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“È sempre
come se lo si dicesse per la prima volta. L’indiscrezione
di una giustizia che vorrebbe regolamentare il commercio
dei sessi ha sempre prodotto la peggiore immoralità:
l’incriminazione dell’istinto sessuale è un incoraggiamento
statale al delitto. Il delatore e il ricattatore sono
gli alleati del giurista che perseguita il costume”.
C’è da chiedersi se i magistrati di Biella che hanno
aperto l’inchiesta sui “reati” sessuali nel mondo dello
spettacolo, abbiano mai letto queste frasi di Karl Kraus
(1874-1936). Pubblicate all’inizio del secolo da «Die
Fackel», la rivista che Kraus ha diretto e redatto da
solo per trentasette anni sino alla morte, sono parte
di un articolo che assieme ad altri nel 1908 è compreso
nella raccolta
(parzialmente tradotta da Lucarini), con la quale
l’autore intese combattere la sua battaglia contro l’immoralità
dei moralisti.
Che l’effetto di inchieste del genere sia proprio quello
prospettato dallo scrittore austriaco, è dimostrato
dal lievitare oltre misura della vicenda biellese su
stampa e tv, con il suo codazzo di coinvolgimenti a
catena e di squallide performances di pseudo-divi e
comparse varie sempre pronti a cogliere al volo l’occasione
di apparire sullo schermo.
Difficile dire, come pure qualcuno ha sostenuto, se
l’indagine intrapresa altro non sia che un capitolo
della marcia trionfale di una magistratura alla conquista
di un potere assoluto, tale da investire persino la
sfera più intima delle persone. Di sicuro, però, si
muove nell’alveo di concezioni quantomeno singolari,
che sembrano riproporre quella opposizione tra sesso
e amore, per la quale il primo non sarebbe possibile
(e lecito?) in assenza del secondo. In caso contrario,
si deve sempre - come ha dedotto ironicamente Titta
Madia, difensore di uno degli imputati - stabilire quale
sia “la causale del delitto”, dove il delitto in questo
caso coincide col sesso. Concezioni che rischiano di
ampliare a dismisura l’area d’intervento dell’autorità
giudiziaria in questo campo ben oltre i limiti consentiti
nelle società libere, che dovrebbero essere: la salvaguardia
della salute pubblica; la difesa dalle violenze e la
tutela dei bambini.
Tuttavia, qui preme soffermarsi sugli effetti determinati
dall’inchiesta della procura di Biella che, aperta con
lo spirito di debellare un certo malcostume, ha agito
più che altro da suo moltiplicatore: in fondo il primo
suo risultato è stato quello di consentire a soubrettes
e magliari del palcoscenico di far sfoggio di sé, con
interviste e libri di memoria da cui trarre ulteriori
vantaggi. Il modo poi in cui è stata seguita dai mass
media e in generale la reazione suscitata fra il “pubblico”,
hanno svelato una verità che sporadicamente affiora
allo scoperto: l’Italia, a dispetto della cosiddetta
liberazione sessuale, è e resta fondamentalmente provinciale.
Il guaio è che il suo provincialismo non si manifesta
nelle aree arretrate o presso i ceti meno facoltosi,
ma annida nelle sue élites intellettuali, fra coloro
che un tempo si diceva avrebbero dovuto formare le coscienze.
Invece, si preferisce disquisire sui “meroloni”, ammiccare
o fingersi disgustati quando a essere coinvolti è magari
un proprio sodale.
Di cambiamenti nel comportamento sessuale ce ne sono
stati: non siamo più ai tempi di Io, mammete e tu; ragazzi
e ragazze godono di grande libertà, eppure qualcosa
non va. Lo prova, ad esempio, una cronaca che spesso
registra i sintomi di un profondo disagio esistenziale;
o la tragedia dei neonati abbandonati oppure gettati
nella spazzatura. Ad esserne protagonisti sono sovente
i giovani che, sebbene siano considerati o si pensino
informati ed emancipati, rivelano non di rado atteggiamenti
primitivi e respingono ogni confronto con il mondo degli
adulti, che - per parte sua - sceglie il paravento del
permissivismo per celare il suo sostanziale disinteresse
ed egoismo.
