14 febbraio 1966:
la puntura della «Zanzara»
di Luigi Oreste Rintallo

 

“È sempre come se lo si dicesse per la prima volta. L’indiscrezione di una giustizia che vorrebbe regolamentare il commercio dei sessi ha sempre prodotto la peggiore immoralità: l’incriminazione dell’istinto sessuale è un incoraggiamento statale al delitto. Il delatore e il ricattatore sono gli alleati del giurista che perseguita il costume”.
C’è da chiedersi se i magistrati di Biella che hanno aperto l’inchiesta sui “reati” sessuali nel mondo dello spettacolo, abbiano mai letto queste frasi di Karl Kraus (1874-1936). Pubblicate all’inizio del secolo da «Die Fackel», la rivista che Kraus ha diretto e redatto da solo per trentasette anni sino alla morte, sono parte di un articolo che assieme ad altri nel 1908 è compreso nella raccolta
Morale e criminalità (parzialmente tradotta da Lucarini), con la quale l’autore intese combattere la sua battaglia contro l’immoralità dei moralisti.
Che l’effetto di inchieste del genere sia proprio quello prospettato dallo scrittore austriaco, è dimostrato dal lievitare oltre misura della vicenda biellese su stampa e tv, con il suo codazzo di coinvolgimenti a catena e di squallide performances di pseudo-divi e comparse varie sempre pronti a cogliere al volo l’occasione di apparire sullo schermo.
Difficile dire, come pure qualcuno ha sostenuto, se l’indagine intrapresa altro non sia che un capitolo della marcia trionfale di una magistratura alla conquista di un potere assoluto, tale da investire persino la sfera più intima delle persone. Di sicuro, però, si muove nell’alveo di concezioni quantomeno singolari, che sembrano riproporre quella opposizione tra sesso e amore, per la quale il primo non sarebbe possibile (e lecito?) in assenza del secondo. In caso contrario, si deve sempre - come ha dedotto ironicamente Titta Madia, difensore di uno degli imputati - stabilire quale sia “la causale del delitto”, dove il delitto in questo caso coincide col sesso. Concezioni che rischiano di ampliare a dismisura l’area d’intervento dell’autorità giudiziaria in questo campo ben oltre i limiti consentiti nelle società libere, che dovrebbero essere: la salvaguardia della salute pubblica; la difesa dalle violenze e la tutela dei bambini.
Tuttavia, qui preme soffermarsi sugli effetti determinati dall’inchiesta della procura di Biella che, aperta con lo spirito di debellare un certo malcostume, ha agito più che altro da suo moltiplicatore: in fondo il primo suo risultato è stato quello di consentire a soubrettes e magliari del palcoscenico di far sfoggio di sé, con interviste e libri di memoria da cui trarre ulteriori vantaggi. Il modo poi in cui è stata seguita dai mass media e in generale la reazione suscitata fra il “pubblico”, hanno svelato una verità che sporadicamente affiora allo scoperto: l’Italia, a dispetto della cosiddetta liberazione sessuale, è e resta fondamentalmente provinciale. Il guaio è che il suo provincialismo non si manifesta nelle aree arretrate o presso i ceti meno facoltosi, ma annida nelle sue élites intellettuali, fra coloro che un tempo si diceva avrebbero dovuto formare le coscienze. Invece, si preferisce disquisire sui “meroloni”, ammiccare o fingersi disgustati quando a essere coinvolti è magari un proprio sodale.
Di cambiamenti nel comportamento sessuale ce ne sono stati: non siamo più ai tempi di Io, mammete e tu; ragazzi e ragazze godono di grande libertà, eppure qualcosa non va. Lo prova, ad esempio, una cronaca che spesso registra i sintomi di un profondo disagio esistenziale; o la tragedia dei neonati abbandonati oppure gettati nella spazzatura. Ad esserne protagonisti sono sovente i giovani che, sebbene siano considerati o si pensino informati ed emancipati, rivelano non di rado atteggiamenti primitivi e respingono ogni confronto con il mondo degli adulti, che - per parte sua - sceglie il paravento del permissivismo per celare il suo sostanziale disinteresse ed egoismo.
Viene pertanto da chiedersi se davvero il costume è così cambiato, rispetto al passato; se davvero la rivoluzione sessuale che prese avvio negli anni Sessanta ha conseguito gli obiettivi dichiarati. Oppure essi si sono allontanati, perché lo sguardo è stato deviato e attratto da scenari diversi dagli originali, dove non figurano più vere e responsabili libertà ma solo i loro simulacri. È opportuno chiederselo.
Nel frattempo, proponiamo di seguito la rievocazione della vicenda dei giovani redattori della «Zanzara», che nel loro piccolo diedero un grande contributo all’emancipazione da antichi tabù.

