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Tobagi deve morire! Sì, è giusto, ma quando? Subito,
perché sta pensando e non deve farlo. Sta parlando e
non deve permetterselo. Eseguite! Così un giorno di
maggio del 1980 viene fermata la vita terrena di Walter
Tobagi, con due colpi di pistola; gli assassini, poi
scoperti, con sconcerto si rivelano provenienti da quella
buona borghesia milanese che negli anni Settanta si
è vestita con l'abito stretto della rivoluzione, salottiera
e modaiola naturalmente perché il potere non cambia,
conserva, non va contro se stesso, ma anche pronta a
coprire ipocritamente i suoi figli che sbagliano. Per
la storia, non fa male ricordare che una simile contraddizione
l'aveva già colta anni prima l'occhio acuto di Pasolini,
quando in occasione degli scontri di Roma a Valle Giulia
tra studenti e poliziotti aveva bollato i primi come
cocchi di papà, e identificato i secondi come portatori
di una miseria antica, contadina, provenienti la maggior
parte delle volte da un Sud povero ma non per questo
meno fiero e onesto. Insomma i veri contestatori dovevano
essere i contestati. Misteri italiani. Certo, c'è una
bella differenza tra il lanciare qualche sampietrino
e sparare per uccidere. Tobagi è stato sfortunato, due
volte: perché ha avuto tolta la vita, sì, ma anche perché
è morto inutilmente; ed è giusto aggiungere che conoscere
i nomi dei suoi assassini è servito solamente alla giustizia
dello Stato per irrogare la pena, per sanzionare dei
colpevoli a metà. Perché la vera responsabile della
morte di Walter e di molti altri innocenti è stata la
follia che in quegli anni ha pervaso il nostro paese,
inebriandolo di un rivoluzionarismo inventato che ha
distrutto anime, coscienze e corpi; comunque, pur fatti
salvi i fremiti post-sessantotteschi di una generazione
in crescita, sacrosanti, non si può proprio negare che
qualcuno su un paio di mattoni abbia costruito grandi
palazzi. Già, i cattivi maestri. Ma Walter non li ha
mai ascoltati, Walter ha avuto il coraggio di pensare
da solo. Per questo è morto, per essere stato un giornalista
e intellettuale mai uniformatosi agli schematismi ideologici
dominanti in quel tempo .
La tragica ribalta gliela dà il lavoro al Corriere della
Sera, grazie al quale diventa famoso e conosciuto aumentando
la sua visibilità di opinion leader, proprio negli anni
in cui la politicizzazione e la sindacalizzazione sono
al loro massimo livello. Fatale combinazione. In ogni
dove vi è un tat-tze-bao, una cellula, un nemico del
popolo da colpire; nel giornale poi il clima pesante
dei Settanta c'è tutto: dopo l'uscita di Montanelli,
avvenuta nell'Ottobre del 1973, il potere dei comitati
di redazione diviene via via sempre più forte; Tobagi
vi arriva nel 1976, ed è quasi subito chiuso nel recinto
dell'emarginazione quando si accorgono che è giunto
un militante laico del pensiero, un autonomo. Oltretutto
ben presto assume una rappresentanza sindacale nella
FNSI (sarà eletto più tardi presidente dell'associazione
lombarda dei giornalisti), battendosi per una maggior
democrazia interna nei gruppi organizzati dei lavoratori
all'epoca in mano ai soliti noti, a quei sacerdoti della
nomenclatura politica che sono il sindacato. La tenaglia
inizia a chiudersi intorno a lui. E il giornalismo ?
Memorabili rimangono le inchieste sul terrorismo, che
in quel tempo occupa la maggior parte degli spazi sia
processuali sia di cronaca ; qui va in fondo, scava
incessantemente alla ricerca di una verità che alla
fine forse trova, orientando la sua azione nel cercare
analiticamente le connessioni tra la c.d. società civile
e i terroristi, soprattutto nei punti naturali di congiunzione,
nelle fabbriche e nelle scuole. Inizia a dar fastidio
a molti, anche perché tutto questo è amplificato in
modo formidabile dall'importanza della testata sulla
quale scrive, il Corriere della sera. Oltretutto sospetta
delle posizioni di piena conformità assunte dal Sindacato,
dalla politica, dai giornali, da persone che per troppo
tempo non hanno voluto vedere ciò che stava nascendo:
di un comportamento accomodante, insomma, che giudica
subdolo e forse non proprio casuale.
Tobagi non si è mai sentito un giornalista da ufficio
stampa, ma un cronista lucido nella analisi dei fatti
e della realtà vissuta che puntualmente ha ripetuto
ai suoi lettori; la lotta armata, i morti, sono state
evidenze che non avrebbero potuto lasciarlo indifferente.
Ha percorso tutta la lunga parabola del terrore, commentando
tra i tanti casi quelli importanti di Giangiacomo Feltrinelli,
Idalgo Macchiarini, Carlo Casalegno, e poi la nascita
delle Brigate Rosse fino ad arrivare al delitto Moro.
Già in precedenza redattore dell'Avanti!, per affinità
si è avvicinato ai socialisti del dopo Midas, impegnati
nella realizzazione di un nuovo progetto politico che
si riprometteva nel tempo di restituire una rinnovata
e concreta autonomia al vecchio PSI, troppo appiattitosi
su posizioni vicine al partito comunista, al fine di
porre termine a quel duopolio egemonico che aveva dato
vita al compromesso storico; Walter ha creduto con entusiasmo
nel nuovo corso socialista, in un indirizzo moderato
pienamente in sintonia con le socialdemocrazie europee
ma anche attento a mantenere forte l'identità nazionale.
E vi ha creduto da vero riformista. (Egli fu in seguito
accusato per questa sua simpatia di essere la lunga
mano di Craxi nel mondo dell'informazione ; sulla base
di quest'accusa si iniziò la campagna di odio nei suoi
confronti . Ma non fu mai il servomuto del segretario,
tant'è che rifiutò anche la tessera per mantenere quell'indipendenza
che solo chi aveva deciso di far uso strumentale del
suo operato poteva negargli -n.d.r.-).
Poi, qualcuno ha deciso di fermare per sempre la sua
esistenza, la vita di un piccolo immenso frammento del
nostro sciagurato paese. Quando è morto, gli amici più
cari lo hanno voluto commemorare con queste belle e
toccanti parole: "Uccidendolo non hanno sparato nel
mucchio. Hanno voluto colpire l'uomo, la civiltà che
egli esemplarmente rappresentava, democratica, della
tolleranza e della cultura, del lavoro e della uguaglianza".
Il prezzo della libertà, lo sappiamo, è sempre stato
alto. Walter Tobagi l'ha pagato tutto.
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