tobagi si occupava, almeno nei primi anni, proprio di tutto. Vediamo prima quali erano i temi affrontati nei suoi articoli sull'Avanti» nel periodo gennaio-giugno 1969. Passava da argomenti di politica estera (citiamo dai suoi «pezzi»: «Prospettive dello scudo nella Comunità europea», «L'unificazione dell'Europa èuna battaglia democratica», «Il miracolo economico della Germania dietro il muro», «Non è solo De Gaulle a ritardare l'unificazione europea», «Per il Medio Oriente partita a tre», ecc.), a quelli relativi a scuola e università («Prospettiva della scuola nella Cee», «Anche gli incaricati votano nel consiglio di facoltà», «Una scuola selettiva che favorisca chi può», «Il significato e le prospettive del movimento studentesco», ecc.), a temi relativi all'informazione e alla cultura («La scommessa dei tecnocrati»; «Per un nuovo rapporto coi lettori»; «La vicenda del poeta nel dramma della Spagna» «Le Monde: ragioni di un successo che pareva impossibile», «Televisione e letteratura», ecc.) a temi di cronaca varia e sportiva.

All' «Avvenire» si occupava di argomenti diversi, ma andava sempre più definendosi il suo interesse prioritario per i temi sociali, per l'informazione, per la politica e il movimento sindacale, a cui dedicava molta attenzione anche nel suo lavoro «parallelo», quello universitario e di ricercatore.

Vediamo rapidamente i temi affrontati nel giornale cattolico nel periodo 1969-1972. La prima inchiesta ampia pubblicata è sul movimento studentesco a Milano: quattro puntate di storia, analisi, opinioni sui gruppuscoli e sulle lotte del movimento degli studenti in quegli anni: un'inchiesta che Costituì la «base» per un più organico e ampio lavoro pubblicato nel 1970 da Sugar col titolo Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia. Sul frontespizio del libro si leggeva: «Il Movimento studentesco espressione dei ceti medi proletarizzati può essere considerato di fatto una avanguardia proletaria? Dalla prospettiva del Movimento il Partito comunista va considerato come 'l'ala destra del movimento operaio' oppure 'l'ala sinistra della borghesia'? E a sua volta il Movimento studentesco è «l'ala sinistra del movimento operaio», oppure il nucleo del partito rivoluzionario?».

Aveva poi iniziato a occuparsi di problemi culturali, con note su Adorno, sul consumismo, sulla ricerca storica. Fra centinaia di «pezzi» notiamo un corsivo pungente su un «mostro sacro» della nostra letteratura, Alberto Moravia, che venne accusato di essere un intellettuale integrato «in una società che trasforma tutto, anche l'arte, in oggetto di consumo», ed è poi definito una sorta di «rivoluzionario dell'elzeviro».

Ma Tobagi non trascura i temi economici: si misura in inchieste a diverse puntate sull'industria farmaceutica, la ricerca, la stampa, l'editoria, ecc. Così, senza accantonare i temi cari alle sue corde (come le contestazioni studentesche; le analisi dell'estremismo giovanile, che in quegli anni si definiva «cinese»), Tobagi si mostra, in quel periodo, interessato anche alla politica estera: segue con attenzione i convegni sull'Europa; scrive sul Medio Oriente, sull'India, sulla Cina, sulla Spagna alla vigilia del crollo del franchismo, sulla guerriglia nel Ciad, sulla crisi economica e politica della Tunisia, sulle violazioni dei diritti dell'uomo nella Grecia dei colonnelli, sulle prospettive politiche dell'Algeria e così via.

Timidamente però il cronista Tobagi comincia a entrare anche sul terreno politico e sindacale dopo essersi «fatto le ossa», come diremo, sulle vicende del terrorismo di destra e di sinistra. (Tra parentesi, ricordiamo che, a quel tempo, nella stessa sinistra si manifestavano forti remore ad accettare un terrorismo rosso: tutto veniva etichettato come «nero», più o meno mascherato; ogni gruppo che compiva attentati era «opera di fascisti e provocatori»). Ma, dicevamo che Tobagi aveva cominciato a invadere il terreno politico con analisi sui risultati elettorali del '72, nelle aree tradizionalmente di destra del sud; aveva scritto della rivolta di destra a Reggio Calabria con i «boia chi molla» di Ciccio Franco; scavava, con note e interviste, nei congressi provinciali dei partiti e si divertiva a scrivere profili di Sandro Pertini e Pietro Nenni.

