Walter Tobagi, coraggiosa voce fuori dal coro

    
Vent’anni sono ormai più di una generazione. Eppure il “delitto Tobagi” non è completamente seppellito nella polvere del tempo. L’assassinio di quel giornalista fu allora uno dei “punti di non ritorno” della torbida e sanguinosa stagione del terrorismo, quel filo rosso che presenta tutt’oggi pagine opache, misteri internazionali, ambiguità irrisolte. Anche se frettolosamente archiviate, trasmettono ancora il senso di una vicenda non completamente scandagliata, non definitivamente chiarita. E che ancora fa sentire i suoi condizionamenti in diversi palazzi della politica. Allora l'uccisione di un giornalista di 33 anni suscitò, oltre all’angoscia del mondo della comunicazione, anche una sincera emozione popolare. Come se, nell'immaginario collettivo, emergesse una sia pur confusa consapevolezza: non si era “sparato nel mucchio”, c’era un disegno sofisticato nella scelta della vittima, il bersaglio individuato era non a caso particolarmente “scomodo” nel panorama dell'informazione. Poi la giustizia degli uomini, tra confessioni circoscritte e premi ai pentimenti, ha seguito il suo corso naturale. Nessuno contesta i processi e le sentenze: e tuttavia resta sospesa qualche domanda inevasa su fili reconditi mai compiutamente ricostruiti.
Ma insieme la commossa partecipazione di allora e gli interrogativi aperti trovano una sia pur limitata risposta nel ritornare alla persona di Tobagi, alla sua vicenda, alla sua cultura. Prova a farlo qui, chi, di poco più giovane, ha condiviso con lui gli studi storici, l’esperienza universitaria e l’esercizio della professione giornalistica, ad “Avvenire” prima, al “Corriere della Sera” poi. E quella fede religiosa che lo avrebbe accompagnato in tutta la sua esistenza.
Fede salda e riservata, la sua, confermata nella famiglia e non esibita nella vita esterna, ma sempre sentita come la roccia sulla quale costruire l’impegno professionale, culturale e pubblico che lo rese stimato intellettuale che sapeva unire la finezza del politologo con la concretezza del cronista. A questo proposito chi scrive si fa testimone della lunga riflessione comune compiuta nella sua ultima estate sulle bozze del “Catechismo per gli adulti” che l'arcidiocesi ambrosiana del cardinal Colombo gli aveva inviato per un eventuale contributo. Altri, che ne hanno la legittima disponibilità, potranno far conoscere quei materiali, se lo riterranno opportuno. Qui è invece possibile riferire l'approfondimento che, su quella base documentaria, si condusse sul valore e i fondamenti dell’etica professionale del giornalista nel tumulto di quegli anni. In sostanza, senza farsi propagandisti od apologeti, si individuava come modo di essere insieme credenti e giornalisti quello di farsi osservatori e testimoni intellettualmente onesti, culturalmente scrupolosi e politicamente indipendenti.
In altre parole la chiara divisa del comunicare dentro l’ispirazione cristiana (e nelle sedi e nei tempi che storicamente venivano dati) andava a riassumersi nel criterio di «voler capire e poter spiegare», restituendo alla funzione professionale quella di tramite naturale tra le notizie e la loro interpretazione e la pubblica opinione dell’universo dei lettori. Ed è questa, sembra di poter dire, l’unica “ideologia” di fondo che presiede alla vastissima attività giornalistica di Tobagi. Cominciata con le prime prove nella “Zanzara”, il giornale studentesco del liceo classico “Parini”, e poi trasformatasi in vera e propria vocazione a “L’Avanti” e da cronista e inviato ad “Avvenire” e quindi coronatasi in Via Solferino. E tuttavia intessutasi sempre con la “dura lezione della storia”. Laureatosi infatti in Lettere con una documentatissima tesi sui sindacati italiani nel dopoguerra (1945-’50), riuscì a non abbandonare mai lo studio storico e l’approfondimento di quelle radici che costituivano la premessa naturale del Paese degli anni Settanta, così lacerati, complessi e confusi. Restano al riguardo i suoi libri che, per certi versi, ci parlano ancora: da “Gli anni del manganello” (dedicato, in termini non convenzionali, alle tecniche di presa del potere del regime fascista) a “La rivoluzione impossibile” (che ricostruisce il clima sociale effervescente dell’attentato a Togliatti, nel luglio del 1948) fino al suo primo volume “Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia” pubblicato nel 1970, a soli 23 anni.