* * *

Un’inchiesta scomoda al liceo “Parini”

È San Valentino quando comincia a essere distribuito il numero 3 della «Zanzara», il periodico studentesco del liceo classico “Parini” di Milano. Al posto di messaggi per innamorati, in prima pagina campeggia un’inchiesta dal titolo un po’ roboante: Cosa pensano le ragazze oggi. A firmarla sono Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano, che hanno raccolto le opinioni di nove studentesse dell’istituto su temi come la famiglia, la morale, la religione e il sesso. Da un punto di vista statistico il campione non può sicuramente dirsi rappresentativo, dal momento che il liceo conta quasi novecento alunni, e tuttavia le risposte sono indicative di come nel 1966 si registrino segnali di mutamento profondo nel costume. Ma ecco qualcuna di queste risposte.
Tra le massime aspirazioni non sembra che ci sia quella di diventare l’angelo del focolare: “Se mi offrissero una vita solo dedita al matrimonio, alla casa e ai figli - dice una liceale - piuttosto di vivere così mi ammazzerei”. Sull’uso degli anti-concezionali (fra l’altro negli stessi giorni argomento di dibattito all’interno della scuola confessionale “Zaccaria”), ecco un parere riportato nell’intervista: “Pongo dei limiti solo perché non voglio correre il rischio di avere conseguenze. Ma se potessi usare liberamente gli anti-concezionali non avrei problemi di limiti”. Affiora anche la consapevolezza che la religione (o meglio la Chiesa) ha fatto della fobia sessuale il mezzo per esercitare meglio il proprio dominio: “Il fatto religioso per me è stato profondamente negativo... La religione in campo sessuale è apportatrice di complessi di colpa”. Superando le ipocrisie del passato, c’è chi apertamente sostiene che la procreazione non rappresenta il fine primario della vita di coppia: “Nel rapporto sessuale ciò che più pare importante è la necessità di essere completamente uniti e perciò i figli sono una conseguenza di secondo grado e hanno un’importanza relativa”. Infine, quasi a sintetizzare in forma di manifesto le sue istanze di libertà, una ragazza dichiara: “Non vogliamo più un controllo dello Stato e della società sui problemi del singolo e vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui, assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità”.
Ingenue utopie? Saccenterie di alcune giovani-bene milanesi? Manifestazione di rivalità fra gruppi studenteschi? O più semplicemente desiderio di comunicare i cambiamenti in atto nella società? Probabilmente nell’inchiesta c’è un po’ di tutto questo. Fatto è che essa non pare esprimere nulla di realmente scandaloso per i tempi. Sul piano morale non va oltre l’enunciazione degli imperativi kantiani, né - a parte qualche ruvidezza di linguaggio - si distanzia più di tanto dallo spirito innovatore che ha contraddistinto perfino i lavori del Concilio Vaticano II. Ma tutto questo non impedisce che quanto pubblicato dalla «Zanzara» inneschi una formidabile polemica, che occuperà per mesi le pagine di giornali e settimanali e che deborderà nelle aule di tribunale, determinando addirittura le dimissioni dell’allora presidente dell’Associazione nazionale magistrati.
Quello che sembrava un episodio circoscritto alla vita scolastica diventa l’emblema di un aspro confronto fra due Italie: da un lato, quella desiderosa di assaporare sino in fondo il gusto della democrazia, senza timori o pregiudizi elitari; dall’altro, quella da sempre restia a navigare nel mare aperto di una società composta di liberi individui e non di minorati da mantenere sotto tutela, o tutt’al più in libertà vigilata. Come avviene in ogni confronto, non mancavano ovviamente gli strumentalismi da una parte come dall’altra, ma resta il fatto che la puntura della «Zanzara», forse più ancora delle “convergenze parallele” morotee, contribuisce a far capire che gli ormeggi agli anni Cinquanta erano finalmente mollati.