Il sindacato e le lotte operaie costituivano, come si è visto, un suo vecchio amore di studioso ma fino ad allora se ne era occupato soprattutto in saggi e libri, in chiave storica. Ora, invece, scopriva l'attualità, la cronaca sull'onda delle grandi lotte operaie degli anni '70. E così comincia a scrivere lunghi servizi sulla condizione di lavoro dei siderurgici («Non vogliono più vendere la salute in fabbrica»), dei lavoratori della Fiat Mirafiori («Parità con gli impiegati e freno al carovita»), sull'autunno caldo del '72, sull'inquadramento unico operai-impiegati, sull'organizzazione del lavoro antiquata e disumana che provoca l'assenteismo, sui roventi dibattiti per l'unità sindacale dei metalmeccanici e delle tre confederazioni (seguendo il congresso di scioglimento della Uilm a Milano, nel '72 e l'assemblea dei quadri Fim-Fiom-Uilm a Brescia).

Ma, come si è detto, già in quegli anni l'impegno maggiore di Tobagi era costituito dalle vicende del terrorismo fascista (ma anche di sinistra). Segui con scrupolo tutte le intricate cronache legate alle bombe di piazza Fontana, alle «piste nere» che vedevano coinvolti Valpreda, l'anarchico Pinelli, il provocatore Merlino oltre ai fascisti Freda e Ventura, con tante vittime innocenti e tanti misteri rimasti avvolti nell'oscurità più fitta ancora oggi, a distanza di venti anni, a cominciare della morte di Pinelli all'interno della questura di Milano e dell'assassinio del commissario Calabresi. Tobagi si interessò a lungo anche di un'altra vicenda misteriosa: la morte di Giangiacomo Feltrinelli su un traliccio a Segrate per l'esplosione di una bomba maldestramente preparata dallo stesso editore guerrigliero: si interessò alle prime iniziative militari delle Br, ai «covi» terroristici scoperti a Milano, al rapporto del questore Allitto Bonanno, alla guerriglia urbana che provocava tumulti (e morti) per le strade di Milano, organizzata dai gruppuscoli estremisti di Lotta continua, Potere operaio, Avanguardia operaia; scrisse articoli approfonditi sul tentativo di golpe Borghese, sull'istruttoria veneta contro Rauti, Freda e Ventura, accusati di essere autori e complici della strage di piazza Fontana (insieme a Valpreda, in seguito prosciolto).

Anni di iniziazione e di pratica alla scuola di «cronista sul campo» quelli di Walter, trascorsi all' «Avanti» e all' «Avvenire»: un praticantato lungo e faticoso che doveva portarlo al «Corriere d'Informazione» e, in seguito, al «Corriere della Sera», dove poté esprimere pienamente le sue potenzialità di inviato sul fronte del terrorismo e di cronista politico e sindacale.

«Preparava gli articoli racconta Leonardo Valente - con la stessa diligenza con cui al liceo faceva le versioni di latino e greco e all'università si dedicava alle ricerche storiche: una montagna di appunti, decine e decine di telefonate di controllo, consultazione di leggi, regolamenti, enciclopedie. Insomma svolgeva una mole di lavoro enorme per un pezzo di due cartelle. Ma quando finalmente si metteva alla macchina da scrivere si poteva esser certi che dal rullo sarebbero uscite due cartelle di oro colato. E se per caso, al termine delle sue ricerche e dei suoi controlli, si accorgeva di essere arrivato a conclusioni opposte rispetto a quelle da cui era partito, buttava tutto all'aria e ricominciava dal principio, senza darsi la minima preoccupazione della fatica e del tempo che impiegava. Il suo solo problema era di arrivare alla verità, a qualunque costo».