Viene pertanto da chiedersi se davvero il costume è
così cambiato, rispetto al passato; se davvero la rivoluzione
sessuale che prese avvio negli anni Sessanta ha conseguito
gli obiettivi dichiarati. Oppure essi si sono allontanati,
perché lo sguardo è stato deviato e attratto da scenari
diversi dagli originali, dove non figurano più vere
e responsabili libertà ma solo i loro simulacri. È opportuno
chiederselo.
Nel frattempo, proponiamo di seguito la rievocazione
della vicenda dei giovani redattori della «Zanzara»,
che nel loro piccolo diedero un grande contributo all’emancipazione
da antichi tabù.
* * *
Un’inchiesta
scomoda al liceo “Parini”
È San Valentino
quando comincia a essere distribuito il numero 3 della
«Zanzara», il periodico studentesco del liceo classico
“Parini” di Milano. Al posto di messaggi per innamorati,
in prima pagina campeggia un’inchiesta dal titolo
un po’ roboante: Cosa pensano le ragazze oggi. A firmarla
sono Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano, che hanno
raccolto le opinioni di nove studentesse dell’istituto
su temi come la famiglia, la morale, la religione
e il sesso. Da un punto di vista statistico il campione
non può sicuramente dirsi rappresentativo, dal momento
che il liceo conta quasi novecento alunni, e tuttavia
le risposte sono indicative di come nel 1966 si registrino
segnali di mutamento profondo nel costume. Ma ecco
qualcuna di queste risposte.
Tra le massime aspirazioni non sembra che ci sia quella
di diventare l’angelo del focolare: “Se mi offrissero
una vita solo dedita al matrimonio, alla casa e ai
figli - dice una liceale - piuttosto di vivere così
mi ammazzerei”. Sull’uso degli anti-concezionali (fra
l’altro negli stessi giorni argomento di dibattito
all’interno della scuola confessionale “Zaccaria”),
ecco un parere riportato nell’intervista: “Pongo dei
limiti solo perché non voglio correre il rischio di
avere conseguenze. Ma se potessi usare liberamente
gli anti-concezionali non avrei problemi di limiti”.
Affiora anche la consapevolezza che la religione (o
meglio la Chiesa) ha fatto della fobia sessuale il
mezzo per esercitare meglio il proprio dominio: “Il
fatto religioso per me è stato profondamente negativo...
La religione in campo sessuale è apportatrice di complessi
di colpa”. Superando le ipocrisie del passato, c’è
chi apertamente sostiene che la procreazione non rappresenta
il fine primario della vita di coppia: “Nel rapporto
sessuale ciò che più pare importante è la necessità
di essere completamente uniti e perciò i figli sono
una conseguenza di secondo grado e hanno un’importanza
relativa”. Infine, quasi a sintetizzare in forma di
manifesto le sue istanze di libertà, una ragazza dichiara:
“Non vogliamo più un controllo dello Stato e della
società sui problemi del singolo e vogliamo che ognuno
sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò
non leda la libertà altrui. Per cui, assoluta libertà
sessuale e modifica totale della mentalità”.
Ingenue utopie? Saccenterie di alcune giovani-bene
milanesi? Manifestazione di rivalità fra gruppi studenteschi?
O più semplicemente desiderio di comunicare i cambiamenti
in atto nella società? Probabilmente nell’inchiesta
c’è un po’ di tutto questo. Fatto è che essa non pare
esprimere nulla di realmente scandaloso per i tempi.
Sul piano morale non va oltre l’enunciazione degli
imperativi kantiani, né - a parte qualche ruvidezza
di linguaggio - si distanzia più di tanto dallo spirito
innovatore che ha contraddistinto perfino i lavori
del Concilio Vaticano II. Ma tutto questo non impedisce
che quanto pubblicato dalla «Zanzara» inneschi una
formidabile polemica, che occuperà per mesi le pagine
di giornali e settimanali e che deborderà nelle aule
di tribunale, determinando addirittura le dimissioni
dell’allora presidente dell’Associazione nazionale
magistrati.
