Milano.
Come a una prima di James Bond, per andarci si dovette
far la coda tra carabinieri e poliziotti, ma l'attesa
non andò delusa; lo spettacolo ci fu, e tra colpi
di scena, battibecchi e cadute di transenne, nel nome
del celebre moralista che fu professore due secoli
fa e a cui s'intitola il noto liceo, davanti a un
foltissimo pubblico si svolse il processo del professore
e dei tre studenti accusati d'immoralità.
Così in una specie di grande rappresentazione
culminò un periodo denso e ansimante durante il quale
s'eran tenuti accesi dibattiti sul Parini e il suo
giornale interno, si era interrogata la gente per
strada e a più riprese s'eran raccolte le firme ("Oh
Dio, potrei sceglierne un'altra, di lista? Qui son
tutti tromboni"), mentre il traffico veniva interrotto
da cortei di protesta di studenti, i genitori non
facevano altro che telefonarsi ("Allora glielo
facciamo questo sciopero, o no?") ed eran divisi
anche loro, genitori retrogradi con figli progressisti,
genitori atei con figli GiEsse.
Ci furono poi frati che telefonavano furenti
a giornali cattolici inclini a solidarizzare con gli
accusatori, giornali cattolici che invece sostenevano
apertamente gli studenti, giornali conservatori che,
avendo a un certo punto scoperto nel Parini il liceo
più conservatore della città, pur dopo aver rimesso
di moda l'aggettivo "pruriginoso" si decidevano
a difendere quegli audaci ragazzi.
Insomma l'argomento principe di conversazione,
la scintilla di ogni lite eran sempre il Parini e
"La Zanzara" (per una copia della quale
si arrivò a pagare perfino tremila lire), e anche
le graziose stiliste s'interessarono alla cosa, inventando
il berretto ora in vendita dalla cartolaia che sta
di fronte al famoso liceo: una via di mezzo fra quello
dei Beatles e dei garibaldini, gabardine rosso-fuoco
e ricamata al centro e in oro una bella zanzara.
Fu di moda andare al processo ("Io
c'ero. Non c'eri? Bisognava esser lì"), e massimamente
alla moda fu il leit-motiv, delle discussioni, tanto
nel pretorio che nel pubblico, perché il sesso dominava
nell'Aula Magna, com'è oggi, com'era una volta, come
va appreso e studiato, come ne scrivono i giovani
e come ne parlano gli anziani.
Argomento attraverso il quale ben presto
ci s'accorse che in aula stavano cozzando due mentalità,
due tipi d'educazione, due modi di concepire la morale
e la vita, insomma due Italie eran di fronte una all'altra,
mentre si stavan misurando due magistrati diversissimi
fra loro.
Da una parte il presidente Luigi Bianchi
d'Espinosa, rappresentante l'indirizzo più moderno
della magistratura ed estremamente sensibile allo
spirito della Costituzione, e dall'altra il pubblico
ministero Oscar Lanzi, definitosi da sé il rappresentante
di un'era superata, appassionato parlatore e grande
attore involontario.
Protagonista inoltre di una drammatica
uscita dalla comune dopo una beccatina del presidente
(in un bel turbinio di fiocchi d'oro e di candidi
jabots, con gettito di toga e inseguimento da parte
della moglie sdegnata in turbante bluette), col passar
delle ore e sempre involontariamente, da pubblico
accusatore egli doveva trasformarsi nel miglior difensore
degli imputati.
Parlava sottolineato dal suo scranno laterale,
nei momenti più accesi sollevando il naso polposo
e il suo sfumatissimo baffo verso il gruppo marmoreo
a un'estremità dell'Aula Magna, verso l'Italia triste
e turrita, il paracarro con su scritto "Lex"
, il legionario che sul braccio regge il fascio littorio,
e faceva richieste, citava solidi argomenti a sostegno
delle sue tesi, tuonava accuse sensazionali.
Solo che le sue richieste non venivano
accettate, i suoi argomenti eran sistematicamente
sgretolati, le sue accuse eran così eccessive da provocare
soltanto boati d'incredulità.
Per prima cosa Oscar Lanzi chiese che
venissero citati in aula tutti gli insegnanti di religione
del Parini, non solo, ma anche quelli degli altri
licei, e, a coppie i genitori degli ottocentocinquanta
studenti. (Citazioni considerate inammissibili).
Chiese che Claudia Beltramo Ceppi,. come
era successo ai suoi due compagni, venisse sottoposta
anche lei alla visita medica che in questi casi è
obbligatoria per compilare la scheda minorile, e suggerì
la camera di consiglio come luogo di visita, mezz'ora
in tutto quanto a perdita di tempo.