Questo metodo veniva con scrupolo seguito anche nel suo lavoro di inviato del «Corriere». E forse per questo metodo rigoroso, di analizzare i fatti, senza abbandonarsi alle ipotesi fantasiose, senza trascendere nella facile emotività, senza «ricamare» sulle indiscrezioni non verificabili che sta la forza delle cronache di Walter. Forse è per questo voler capire ad ogni costo, anche chi si macchiava di assurdi delitti che è stato ucciso, perché i terroristi colpiscono proprio chi cerca di capirli, chi, con i ragionamenti e le analisi, semina dubbi al loro interno. La pensa ancora oggi così anche Giampaolo Pansa quando afferma: «Tobagi sul tema del terrorismo non ha mai strillato. Però, pur nello sforzo di capire le retrovie e di non confondere i capi con i gregari era un avversario rigoroso. Il terrorismo era tutto il contrario della sua cristianità e del suo socialismo. Aveva capito che si trattava del tarlo più pericoloso per questo paese. E aveva capito che i terroristi giocavano per il re di Prussia. Tobagi sapeva che il terrorismo poteva annientare la nostra democrazia. Dunque, egli aveva capito più degli altri: era divenuto un obiettivo, soprattutto perché era stato capace di mettere la mano nella nuvola nera».

In tutto il suo lavoro al «Corriere» sino a quel tragico 28 maggio, Walter cerca di tradurre nella pratica quotidiana la sua massima deontologica della professionalità giornalistica: «Poter capire e voler spiegare». Si è occupato attivamente e prevalentemente di terrorismo, di movimento sindacale, di lotte operaie, ma anche di temi culturali, di informazione, di scuola, di storia e, ovviamente, di politica. Ma anche d'altro. «Una giorno - racconta Giorgio Santerini, successore di Tobagi alla presidenza dell'Associazione lombarda dei giornalisti - Walter arriva in redazione. Il direttore chiede un'analisi della situazione geologica del paese. Non si trovava l'esperto: professori in materia non ne volevano sapere di scrivere in tempi molto ristretti. Walter si attacca al telefono e, in meno di due ore, butta giù il 'fondo' di prima pagina. Eppure di geologia non aveva mai scritto». Quell'editoriale, molto apprezzato, venne pubblicato il 31 ottobre 1976 col titolo «L'autunno in Italia, coi fiumi alla gola».

Sul giornale di via Solferino Tobagi, appena entrato, analizza il potere economico con una inchiesta a puntate («I padroni al potere»), con profili e interviste a personaggi leader, come Guido Carli (che stava per diventare presidente della Confindustria), Walter Mandelli (presidente della Federmeccanica), Pietro Pozzoli (presidente dei giovani industriali), Giuseppe Pellicanò (presidente dell'Assolombarda). Ma dopo gli imprenditori, sempre «per capire», Tobagi intervistava gli operai, assisteva alle assemblee dell'Alfa, della Fiat, della Pirelli che duravano ore e ore. Cercava di capire le «ragioni delle lotte», le radici dei conflitti sociali, studiava le condizioni di lavoro nelle aziende, denunciava gli ambienti di lavoro malsani e «non protetti»: le fabbriche che producono veleni, che provocano il cancro (come l'Ipca di Ciriè, una cittadina a 20 chilometri da Torino). Ma non si limitava solo alle analisi sociologiche e a raccontare quello che succede nei «Palazzi» sindacali romani: andava in fabbrica, descriveva la vita quotidiana di uomini e donne alla prese con i problemi del lavoro «pesante», malpagato, con le mille sopraffazioni, ricatti, discriminazioni, disagi, dentro e fuori i luoghi di lavoro. Ricordo, in particolare, lo stupendo affresco di Filippa, «storia di una donna che faceva panettoni»; lo «spaccato» dall'Alfa Romeo, dove nel consiglio di fabbrica «sono eletti tanti operai senza tessera sindacale»; la «rabbia» dei lavoratori Fiat (luglio '79); l'analisi del fenomeno assenteismo nelle grandi aziende; la crisi del sindacato nel rapporto con la base; le inchieste sul lavoro nero, sui «metalmezzadri», sul rinnovamento del sindacato che deve essere espressione di tutte «le realtà sociali», dando «rappresentanza ai nuovi strati di lavoratori che vivono esperienze estremamente diverse, dalla disoccupazione alla sottoccupazione, all'occupazione precaria».

