DA VERONA SOTTO LA TOGA
 
 

CAMILLA CEDERNA

 
 

  Milano. Come a una prima di James Bond, per andarci si dovette far la coda tra carabinieri e poliziotti, ma l'attesa non andò delusa; lo spettacolo ci fu, e tra colpi di scena, battibecchi e cadute di transenne, nel nome del celebre moralista che fu professore due secoli fa e a cui s'intitola il noto liceo, davanti a un foltissimo pubblico si svolse il processo del professore e dei tre studenti accusati d'immoralità.

  Così in una specie di grande rappresentazione culminò un periodo denso e ansimante durante il quale s'eran tenuti accesi dibattiti sul Parini e il suo giornale interno, si era interrogata la gente per strada e a più riprese s'eran raccolte le firme ("Oh Dio, potrei sceglierne un'altra, di lista? Qui son tutti tromboni"), mentre il traffico veniva interrotto da cortei di protesta di studenti, i genitori non facevano altro che telefonarsi ("Allora glielo facciamo questo sciopero, o no?") ed eran divisi anche loro, genitori retrogradi con figli progressisti, genitori atei con figli GiEsse.

  Ci furono poi frati che telefonavano furenti a giornali cattolici inclini a solidarizzare con gli accusatori, giornali cattolici che invece sostenevano apertamente gli studenti, giornali conservatori che, avendo a un certo punto scoperto nel Parini il liceo più conservatore della città, pur dopo aver rimesso di moda l'aggettivo "pruriginoso" si decidevano a difendere quegli audaci ragazzi.

  Insomma l'argomento principe di conversazione, la scintilla di ogni lite eran sempre il Parini e "La Zanzara" (per una copia della quale si arrivò a pagare perfino tremila lire), e anche le graziose stiliste s'interessarono alla cosa, inventando il berretto ora in vendita dalla cartolaia che sta di fronte al famoso liceo: una via di mezzo fra quello dei Beatles e dei garibaldini, gabardine rosso-fuoco e ricamata al centro e in oro una bella zanzara.

  Fu di moda andare al processo ("Io c'ero. Non c'eri? Bisognava esser lì"), e massimamente alla moda fu il leit-motiv, delle discussioni, tanto nel pretorio che nel pubblico, perché il sesso dominava nell'Aula Magna, com'è oggi, com'era una volta, come va appreso e studiato, come ne scrivono i giovani e come ne parlano gli anziani.

  Argomento attraverso il quale ben presto ci s'accorse che in aula stavano cozzando due mentalità, due tipi d'educazione, due modi di concepire la morale e la vita, insomma due Italie eran di fronte una all'altra, mentre si stavan misurando due magistrati diversissimi fra loro.

  Da una parte il presidente Luigi Bianchi d'Espinosa, rappresentante l'indirizzo più moderno della magistratura ed estremamente sensibile allo spirito della Costituzione, e dall'altra il pubblico ministero Oscar Lanzi, definitosi da sé il rappresentante di un'era superata, appassionato parlatore e grande attore involontario.

  Protagonista inoltre di una drammatica uscita dalla comune dopo una beccatina del presidente (in un bel turbinio di fiocchi d'oro e di candidi jabots, con gettito di toga e inseguimento da parte della moglie sdegnata in turbante bluette), col passar delle ore e sempre involontariamente, da pubblico accusatore egli doveva trasformarsi nel miglior difensore degli imputati.

  Parlava sottolineato dal suo scranno laterale, nei momenti più accesi sollevando il naso polposo e il suo sfumatissimo baffo verso il gruppo marmoreo a un'estremità dell'Aula Magna, verso l'Italia triste e turrita, il paracarro con su scritto "Lex" , il legionario che sul braccio regge il fascio littorio, e faceva richieste, citava solidi argomenti a sostegno delle sue tesi, tuonava accuse sensazionali.

  Solo che le sue richieste non venivano accettate, i suoi argomenti eran sistematicamente sgretolati, le sue accuse eran così eccessive da provocare soltanto boati d'incredulità.

  Per prima cosa Oscar Lanzi chiese che venissero citati in aula tutti gli insegnanti di religione del Parini, non solo, ma anche quelli degli altri licei, e, a coppie i genitori degli ottocentocinquanta studenti. (Citazioni considerate inammissibili).