Ma l'ordinanza che fu letta di lì a poco
doveva invece precisare che quest'esame non è necessario
né opportuno e ha carattere facoltativo, così la studentessa
poté restare tutto il tempo in tailleur.
Chiese allora che fossero citati i sette
padri (o i quattordici genitori) che scandalizzati
dall'inchiesta della "Zanzara" avevano tempestivamente
ritirato i figli dal Parini.
Ma no, gli fu risposto, non si vede in
che cosa potrebbero essere utili, tanto più che la
ragione del ritiro va cercata non tanto nella paura
del contagio morale quanto nello scarso profitto dei
ragazzi.
Non senza ragione infatti essi sono stati
ritirati da scuola entro il 15 marzo, perché possano
passare ad altro istituto senza perdere un anno (dopo
il 15 marzo dovrebbero invece essere considerati ripetenti).
Iniziando quindi la sua requisitoria contro
i tre ragazzi rei secondo lui d'istigazione alla corruzione,
tra frequenti frasette interlocutorie come "Io
non capisco più niente, io cado dalle nuvole, io non
riesco a concepire", Lanzi disse che per fortuna
però "in questo bosco o meglio in questa giungla
non si sentiva più solo", perché recentemente,
bandendolo dalle scuole, il ministro della Pubblica
Istruzione, aveva dichiarato immorale "Il diario
di Anna Frank", perché anche il "Decamerone"
e l'"Orlando Furioso" nelle scuole si leggono
in edizioni censurate, e per il fatto che, a sua consolazione,
esistevano anche lontani precedenti simili a questo:
non era stata infatti la parte buona e morale della
cittadinanza che nella corrotta Roma dei Cesari aveva
mandato in esilio Ovidio per aver scritto un libro
immorale?
Mentre parlava, però, era già stata recisamente
smentita la notizia del sequestro di "Anna Frank",
sul Boccaccio e sull'Ariosto nessuno lo contraddisse,
dato che dell'esistenza nelle scuole di edizioni purgate
tutti erano al corrente da un pezzo e a nessuno era
venuto in mente di paragonarli alla "Zanzara".
Quanto a Ovidio, poco dopo, gli fecero
riflettere che l'esilio gli era stato inflitto non
già per pubblicazione immorale, ma in qualità di scomodo
teste di eccessi e forse anche come amante di una
parente stretta dell'imperatore.
Quando infine Lanzi esibì una copia di
"Milano Studenti" per dimostrare che era
anche quello un giornale di associazione, ma regolarmente
registrato, non ricavò l'effetto voluto, perché subito
gli demolirono la testimonianza, non essendo questo
un giornale a diffusione interna. (È il giornale
dei GiEsse, gli integralisti cattolici, che con le
loro proteste, e lo sfogo al "Corriere Lombardo"
che portò alla pressione in questura, sono stati alla
base del processo).
Quella di Lanzi fu una straordinaria requisitoria
che nel suo linguaggio apocalittico per prima cosa
ebbe l'effetto di determinare ben chiare le posizioni
dei protagonisti. In zona sterile e asettica, e in
alto naturalmente, il pubblico ministero censore e
difensore della famiglia che denuncia la disgregazione
della società, la marcia verso il baratro.
Nel girone più basso invece, nella zona
infetta, i tre studenti più il preside e la gentile
tipografa), cioè i corruttori i vitandi, i portatori
di germi.
Vitandi in quanto confondono la libertà
di pensiero con la libertà di sesso, la libertà degli
uomini con la libertà degli animali, e la libertà
di sesso riscontrata nella "Zanzara" secondo
Lanzi altro non è che libertà di animali.
Al che fece seguito una interessante teoria
sulla maturazione.
Sono di solito i maturi a corrompere gli
immaturi, ma questo è il caso di immaturi che corrompono
altri immaturi: non solo, per quel che riguarda l'articolo
"Cosa ne pensano le ragazze d'oggi", dato
che il danno primo è stato verso i genitori, è evidente
che in modo malefico essi hanno agito anche sui maturi
e incorrotti. (Infatti le dichiarazioni delle studentesse
"hanno traumatizzato anche noi adulti").
E chi sono questi traumatizzati maturi?
Sono fatti ad immagine e somiglianza del pubblico
ministero. A tredici, quattordici anni cioè han cominciato
a sentire "l’urlo dei sensi", e allora le
discussioni ed indagini sul sesso le han fatto anche
loro, ma tra compagni e di nascosto, così hanno imparato
tutto benissimo, senza far mai trapelare niente ai
genitori.