Tobagi dimostra una particolare simpatia per il modello di sindacato rappresentato dalla Uil. In occasione del trentesimo anniversario di questa confederazione (marzo 1980) scrive che «la Uil punta a diventare il sindacato della società civile», tracciando un positivo profilo: «La nuova Uil, pur nella più netta autonomia, cerca di contribuire alla ricerca di nuove prospettive politiche per le sinistra e cerca di ridefinire quale sia la presenza più efficace del sindacato nella fabbrica come nella società».

Sugli «anni di piombo» si è già detto dell'interesse e della forte passione civile espressa da Walter dai tempi dell' «Avanti!» Ma al «Corriere» segue con maggiore sistematicità tutte le vicende: dai tempi degli autoriduttori che disturbavano i festival dell'Unità agli episodi di sangue più efferati con protagoniste le Br, Prima linea e le altre bande armate. Così si rimette a studiare il '68 - rievocando in un'intervista a Mario Capanna, le contestazioni alla Scala di Milano, con uova, cachi e vernice al minio - per capire le nuove contestazioni, quelle dei giovani del '77; scruta con attenzione gli episodi di estremismo in fabbrica per spiegare i tentativi di infiltrazione terrorista (casi della Magneti Marelli, della Siemens, dell'Alfa, della Fiat, ecc.). Anche nei giorni drammatici del sequestro Moro segue con trepidazione ogni fase della mancata trattativa e dei «colpi di scena», valorizza ogni spiraglio che possa contribuire a salvare la vita del presidente della Dc. Per primo - polemizzando con «brigatologi» tenta di spiegare razionalmente che esiste una coerente continuità tra vecchie e nuove Br e che, quindi, non vi è alcuna contrapposizione tra le Br, 'romantiche' delle origini con le facce pulite alla Mara Cagol e le Br sanguinarie e dunque ambigue e provocatorie degli ultimi tempi».

Analizzando le vicende luttuose del terrorismo risaliva alle origini di Potop, con la galassia delle storie politiche e individuali sfociate in mille gruppi, di cui molti approdati alle bande armate.
In «Vivere e morire da giudice a Milano» Walter racconta la storia di Emilio Alessandrini, 39 anni, sostituto procuratore della Repubblica, assassinato in un agguato dalle Br: un magistrato che si era particolarmente distinto nelle indagini sui gruppi estremisti di destra e, successivamente, su quelli terroristi di sinistra. Anche Alessandrini era un «personaggio simbolo».

Lo scrive Tobagi: «rappresentava quella fascia di giudici progressisti ma intransigenti, né falchi chiacchieroni né colombe arrendevoli». E osserva che i terroristi prendono di mira soprattutto i riformisti, condividendo il giudizio che lo stesso Alessandrini aveva espresso in una intervista all'«Avanti!» : «Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società». Un giudizio che doveva trovare una tragica conferma proprio con la uccisione di Walter.

Nella ricostruzione del caso Feltrinelli, approdato sette anni dopo in un'aula giudiziaria, fa emergere tutti i pezzi di un mosaico nuovo. Sembrano cosi lontani quei giorni - eppure sono passati solo pochi anni e non mezzo secolo - quando i ragazzi di Potere operaio salutarono Feltrinelli come un «vero rivoluzionario» e l'accompagnarono in corteo al cimitero Monumentale, alzando il pugno chiuso e gridando: «Compagno Feltrinelli sarai vendicato».