Fin dall’inizio, dunque, la necessità dell’analisi storica si coniugava senza cesure con il racconto del presente sulle pagine del quotidiano. Ecco perché anche la formazione cattolica di Tobagi si indirizza ad investigare il tumultuoso mondo della sinistra, da allora in fermento per l’esplodere della contestazione giovanile nel mitico ’68. Quegli Anni Settanta, attraversati da grandi speranze nel vento del cambiamento poi incattivitisi nel piombo delle pallottole, chiedevano, secondo Tobagi, un supplemento di rigore e di scavo nella difficile opera di informazione. E, in particolare, andava combattuto, con la forza della ragione e la voglia mite di libertà, il clima di conformismo e di “pensiero unico” che andava diffondendosi con il salottiero “eskimo in redazione”. Tra l’ignavia dei più, il cinismo dei molti e l’interesse dei potenti che avrebbero allevato a poco prezzo un’intera generazione di comunicatori pronti a farsi, una volta passata di moda l’ubriacatura ideologica, scodinzolanti cortigiani.
Come reagire? Tobagi torna con la mente allo strumento sindacale. Lascerà scritto nel suo ultimo libro, “Che cosa contano i sindacati” pubblicato postumo, «...I miti si stemperano nella riscoperta di una verità antica come la storia dell'uomo: non sono le parole tonanti, ma i comportamenti di ogni giorno che modificano le situazioni, danno senso all’impegno sociale: il gradualismo, il riformismo, l'umile passo dopo passo sono l’unica strada percorribile per chi vuol elevare per davvero le condizioni dei lavoratori. Ecco la lezione che le “dure repliche della storia” ripetono ancora una volta...». Con questi presupposti Tobagi fondò una nuova corrente nel sindacato dei giornalisti che ben presto entrò come un cuneo nell’unanimismo di facciata dell'organizzazione, sino ad allora guidata senza complimenti dalle diverse anime di un Pci tanto tollerante nelle parole quanto egemonico nella realtà.
E il forte consenso che incontrò nella categoria lo espose fatalmente non solo alla guerra dei volantini e dei tatzebao ma poi anche ai riflettori di chi si preparava a sparare. Dirà dopo, anche a chi scrive, Leonardo Sciascia: «L’hanno ammazzato perché aveva metodo». Ecco, tra studio, ricerca, lettura critica delle notizie e impegno in prima persona, Tobagi aveva un metodo: ereditato insieme dalla conoscenza della complessità della storia e da un “imprinting” da credente, sempre alimentato nella riservatezza del privato. Quel metodo che lo portò ad avvicinarsi per qualche anno all’esperienza politica del socialismo autonomista milanese: quello che affermava le ragioni di una sinistra moderna, non più suddita e spesso alternativa rispetto al gigante comunista. Di quel socialismo Tobagi fece in tempo solo a conoscerne la stagione migliore: e i suoi amici di quell’area lo saluteranno tra le lacrime come un “riformista cristiano”. Perché nella temperie di quegli anni terribili (tra una società in tumulto e una Chiesa inquieta, un’economia allo sbando e una politica inadeguata, se non immobile) l’unica via di uscita gli appariva quella di cogliere e valorizzare tutte le possibili opportunità di cambiamento graduale e democratico. Da cristiano che dovunque cercava le scintille riformatrici lo aveva scritto addirittura nel ’71 in un saggio per “Il Mulino” (dal titolo “Riformisti a sinistra del Pci”). «...Se il recupero riformista - avvertiva in conclusione di quell’intervento - non fosse neppure tentato, la macchina del tempo potrebbe tornare indietro con conseguenze traumatiche per l’equilibrio democratico. Ma perché essere pessimisti? Il recupero riformista, nella sostanza, è già in atto, è una questione di tempo...». Con questa insopprimibile speranza (davvero cristiana) seguì per il suo giornale la tragedia del terrorismo. Cercando sempre di gettare un ponte, di avvicinare per comprendere anche quel ribollente mondo degli autonomi che dei brigatisti era il brodo di coltura. Talvolta tornava sconsolato e confessava: «sono figli disperati di una predicazione di odio e di schematismo ideologico». Ma poi ripartiva a raccontare nuovi delitti con l’animo di spendere la sua intelligente curiosità e la sua infinita tolleranza per contribuire a fermare la striscia di sangue. Nei giorni terribili del “caso Moro” passarono anche dai suoi articoli messaggi in codice, segnali cifrati per tener aperto il dialogo, per ottenere salva una vita, continuando a sperare contro ogni speranza. Ed è anche questa incessante opera di umana mediazione che lo rese così “scomodo”, anche per quel mondo giornalistico che preferiva appiattirsi su una linea informativa decisa altrove e altrove gradita... L’odio inutile dei suoi assassini era figlio di tanti "cattivi maestri»...."

Giuseppe Baiocchi