Andando avanti poi, le loro passioncelle
le hanno avute ma sempre in segreto, e di nascosto
leggevano i libri di Guido da Verona che in confronto
alla "Zanzara" son "testi da leggere
in chiesa".
In che cosa credono essi, oltre che nella
patria, negli inni nazionali (che da piccoli li facevano
fremere di veri e propri raptus patriottici), nella
festa delle matricole ("Una cosa simpaticissima,
secondo l’etica e lo spirito goliardico"), e
negli eroi del Risorgimento? "In confronto a
questi ragazzi che scrivendo così vanno in cerca di
autosollecitazioni sessuali", i traumatizzati
maturi credono nel segreto riserbo ("Se ognuno
di noi potesse esser venir messo moralmente a nudo,
quante cose preferirebbe veder celate! Certe cose
si pensano ma non si dicono, perché contrarie alla
morale oggi esistente in Italia"), nei rapporti
sessuali solo se hanno per fine la continuità della
specie, nel matrimonio se non ha per fine la concupiscenza,
nell’inutilità dell’educazione sessuale ("Se
mio figlio venisse a chiedermi qualcosa sugli anticoncezionali,
vivaddio dovrei dirgli cosa sono?"), nei cavoli
e nelle cicogne come nozioni sessuali per i bambini,
nella certezza che libertà di sesso equivale a prostituzione,
nella donna integra e pudica intesa come angelo del
focolare, e quindi nella verginità prematrimoniale.
("La morale italiana crede all’illibatezza della
donna che si sposa.
E qui non pensate ai nordici e alla gente
del Congo, che son spregiudicati esibizionisti. Da
noi se un uomo sposa una donna che ha avuto esperienze
prematrimoniali, ha il pudore di tenerlo nascosto,
anzi agli altri dirà che ha sposato la donna più pura
e più casta del mondo").
Tutte dichiarazioni che ebbero il potere
d’increspare un po’ il pubblico, quasi scosso da piccole
ondate, e puntualmente andò avanti a incresparsi man
mano che il pubblico ministero proseguiva nel suo
colorito linguaggio.
Paragonando la sua requisitoria a un "urlo
di dolore", chiamò "collana di perle di
fango" l’articolo con le risposte delle studentesse
circa il matrimonio ed il sesso, decise che l’inchiesta
era falsa, perché secondo lui nessuna ragazza aveva
mai parlato così; ma eran stati i tre redattori a
esporre sotto false spoglie le loro indecenti idee
personali, tacciò quindi di "vergognose"
le virgolette destinate a metter in risalto le frasi
piccanti atte ad eccitare gli istinti bassi e morbosi
degli adolescenti, diede una definizione brillante
dell’epoca in cui viviamo ("un’epoca di antifecondativi,
di capelloni, di obiettori di coscienza, di gente
allergica agli inni della patria"), sottolineò
il dilagare del malcostume e dell’oscenità che presto
si farà frana e valanga per travolgere cose, persone
e idee, fece un ritrattino veloce della ragazza che
sarà di moda tra poco ("andrà in giro con gli
anticoncezionali in tasca e il materasso dietro le
spalle"), si dichiarò contento del clamore suscitato
dal processo perché "per fortuna i presidi e
i professori ora si sono svegliati, hanno impedito
la pubblicazione di vari giornalucoli, e intere pagine
sono state censurate" dimostrando in questo modo
il fine da lui auspicato al di là del reato di corruzione,
la morte cioè per soffocamento della stampa studentesca.
Così per tutti naturalmente chiese la
condanna.
Fine del quaresimale e infiniti commenti
durante l’intervallo. "A due anni si dimenticano,
quindi a quattro si ricomincia", dicevano le
madri progressiste a proposito dei fatti della vita
da spiegare ai loro bambini, mentre ricordando certi
anziani moralisti di famiglia, alcuni giovani li andavano
definendo dei veri e propri ossessi del sesso, dei
refoulés allucinati che proiettavano fuori di sé le
loro torbide istanze per restare in equilibrio e in
certo modo compensarsi, e giù a grappoli gli esempi
di complessati maturi.
Altri invece si avvicinavano a Oscar Lanzi
che tutto soddisfatto aspirava la sua meritata sigaretta,
per fargli qualche domanda a cui rispondeva garbato.
Di dov’è? Di Fabro, il paese umbro noto per le alluvioni
e le frane sull’autostrada. Quanti figli? Due, uno
dei quali fa la prima liceo al Berchet. Assolutamente
contrario all’educazione sessuale? "Se la facciamo
da soli", fu la risposta, e "ho con me la
maggioranza degli italiani" l’aggiunta.