  Chiese che Claudia Beltramo Ceppi,. come era successo ai suoi due compagni, venisse sottoposta anche lei alla visita medica che in questi casi è obbligatoria per compilare la scheda minorile, e suggerì la camera di consiglio come luogo di visita, mezz'ora in tutto quanto a perdita di tempo.

  Ma l'ordinanza che fu letta di lì a poco doveva invece precisare che quest'esame non è necessario né opportuno e ha carattere facoltativo, così la studentessa poté restare tutto il tempo in tailleur.

  Chiese allora che fossero citati i sette padri (o i quattordici genitori) che scandalizzati dall'inchiesta della "Zanzara" avevano tempestivamente ritirato i figli dal Parini.

  Ma no, gli fu risposto, non si vede in che cosa potrebbero essere utili, tanto più che la ragione del ritiro va cercata non tanto nella paura del contagio morale quanto nello scarso profitto dei ragazzi.

  Non senza ragione infatti essi sono stati ritirati da scuola entro il 15 marzo, perché possano passare ad altro istituto senza perdere un anno (dopo il 15 marzo dovrebbero invece essere considerati ripetenti).

  Iniziando quindi la sua requisitoria contro i tre ragazzi rei secondo lui d'istigazione alla corruzione, tra frequenti frasette interlocutorie come "Io non capisco più niente, io cado dalle nuvole, io non riesco a concepire", Lanzi disse che per fortuna però "in questo bosco o meglio in questa giungla non si sentiva più solo", perché recentemente, bandendolo dalle scuole, il ministro della Pubblica Istruzione, aveva dichiarato immorale "Il diario di Anna Frank", perché anche il "Decamerone" e l'"Orlando Furioso" nelle scuole si leggono in edizioni censurate, e per il fatto che, a sua consolazione, esistevano anche lontani precedenti simili a questo: non era stata infatti la parte buona e morale della cittadinanza che nella corrotta Roma dei Cesari aveva mandato in esilio Ovidio per aver scritto un libro immorale?

  Mentre parlava, però, era già stata recisamente smentita la notizia del sequestro di "Anna Frank", sul Boccaccio e sull'Ariosto nessuno lo contraddisse, dato che dell'esistenza nelle scuole di edizioni purgate tutti erano al corrente da un pezzo e a nessuno era venuto in mente di paragonarli alla "Zanzara".

  Quanto a Ovidio, poco dopo, gli fecero riflettere che l'esilio gli era stato inflitto non già per pubblicazione immorale, ma in qualità di scomodo teste di eccessi e forse anche come amante di una parente stretta dell'imperatore.

  Quando infine Lanzi esibì una copia di "Milano Studenti" per dimostrare che era anche quello un giornale di associazione, ma regolarmente registrato, non ricavò l'effetto voluto, perché subito gli demolirono la testimonianza, non essendo questo un giornale a diffusione interna. (È il giornale dei GiEsse, gli integralisti cattolici, che con le loro proteste, e lo sfogo al "Corriere Lombardo" che portò alla pressione in questura, sono stati alla base del processo).

  Quella di Lanzi fu una straordinaria requisitoria che nel suo linguaggio apocalittico per prima cosa ebbe l'effetto di determinare ben chiare le posizioni dei protagonisti. In zona sterile e asettica, e in alto naturalmente, il pubblico ministero censore e difensore della famiglia che denuncia la disgregazione della società, la marcia verso il baratro.

  Nel girone più basso invece, nella zona infetta, i tre studenti più il preside e la gentile tipografa), cioè i corruttori i vitandi, i portatori di germi.

  Vitandi in quanto confondono la libertà di pensiero con la libertà di sesso, la libertà degli uomini con la libertà degli animali, e la libertà di sesso riscontrata nella "Zanzara" secondo Lanzi altro non è che libertà di animali.

  Al che fece seguito una interessante teoria sulla maturazione.

  Sono di solito i maturi a corrompere gli immaturi, ma questo è il caso di immaturi che corrompono altri immaturi: non solo, per quel che riguarda l'articolo "Cosa ne pensano le ragazze d'oggi", dato che il danno primo è stato verso i genitori, è evidente che in modo malefico essi hanno agito anche sui maturi e incorrotti. (Infatti le dichiarazioni delle studentesse "hanno traumatizzato anche noi adulti").

  E chi sono questi traumatizzati maturi? Sono fatti ad immagine e somiglianza del pubblico ministero. A tredici, quattordici anni cioè han cominciato a sentire "l’urlo dei sensi", e allora le discussioni ed indagini sul sesso le han fatto anche loro, ma tra compagni e di nascosto, così hanno imparato tutto benissimo, senza far mai trapelare niente ai genitori.