Quello che sembrava un episodio circoscritto alla
vita scolastica diventa l’emblema di un aspro confronto
fra due Italie: da un lato, quella desiderosa di assaporare
sino in fondo il gusto della democrazia, senza timori
o pregiudizi elitari; dall’altro, quella da sempre
restia a navigare nel mare aperto di una società composta
di liberi individui e non di minorati da mantenere
sotto tutela, o tutt’al più in libertà vigilata. Come
avviene in ogni confronto, non mancavano ovviamente
gli strumentalismi da una parte come dall’altra, ma
resta il fatto che la puntura della «Zanzara», forse
più ancora delle “convergenze parallele” morotee,
contribuisce a far capire che gli ormeggi agli anni
Cinquanta erano finalmente mollati.
La reazione
I primi a reagire
contro l’inchiesta pubblicata dalla «Zanzara» sono
alcuni genitori. Dapprincipio ne fanno motivo di contestazione
al preside, prof. Daniele Mattalia, che non avrebbe
“vigilato” a dovere su quanto veniva stampato; quindi
decidono di invocare l’intervento della magistratura.
Anni prima, il Ministero della Pubblica istruzione
consigliava di considerare benevolmente e, anzi, di
favorire la redazione di giornali scolastici, contando
proprio sul metro di giudizio dei singoli capi d’istituto.
L’esistenza di tali giornali, espressione di corrispondenti
associazioni studentesche, tuttavia non era stata
mai davvero digerita, specialmente dal mondo cattolico.
E il motivo è ovvio: nelle iniziative di stampo para-scolastico
realizzate all’interno degli istituti statali, i cattolici
individuavano una potenziale concorrenzialità rispetto
alla famiglia e, soprattutto, a una formazione dei
giovani improntata secondo i caratteri religiosi.
Per altro verso, da parte della sinistra - e in special
modo del suo partito meglio organizzato, il Pci -
tanto le associazioni studentesche, che i loro periodici
erano visti come un formidabile viatico per realizzare
forme di proselitismo politico tra i giovani.
Di tale contesto occorre tener conto, quando si considera
quel che accade al “Parini”. Liceo prestigioso di
Milano, una quota consistente dei suoi studenti è
attivista di “Gioventù studentesca”, un’organizzazione
che si riconosce nell’insegnamento di Don Giussani
(il futuro ispiratore di “Comunione e Liberazione”).
Le polemiche sollevate dall’inchiesta su Cosa pensano
le ragazze oggi sono quindi dovute inizialmente al
contrasto ideologico vissuto all’interno dell’istituto
fra studenti laici e cattolici. Sia le famiglie, sia
il corpo docente agiscono più che altro come figure
di contorno e sembrano anche alquanto smarriti rispetto
ai loro figli e allievi. Questi ultimi sarebbero,
secondo «L’Espresso» del 6 marzo, i rappresentanti
di una generazione “il cui dramma è soltanto di trovarsi
ormai a un livello di maturità culturale e morale
superiore a quello delle famiglie e di molti insegnanti”.
Ma se «L’Espresso» ritiene che il dibattito con le
nove studentesse sia stato condotto con senso di responsabilità,
ben diverso è il pensiero di un’opinione pubblica
frenata ancora da molti pregiudizi. Quale sia il suo
tipo di approccio a temi come il sesso, si comprende
bene leggendo il «Corriere lombardo», che in un certo
senso pilota l’attacco ai giovani redattori e al direttore
loro coetaneo, Marco De Poli. Sul numero del 23/24
febbraio ne fa soprattutto una questione di buon gusto
e del “buon gusto” intende far uso
nell’affrontare
temi scabrosi, non adatti comunque a ragazzi di ginnasio
e liceo. Per questo abbiamo sentito il dovere... di
rilevare la sconcertante e scandalosa inchiesta pubblicata
sul giornale studentesco del “Parini”. [...] Certo
che i ragazzi debbono pur sapere com’è veramente la
vita! E chi non è d’accordo? Ma ciò che è scritto
su quel giornaletto pariniano passa ogni limite consentito
all’età minorile.