La realtà ha dimostrato che non c'era alcuna reazione di destra, nessun colpo di stato militare alle porte ma solo «i tentativi internazionalisti di Feltrinelli che aveva rifondato i Gap, inseguendo il sogno di una nuova, impossibile esperienza partigiana». E inseguendo quel sogno si ritrovò a saltare su un traliccio. Anche occupandosi di altri processi (come quello a Renato Curcio, quando il «capo storico» minacciò gli avvocati d'ufficio di «stenderli come cani»), Tobagi imparò molte cose sul partito armato, sugli uomini, le ideologie, i metodi, le strategie di lotta, il modo di vivere nella clandestinità e cosi via.

Ma, mentre seguiva i processi e gli attentati delle Br, si indignava anche per episodi minori, come quello accaduto al liceo Parini, il suo liceo, dove sei ragazzi avevano picchiato uno studente di 16 anni perché colpevole di essere iscritto al Fronte della gioventù, l'organizzazione giovanile del Msi. Si appassionava poi alle vicende che hanno visto protagonista Toni Negri, «il profeta del rifiuto del lavoro», uno dei leader più popolari dell'autonomia padovana; esplorava, con diversi articoli e note, «i fiori del terrorismo diffuso nelle piccole oasi del Veneto bianco»; ci ha lasciato un affresco stupendo degli orfani del '77 a Bologna, descrivendo un gruppo di giovani che discutono a piazza Maggiore, sotto i portici di re Enzo; dedicava nuovi articoli alla ripresa del terrorismo '79 con l'omicidio del dirigente Fiat Carlo Ghiglieno da parte di «Prima Linea», soffermandosi ancora una volta sui «segnali che escono dalla fabbrica», richiamando i sindacati a interventi più energici nei luoghi di lavoro per combattere i germi del terrorismo. Si occupava poi della spettacolare azione di «Prima Linea» a Torino contro la scuola di amministrazione aziendale, col «processo» a 190 professori e manager («con la spietata tecnica della decimazione»); scriveva profili da antologia su personaggi coinvolti nel terrorismo, come quelli del professore al Politecnico di Milano, Magnaghi («il professore della 'città precaria' ») e del rag. Mauro Borromeo, amministratore dell'Università Cattolica di Milano («Grigio ragioniere oppure Jekyll del terrorismo?»).


Si occupava, quindi, di uno dei primi grandi pentiti, Carlo Fioroni, «il professorino», che getta nuova luce sulle vicende del terrorismo degli anni '70, riconfermando la tesi che i gruppi armati si erano formati sulla scia degli imponenti movimenti che avevano scosso la società italiana alla fine degli anni '60 ed avevano una composizione di sinistra. Scriveva Tobagi: «Nell'approdo alla logica delle armi, fino alla scelta clandestina, influiscono ragioni diverse, apparentemente perfino contrapposte. La testimonianza di Fioroni, in questo senso, conferma impressioni e giudizi che si erano potuti leggere già in quel periodo. Schematicamente esistono due filoni: da una parte Feltrinelli propugna la scelta clandestina per opporsi a un temuto «golpe» di destra; dall'altra, viene sostenuta la linea armata come mezzo per accelerare i tempi del processo rivoluzionario. È la linea preferita, secondo Fioroni, dal nucleo dirigente di Potere operaio e condivisa sostanzialmente dalle Brigate rosse».

Fra i protagonisti degli anni di piombo Tobagi non trascurò i poliziotti, anch'essi fra le vittime - insieme a magistrati, giornalisti e politici - delle bande armate. Descrisse la «rabbia» dei poliziotti, che si riunivano in assemblee nelle caserme per gridare «basta!», e per sollecitare più mezzi per combattere i terroristi.
Negli ultimi articoli intensificò le analisi su certe realtà urbane a Milano, a Genova, a Torino («Come e perché un 'laboratorio del terrorismo' si è trapiantato nel vecchio borgo del ticinese», «Vogliono i morti per sembrare vivi», «Bilancio di 10 miliardi all'anno per mille esecutori clandestini», ecc.). Non trascurò il fenomeno del pentitismo, con tutti gli aspetti anche negativi, e studiò il terrorista nella clandestinità, («C'è una regola dei due anni, termine ultimo oltre il quale non resiste il Br clandestino»). E siamo dunque a uno dei suoi ultimi articoli sul terrorismo, un testo che è stato ripubblicato molte volte perché considerato uno dei più significativi sin dal titolo: «Non sono samurai invincibili».