  Andando avanti poi, le loro passioncelle le hanno avute ma sempre in segreto, e di nascosto leggevano i libri di Guido da Verona che in confronto alla "Zanzara" son "testi da leggere in chiesa".

  In che cosa credono essi, oltre che nella patria, negli inni nazionali (che da piccoli li facevano fremere di veri e propri raptus patriottici), nella festa delle matricole ("Una cosa simpaticissima, secondo l’etica e lo spirito goliardico"), e negli eroi del Risorgimento? "In confronto a questi ragazzi che scrivendo così vanno in cerca di autosollecitazioni sessuali", i traumatizzati maturi credono nel segreto riserbo ("Se ognuno di noi potesse esser venir messo moralmente a nudo, quante cose preferirebbe veder celate! Certe cose si pensano ma non si dicono, perché contrarie alla morale oggi esistente in Italia"), nei rapporti sessuali solo se hanno per fine la continuità della specie, nel matrimonio se non ha per fine la concupiscenza, nell’inutilità dell’educazione sessuale ("Se mio figlio venisse a chiedermi qualcosa sugli anticoncezionali, vivaddio dovrei dirgli cosa sono?"), nei cavoli e nelle cicogne come nozioni sessuali per i bambini, nella certezza che libertà di sesso equivale a prostituzione, nella donna integra e pudica intesa come angelo del focolare, e quindi nella verginità prematrimoniale. ("La morale italiana crede all’illibatezza della donna che si sposa.

  E qui non pensate ai nordici e alla gente del Congo, che son spregiudicati esibizionisti. Da noi se un uomo sposa una donna che ha avuto esperienze prematrimoniali, ha il pudore di tenerlo nascosto, anzi agli altri dirà che ha sposato la donna più pura e più casta del mondo").

  Tutte dichiarazioni che ebbero il potere d’increspare un po’ il pubblico, quasi scosso da piccole ondate, e puntualmente andò avanti a incresparsi man mano che il pubblico ministero proseguiva nel suo colorito linguaggio.

  Paragonando la sua requisitoria a un "urlo di dolore", chiamò "collana di perle di fango" l’articolo con le risposte delle studentesse circa il matrimonio ed il sesso, decise che l’inchiesta era falsa, perché secondo lui nessuna ragazza aveva mai parlato così; ma eran stati i tre redattori a esporre sotto false spoglie le loro indecenti idee personali, tacciò quindi di "vergognose" le virgolette destinate a metter in risalto le frasi piccanti atte ad eccitare gli istinti bassi e morbosi degli adolescenti, diede una definizione brillante dell’epoca in cui viviamo ("un’epoca di antifecondativi, di capelloni, di obiettori di coscienza, di gente allergica agli inni della patria"), sottolineò il dilagare del malcostume e dell’oscenità che presto si farà frana e valanga per travolgere cose, persone e idee, fece un ritrattino veloce della ragazza che sarà di moda tra poco ("andrà in giro con gli anticoncezionali in tasca e il materasso dietro le spalle"), si dichiarò contento del clamore suscitato dal processo perché "per fortuna i presidi e i professori ora si sono svegliati, hanno impedito la pubblicazione di vari giornalucoli, e intere pagine sono state censurate" dimostrando in questo modo il fine da lui auspicato al di là del reato di corruzione, la morte cioè per soffocamento della stampa studentesca.

  Così per tutti naturalmente chiese la condanna.

  Fine del quaresimale e infiniti commenti durante l’intervallo. "A due anni si dimenticano, quindi a quattro si ricomincia", dicevano le madri progressiste a proposito dei fatti della vita da spiegare ai loro bambini, mentre ricordando certi anziani moralisti di famiglia, alcuni giovani li andavano definendo dei veri e propri ossessi del sesso, dei refoulés allucinati che proiettavano fuori di sé le loro torbide istanze per restare in equilibrio e in certo modo compensarsi, e giù a grappoli gli esempi di complessati maturi.

  Altri invece si avvicinavano a Oscar Lanzi che tutto soddisfatto aspirava la sua meritata sigaretta, per fargli qualche domanda a cui rispondeva garbato. Di dov’è? Di Fabro, il paese umbro noto per le alluvioni e le frane sull’autostrada. Quanti figli? Due, uno dei quali fa la prima liceo al Berchet. Assolutamente contrario all’educazione sessuale? "Se la facciamo da soli", fu la risposta, e "ho con me la maggioranza degli italiani" l’aggiunta.