Il tono della campagna
condotta dal «Corriere lombardo» è caratterizzato
da una miscela di paternalismo e ipocrisia censoria,
all’insegna del “si fa, ma non si dice”. E innanzi
tutto non si dice, né tanto meno se ne deve scrivere
in spazi per così dire “ufficiali” come i giornali
d’istituto. Che poi le stesse opinioni pubblicate
dalla «Zanzara» siano scambiate fra gli studenti negli
intervalli o durante i viaggi, poco importa: l’essenziale
è che non ci si provi neppure ad affrontare senza
falsi moralismi la sessualità. A posizioni come questa
corrisponde un certo modo di concepire l’educazione
e, di conseguenza, i compiti dell’istituzione scolastica.
L’alternativa al riguardo è descritta con chiarezza
da Alessandro Pizzorno, che interviene sull’«Avanti!»
del 6 marzo:
possiamo volere
una scuola in cui gli studenti siano stimolati a discutere
direttamente e apertamente i loro problemi, anche
i più imbarazzanti, in un ambiente che premi... l’impegno
e il coraggio. Oppure una scuola in cui il conformismo
si misuri col metro dei giornali nazionali e della
questura; e gli argomenti scottanti vengano compressi
nelle battute salaci e nelle moralità ciniche degli
incontri di corridoio.
Oramai, però, la vicenda
travalica l’ambito delle dispute pedagogiche e diventa
oggetto delle cronache giudiziarie. Già il 25 febbraio
la magistratura convoca il Provveditore di Milano
e il preside del “Parini”; dopo di che i tre studenti
- Claudia Beltramo Ceppi, Marco Sassano e Marco De
Poli - vengono dapprima interrogati dal vicequestore
Grappone e quindi condotti davanti al pm Pasquale
Carcasio.
Dall’incriminazione
al processo
Negli uffici
della Procura avviene un episodio indicativo dello
spirito reazionario e repressivo che caratterizza
ancora gran parte delle istituzioni. Applicando alla
lettera una circolare del 1934 che prevedeva - fra
l’altro solo facoltativamente - di redigere una scheda
dettagliata degli indagati minorenni, il pm ordina
ai tre studenti del “Parini” di spogliarsi per sottoporli
a visita medica. Claudia Beltramo Ceppi rifiuta di
farlo e suo padre, già vicequestore di Milano nel
’45, annuncia che reagirà a quello che giudica un
sopruso. Marco De Poli e Marco Sassano non riescono
invece a sottrarsi alla degradante procedura, che
contrasta con gli elementari diritti del cittadino.
Ecco come riferisce l’interrogatorio il loro avvocato,
Alberto Dall’Ora:
È stato loro imposto
di denudarsi e di sottoporsi a visita da parte di
persona che già si trovava nell’ufficio, e in presenza
del magistrato, le domande loro poste durante tale
visita vertevano sui loro eventuali rapporti con prostitute,
su affezioni veneree eventualmente contratte, mentre
venivano fatti osservazioni e commenti sul loro stato
di apparente gracilità, con il rilievo che le famiglie
poco si curavano di loro.
Va tenuto presente
che l’accusa mossa tanto ai tre liceali, quanto al
loro preside consiste nella violazione di due articoli
della legge sulla stampa (L. 47 dell’8 febbraio 1948):
il 14 relativo alle pubblicazioni destinate all’infanzia
e all’adolescenza, e il 16 sulla stampa clandestina
che sanziona la mancata registrazione della testata,
benché i giornali scolastici non rientrino affatto
in tale normativa. A indicare il comportamento corretto
che si sarebbe dovuto tenere in un caso del genere,
provvede sul «Corriere della sera» del 22 marzo Giuseppe
Maranini:
Prospetto solo
dei dubbi... ma di una cosa almeno sono ben certo:
la soluzione di questi dubbi apparteneva e appartiene
comunque all’autorità scolastica, non alla questura
o alla Procura della Repubblica. La Procura della
Repubblica ha invocato a giustificazione della procedura
seguita un articolo di una vecchissima legge in palese
contrasto con la Costituzione della Repubblica. Nessuno
mi persuaderà che il giudice si trovasse costretto
da una evidenza di reato e di pericolo a una qualunque
azione di polizia giudiziaria, meno che mai all’ispezione
corporale o alla visita medica dei tre ragazzi. Anche
se questo il giudice ha creduto e se l’applicazione
di certe misure gli è sembrata imposta dalla legge
poteva - anzi doveva pur ricordarsi della Costituzione
e, sollevata d’ufficio l’eccezione di incostituzionalità,
attendere il responso della Corte costituzionale.
