PERCHE' LUI?

 
 

di Leo Valiani

 
 
Perché hanno ucciso proprio lui? Se lo chiese, e chiese a tutti, Filippo Turati, all'indomani dell'assassinio di Giacomo Matteotti. Perché lui, ancora giovane e non qualcuno di noi, già vecchio?
La domanda che Turati poneva, conteneva la risposta. 
Gli squadristi del fascismo soppressero Matteotti, proprio perché era nel fiore dell'età ed avrebbe potuto combattere per molti anni ancora per la riconquista delle libertà democratiche, e per un avvenire consono agli ideali del movimento operaio socialista, della cui corrente riformista, rappresentata anzitutto dal vecchio Turati, egli (Matteotti) era il segretario energico, straordinariamente energico ed intransigente.
E' evidente che non soltanto io non ho nessun titolo per mettermi, neppure lontanamente, sul medesimo piano di Turati, ma il nostro carissimo Walter Tobagi non avrebbe mai accettato di essere paragonato a Giacomo Matteotti. Rimane che Tobagi venne assassinato per lo stesso motivo per cui Matteotti era stato assassinato. Si voleva colpire in lui un difensore, coraggioso, tenace, nobile, della democrazia, un militante del movimento socialista, democratico dei lavoratori italiani, un militante che, per di più, si occupava seriamente, da studioso, dei problemi in questione, senza illudersi di poterli sublimare con la retorica.
Ho conosciuto dapprima Tobagi nella veste di studioso di storia del movimento sindacale. Con rara obiettività egli ne indagava tanto la componente socialista, quanto la componente cattolica. All'esordio dei suoi studi, al riguardo regnava ancora una certa atmosfera di manicheismo. Tutto il bene (e tutto il male) doveva stare da una parte o dall'altra. Dove stesse il bene e dove il male, lo decideva l'affiliazione partitica dell'autore. La neutralità non veniva ammessa e conduceva all'ostracismo. Si era, insomma, in clima staliniano, da «guerra fredda» culturale, da crociata ideologica. Tobagi, da storico, non si lasciò arruolare, né di qua, né di là. Studiava, scriveva, pubblicava non per il successo di una parte, e neppure di una tesi, ma per la ricerca della verità.
Mi sono trovato con Tobagi nella redazione del «Corriere della Sera», nel periodo degli «anni di piombo» del terrorismo che ne ha decretato poi la morte.
Era ammirevole la pazienza con cui, incurante del pericolo che, al pari di altri, egli pure correva quotidianamente, cercava non solo di scoprire chi erano i terroristi, ma altresì di conoscerli da vicino, di comprenderli. Sapeva e, diversamente dalla moda allora corrente, non cercava di nascondere che in maggioranza erano rossi e non neri (benché i neri non mancassero) senza, per questo, ricondurli genericamente al marxismo. Non ignorava che Marx era stato contrario al terrorismo praticato ai suoi tempi soprattutto dagli anarchici e che se il sistema instaurato da Lenin praticava già, in vita del suo fondatore, il terrorismo di stato, l'assassinio degli avversari come metodo fondamentale della lotta politica caratterizzò lo stalinismo. Vedeva, inoltre, le circostanze specifiche del terrorismo italiano. Uno dei suoi assassini, rimesso troppo presto in libertà, dopo la condanna eccessivamente mite, ha confessato poco dopo:
«Se ci avessero fermati quando usavamo le spranghe di ferro, non saremmo arrivati a sparare per uccidere». La memoria corre di nuovo a Matteotti, che aveva sostenuto, in tempo utile, che l'impunità accordata agli squadristi (egli proponeva sin dall'inizio del 1921 di incriminarli per associazione a delinquere) li avrebbe resi eccezionalmente pericolosi.
l'Italia repubblicana non ha fatto, sotto i colpi del terrorismo, la stessa fine dell'Italia liberale sotto i colpi dello squadrismo. I politici, i sindacalisti, i magistrati, i poliziotti ed i carabinieri, i giornalisti, e le grandi masse del paese, hanno imparato qualche cosa dall'amara esperienza del primo dopoguerra. Se hanno saputo difendere la repubblica, lo si deve anche ad uomini come Tobagi ed al loro sacrificio. Buono, generoso quale era, se fosse rimasto in vita, Tobagi non se ne vanterebbe. Ma noi gli dobbiamo sempre un accorato omaggio.

 

(Tratto da : Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80, a cura di Aldo Forbice, Milano 1989)