Mentre un tale che evidentemente desiderava
la sua simpatia, gli si avvicinò chiedendogli se aveva
fatto bene o male a raccontare alla sua nipotina perché
la zia di questi tempi era molto ingrassata davanti.
"Perché ha mangiato un fiore", lui le aveva
spiegato, "un fiore speciale che nella pancia
gonfia e poi diventa un fratellino. Va bene così,
signor procuratore?" e il procuratore ebbe un
lieve sorriso d’assenso.
Era sempre un sorriso il suo, anche se
non d’assenso, quello che gli piegò la bocca durante
le arringhe degli avvocati difensori, mentre fremeva
la spazzola ostinata di Dall’Ora, o il naso rostrato
di Pisapia, mentre s’accendeva il pallore di Smuraglia,
s’agitavano le belle mani minute di Delitala, tuonava
Sbisa e parlava invece come in un salotto l’avvocato
Crespi dalla stempiatura elegante.
Al pubblico ministero vennero rinfacciate
le sue concezioni tribali, quindi contro la Procura
gli avvocati usarono il Concilio Ecumenico con tutte
le sue aperture, ai giudici furono mostrati albi di
fumetti francamente innamorati e liberamente in circolazione,
furono citati i cicli di lezioni sessuali tenute oggi
anche da sacerdoti, e sempre di sacerdoti gli articoli
di comprensione e in difesa degli studenti (fra cui
sul cattolico "Alba" l’ottimo scritto di
padre Nazareno Fabbretti ), a tutti venne ricordata
la pastorale dell'episcopato tedesco a proposito della
necessità di impartire l’educazione sessuale in età
prescolastica, infine si esibirono due opuscoli sul
sesso e la relativa educazione, uno edito dal Centro
Studi Sociali di San Fedele e l’altro uscito nelle
Edizioni Paoline, dal linguaggio assai crudo (così
da non poterne dar lettura in aula) e l’imprimatur
del vescovo di Catania (e il pubblico ministero se
li portò a casa nell’ora di colazione).
Ad uno ad uno si alzarono dunque gli avvocati
spezzando lance come in un elegante torneo per difendere
i ragazzi, il preside, la tipografia, il giornale
che deve restare quello che è, cioè un foglio a diffusione
interna, non soggetto alla legge sulla stampa.
Ancora qualche minuto accordato a Lanzi.
("Va bene la pillola se serve a limitare le nascite",
concesse, "ma come l’intendono questi ragazzi,
serve solo allo sfrenarsi della concupiscenza.
Ripeto che questi giovani hanno soltanto
insegnato agli adolescenti cosa è il vizio cos’è la
corruzione"); lunga risposta di Delitala a nome
di tutto il collegio di difesa (non esiste nessuno
dei reati scritti, e quanto a com’erano i ragazzi
di una volta "anche noi, certo, parlavamo di
questi argomenti, ma in modo assai peggiore, riconosciamolo");
quindi la lunga seduta in camera di consiglio, la
breve lettura dell’assoluzione, le poche parole indirizzate
dal presidente Bianchi d’Espinosa ai tre ragazzi,
come le avrebbe pronunciate un padre pieno di buon
senso.
A questo punto, mentre già meditava di
ricorrere in Appello, Lanzi sembrava rimasto solo,
ma a chi gli s’avvicinava (e qualcuno costernato:
"Un’assoluzione così che vergogna! E proprio
in tempo di quaresima!"), andava ripetendo che
dietro di sé aveva tutta la parte sana della nazione.
Inoltre c’era chi pensava, perché si sentisse meno
solo, di farlo incontrare con qualcuno con cui avrebbe
simpatizzato di certo.
Era quell’alto ufficiale che pochi giorni
fa fu testimonio d’accusa al processo dei ragazzi
dei manifestini antimilitaristi, del quale si racconta
che nella camera della figlia, già maggiorenne da
qualche anno, un giorno egli avesse trovato una copia
dell’"Amante di lady Chatterley".
E allora, sequestrato il volume e rivestita
l’alta uniforme con tutti i suoi gradi e medaglie,
aveva riunito la famiglia al completo per tenerle
un breve discorso sulla amoralità contemporanea e
la vergogna piombatagli in casa. Quindi, immerso il
libro in un vaso colmo d’alcol denaturato, sguainando
la sciabola, gli aveva dato fuoco sul terrazzo di
casa.
(in
30 anni di Costume - ed. L'Espresso)