L’operato della procura
aveva intanto provocato la protesta di larghi settori
dell’opinione pubblica laica e di sinistra. Sull’«Avanti!»
del 20 marzo esce a firma di Nicola Badalucco un articolo
dal titolo È questa l’Italia che fa paura, dove si
legge:
...i benpensanti
si sono arrabbiati, rivelando tutta la loro diseducazione,
l’ignoranza e quell’immenso odio contro le nuove generazioni
che è il segno più evidente di una classe e di un’età
che non hanno più niente da dire. I vecchi tartufi
si sono scatenati e, come spesso accade in questi
casi, la magistratura, che in molte sue zone e gradi
sembra ormai voler recitare la parte del primo della
classe nelle battaglie oscurantiste, si è messa in
moto. Ha dissepolto vecchie circolari... e ha fatto
sentire ai tre criminali della «Zanzara» quanto forte
e pesante sia la giustizia, convocandoli per un interrogatorio
e invitandoli poi, con un disgustoso contorno di domande
insultanti e di ammiccamenti, a spogliarsi e a farsi
visitare, come maniaci sessuali, come sifilitici da
schedare. Ecco l’Italia che fa paura.
Il pezzo costerà al
giornalista e al direttore del quotidiano socialista,
Aldo Quaglio, un’incriminazione per vilipendio della
magistratura. La quale non si risparmia e, per ordine
del sostituto procuratore Alessi di Novara, fa sequestrare
anche le copie de «L’Espresso» dove si ricostruiva
la vicenda. Quasi altrettanto alto sarà il prezzo
pagato dal presidente dell’Associazione nazionale
dei magistrati Mario Berruti. Per aver chiesto il
21 marzo al ministro di Grazia e giustizia Reale di
aprire un’inchiesta nei confronti del pm Carcasio,
una settimana dopo egli presenta le sue dimissioni
a seguito della vera e propria sollevazione dei suoi
colleghi, inviperiti per il vulnus arrecato all’autonomia
della corporazione. Riuniti in assemblea, i magistrati
voteranno in 19 un documento di accettazione delle
dimissioni sottoscritto dai rappresentanti di Magistratura
democratica e Terzo potere, rispettivamente la componente
di sinistra e quella centrista dell’Anm. In 14, invece,
si schierano a favore della mozione presentata dalla
corrente Magistratura indipendente, strenua guardiana
della salvaguardia corporativa dell’ordine giudiziario,
e che verso Berruti è ancora più severa. Come a dire,
insomma, che nei comportamenti sostanziali si soprassiede
dalle differenze ideologiche e nessuna solidarietà
può darsi a chi si permette di discutere l’operato
dei magistrati.
Il 22 marzo il preside, con la tipografa e i tre studenti
del “Parini” vengono rinviati a giudizio e il processo
si tiene per direttissima. In risposta a questa decisione,
giovedì 24 marzo, per le vie di Milano sfilano quattromila
studenti di tutte le scuole. Anche Pietro Nenni, allora
vicepresidente del Consiglio dei ministri, esprime
la sua solidarietà agli imputati. Lo fa con questa
lettera indirizzata al papà di Marco Sassano, resa
pubblica il 25 marzo:
Caro compagno,
quello del liceo “Parini” è uno scandalo di tipo borbonico.