  Mentre un tale che evidentemente desiderava la sua simpatia, gli si avvicinò chiedendogli se aveva fatto bene o male a raccontare alla sua nipotina perché la zia di questi tempi era molto ingrassata davanti. "Perché ha mangiato un fiore", lui le aveva spiegato, "un fiore speciale che nella pancia gonfia e poi diventa un fratellino. Va bene così, signor procuratore?" e il procuratore ebbe un lieve sorriso d’assenso.

  Era sempre un sorriso il suo, anche se non d’assenso, quello che gli piegò la bocca durante le arringhe degli avvocati difensori, mentre fremeva la spazzola ostinata di Dall’Ora, o il naso rostrato di Pisapia, mentre s’accendeva il pallore di Smuraglia, s’agitavano le belle mani minute di Delitala, tuonava Sbisa e parlava invece come in un salotto l’avvocato Crespi dalla stempiatura elegante.

  Al pubblico ministero vennero rinfacciate le sue concezioni tribali, quindi contro la Procura gli avvocati usarono il Concilio Ecumenico con tutte le sue aperture, ai giudici furono mostrati albi di fumetti francamente innamorati e liberamente in circolazione, furono citati i cicli di lezioni sessuali tenute oggi anche da sacerdoti, e sempre di sacerdoti gli articoli di comprensione e in difesa degli studenti (fra cui sul cattolico "Alba" l’ottimo scritto di padre Nazareno Fabbretti ), a tutti venne ricordata la pastorale dell'episcopato tedesco a proposito della necessità di impartire l’educazione sessuale in età prescolastica, infine si esibirono due opuscoli sul sesso e la relativa educazione, uno edito dal Centro Studi Sociali di San Fedele e l’altro uscito nelle Edizioni Paoline, dal linguaggio assai crudo (così da non poterne dar lettura in aula) e l’imprimatur del vescovo di Catania (e il pubblico ministero se li portò a casa nell’ora di colazione).

  Ad uno ad uno si alzarono dunque gli avvocati spezzando lance come in un elegante torneo per difendere i ragazzi, il preside, la tipografia, il giornale che deve restare quello che è, cioè un foglio a diffusione interna, non soggetto alla legge sulla stampa.

  Ancora qualche minuto accordato a Lanzi. ("Va bene la pillola se serve a limitare le nascite", concesse, "ma come l’intendono questi ragazzi, serve solo allo sfrenarsi della concupiscenza.

  Ripeto che questi giovani hanno soltanto insegnato agli adolescenti cosa è il vizio cos’è la corruzione"); lunga risposta di Delitala a nome di tutto il collegio di difesa (non esiste nessuno dei reati scritti, e quanto a com’erano i ragazzi di una volta "anche noi, certo, parlavamo di questi argomenti, ma in modo assai peggiore, riconosciamolo"); quindi la lunga seduta in camera di consiglio, la breve lettura dell’assoluzione, le poche parole indirizzate dal presidente Bianchi d’Espinosa ai tre ragazzi, come le avrebbe pronunciate un padre pieno di buon senso.

  A questo punto, mentre già meditava di ricorrere in Appello, Lanzi sembrava rimasto solo, ma a chi gli s’avvicinava (e qualcuno costernato: "Un’assoluzione così che vergogna! E proprio in tempo di quaresima!"), andava ripetendo che dietro di sé aveva tutta la parte sana della nazione. Inoltre c’era chi pensava, perché si sentisse meno solo, di farlo incontrare con qualcuno con cui avrebbe simpatizzato di certo.

  Era quell’alto ufficiale che pochi giorni fa fu testimonio d’accusa al processo dei ragazzi dei manifestini antimilitaristi, del quale si racconta che nella camera della figlia, già maggiorenne da qualche anno, un giorno egli avesse trovato una copia dell’"Amante di lady Chatterley".

  E allora, sequestrato il volume e rivestita l’alta uniforme con tutti i suoi gradi e medaglie, aveva riunito la famiglia al completo per tenerle un breve discorso sulla amoralità contemporanea e la vergogna piombatagli in casa. Quindi, immerso il libro in un vaso colmo d’alcol denaturato, sguainando la sciabola, gli aveva dato fuoco sul terrazzo di casa.

(in 30 anni di Costume - ed. L'Espresso)