Tobagi sfata tanti luoghi comuni sulle «bierre» e gli altri gruppi armati, denunciando, ancora una volta, i pericoli di un radicamento del fenomeno terroristico nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, come molti segnali avevano indicato con profonda inquietudine.

«La sconfitta politica del terrorismo - scriveva Tobagi - passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare, tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo conto di un altro fattore decisivo: l'immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze e forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascono non dalla paura, quanto da dissensi interni, sull'organizzazione e sulla linea del partito armato».

Opinioni che risultano confermate anche in un'altra significativa intervista al figlio di Carlo Casalegno, Andrea. In quell'intervista, concessa un mese prima dell'uccisione di Tobagi, Casalegno disse: «Non sento la benché minima traccia di odio, nè provo alcun perdono cristiano. Sento l'offesa come nel momento in cui è avvenuta». Tobagi chiese se riteneva giusto denunciare i «compagni di lotta». E Andrea Casalegno rispose senza reticenze: «La denuncia è importante e va fatta se serve a evitare atti futuri gravi. È un dovere, perché è assolutamente necessario impedire che vittime innocenti cadano ancora».

Vittime innocenti, purtroppo, cadranno ancora: da Tobagi, a Tarantelli, ad altri, politici, intellettuali, poliziotti, magistrati.

Come si è detto, Walter Tobagi non era soltanto un giornalista, un cronista scomodo degli anni di piombo ma anche uno studioso del movimento sindacale. Vogliamo ricordare, sia pure in sintesi, la sua ricca bibliografia, ricca tenendo conto della sua vita breve. Erano in molti, infatti, a chiedersi come facesse a fare tante cose insieme: il giornalista e lo studioso, fra storia, sindacalismo, politica, informazione.

«Ci si chiedeva, incontrandolo, come fosse riuscito a fare tutto così presto», scrive Livio Zanetti. «Ora che a trentatré anni la parabola di Tobagi ha dovuto concludersi, la parola presto acquista un sapore amaro, ma gli somiglia ancora di più».

Il suo primo libro, come si è detto, lo ha pubblicato a 23 anni, elaborando e arricchendo inchieste già pubblicate sui quotidiani:
Storia del movimento studentesco e dei marxisti - leninisti in Jtalia (1970, Sugar editore). Nel 1974 pubblica negli Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli La fondazione della politica salariale della Cgil; nel 1976 un saggio su i'<'ario Borsa giornalista liberale in «Problemi dell'informazione», luglio-settembre; nello stesso anno cura per l'Esi (la casa editrice della Cgil) un libro-antologia di scritti e discorsi di Achille Grandi (1944-1946) dal titolo I cattolici e l'unità sindacale.

Una più ampia biografia del leader sindacale cattolico, insieme a una serie di saggi di altri autori, viene curata da Tobagi in un nuovo libro, pubblicato dall'editrice Il Mulino (Achille Grandi, sindacalismo cattolico e democrazia sindacale).

Nel 1978 pubblica La rivoluzione impossibile per il Saggiatore. Nel 1979 raccoglie alcuni saggi originali, legati a temi storici e d'attualità, in Il sindacato riformista (edizione Sugarco); insieme con Giorgio Bocca, pubblica Vita di giornalista (Laterza) e «Il Psi dal centro sinistra all'autunno caldo» in Storia del partito socialista (Marsilio editori). Infine, esce postumo, un mese dopo la sua scomparsa, Che cosa contano i sindacati (Rizzoli). Un libro dissacrante, onesto e appassionato che mette a nudo gli errori, le contraddizioni, i limiti di un sindacato espressione degli anni '70 che doveva rinnovarsi per rappresentare meglio e più efficacemente l'universo del mondo del lavoro. 
 
 

 

(Il testo qui riportato riproduce quasi integralmente l'Introduzione a Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, a cura di Aldo Forbice, Milano 1989)