Io quasi non me ne dolgo giacché sono arrivato alla
conclusione che soltanto gli scandali possono raddrizzare
la situazione. Noi paghiamo duramente il fatto di
avere, venti anni orsono, abbandonato lo Stato ai
moderati. I guasti sono tali e tanti che, nel migliore
dei casi, ci vorranno anni a risanarli. Salutami il
tuo figliolo, digli che alla sua età, o poco più,
io facevo la spola da carcere a carcere per l’allora
tristemente famoso art. 247 del C.P. Ci sono purtroppo
ancora una infinità di articoli da far sparire. E
ci riusciremo, non so in quanto tempo perché tutto
è lento e arrugginito. Ci vuole un tempo enorme, per
varare una legge in sede governativa. Ci vogliono
mesi e mesi, e sovente anni, per farla approvare dal
Parlamento (pensa alla riforma del Codice di procedura
penale oppure alla legge sul referendum). Il problema
è sempre quello di battere e ribattere finché la porta
non si apre (o non si sfonda).
Le udienze cominciano
il 30 marzo: in aula la pubblica accusa è sostenuta
da Oscar Lanzi, al quale è stata affidata la Procura
di Milano dopo il trasferimento di Carmelo Spagnuolo
a Trieste e in attesa dell’arrivo di De Peppo. Durante
il dibattimento, Lanzi si scontra più volte con il
presidente del tribunale Luigi Bianchi D’Espinosa
proprio sui modi in cui si sono svolte le indagini
preliminari. Accogliendo le tesi degli avvocati difensori,
il giudice riconosce infatti che l’ispezione corporale
non era necessaria e contrastava coi princìpi costituzionali.
Alla fine tutti gli imputati sono assolti per non
aver commesso il fatto e, se pure l’ufficio del pubblico
ministero riuscirà a far accogliere il suo ricorso
dalla Cassazione ottenendo di trasferire il processo
a Genova, la sentenza segnava comunque un punto di
svolta decisivo. «L’Espresso» del 10 aprile spiega
il suo effetto con queste parole:
...Oscar Lanzi
e quella parte di magistrati presenti in aula che
erano d’accordo con lui sentirono che qualche cosa
era finito. Questa volta non era solo un presidente
coraggioso in un’aula di tribunale semideserta a sconfessare
la posizione della Procura. Era un giudice illuminato
e un grande giurista che difendeva i diritti dell’Italia
democratica, dinanzi e con la solidarietà di tutto
il paese.
Per
quanto casualmente, il caso della «Zanzara» ha in sé
i caratteri del passaggio epocale e fa scoprire come
il boom e la diffusione del benessere economico convivevano
con lo stato di arretratezza tipico di una società chiusa
e arcaica. Al tempo stesso, l’episodio era il risultato
di un processo, da tempo avviato, teso a uniformare
alle società moderne quella italiana.
La sua manifestazione più evidente si realizzerà con
lo sconvolgimento culturale che di lì a poco avrebbe
investito, col resto del mondo, anche l’Italia: è infatti
fuori dubbio che il ’68 segni un momento di svolta nel
costume, prima ancora che sul piano politico. Con la
stagione sessantottina cambiano il modo di pensare e
i comportamenti di moltissimi italiani, nonostante tutti
i cascami controriformisti ai quali si deve tuttora
far fronte, di cui il permanere di una giustizia inquisitoria
è una delle espressioni più eclatanti. A ben vedere,
tuttavia, quella stagione segnerà per noi anche la fine
del viaggio verso un approdo laico-liberale così come
avvenne in altre nazioni, dove il ’68, svincolato da
ogni deriva operaista, fu uno straordinario momento
creativo. Oggi, è lecito pensare che proprio il prevalere
negli anni Settanta della dimensione politicistica -
intrisa del vano estremismo stanco replicante di ideologie
condannate, perché di fatto contrastanti con l’umano
sentire - ha contribuito a dissipare una straordinaria
occasione di crescita civile e individuale. I suoi orizzonti
erano stati intravisti dai giovani studenti del “Parini”,
che provarono a confrontarsi col tema della sessualità
senza timori, avendo come bussola un innato desiderio
di libertà fatta di serena consapevolezza. (settembre
1996)
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