La reazione

I primi a reagire contro l’inchiesta pubblicata dalla «Zanzara» sono alcuni genitori. Dapprincipio ne fanno motivo di contestazione al preside, prof. Daniele Mattalia, che non avrebbe “vigilato” a dovere su quanto veniva stampato; quindi decidono di invocare l’intervento della magistratura.
Anni prima, il Ministero della Pubblica istruzione consigliava di considerare benevolmente e, anzi, di favorire la redazione di giornali scolastici, contando proprio sul metro di giudizio dei singoli capi d’istituto. L’esistenza di tali giornali, espressione di corrispondenti associazioni studentesche, tuttavia non era stata mai davvero digerita, specialmente dal mondo cattolico. E il motivo è ovvio: nelle iniziative di stampo para-scolastico realizzate all’interno degli istituti statali, i cattolici individuavano una potenziale concorrenzialità rispetto alla famiglia e, soprattutto, a una formazione dei giovani improntata secondo i caratteri religiosi. Per altro verso, da parte della sinistra - e in special modo del suo partito meglio organizzato, il Pci - tanto le associazioni studentesche, che i loro periodici erano visti come un formidabile viatico per realizzare forme di proselitismo politico tra i giovani.
Di tale contesto occorre tener conto, quando si considera quel che accade al “Parini”. Liceo prestigioso di Milano, una quota consistente dei suoi studenti è attivista di “Gioventù studentesca”, un’organizzazione che si riconosce nell’insegnamento di Don Giussani (il futuro ispiratore di “Comunione e Liberazione”). Le polemiche sollevate dall’inchiesta su Cosa pensano le ragazze oggi sono quindi dovute inizialmente al contrasto ideologico vissuto all’interno dell’istituto fra studenti laici e cattolici. Sia le famiglie, sia il corpo docente agiscono più che altro come figure di contorno e sembrano anche alquanto smarriti rispetto ai loro figli e allievi. Questi ultimi sarebbero, secondo «L’Espresso» del 6 marzo, i rappresentanti di una generazione “il cui dramma è soltanto di trovarsi ormai a un livello di maturità culturale e morale superiore a quello delle famiglie e di molti insegnanti”.
Ma se «L’Espresso» ritiene che il dibattito con le nove studentesse sia stato condotto con senso di responsabilità, ben diverso è il pensiero di un’opinione pubblica frenata ancora da molti pregiudizi. Quale sia il suo tipo di approccio a temi come il sesso, si comprende bene leggendo il «Corriere lombardo», che in un certo senso pilota l’attacco ai giovani redattori e al direttore loro coetaneo, Marco De Poli. Sul numero del 23/24 febbraio ne fa soprattutto una questione di buon gusto e del “buon gusto” intende far uso

nell’affrontare temi scabrosi, non adatti comunque a ragazzi di ginnasio e liceo. Per questo abbiamo sentito il dovere... di rilevare la sconcertante e scandalosa inchiesta pubblicata sul giornale studentesco del “Parini”. [...] Certo che i ragazzi debbono pur sapere com’è veramente la vita! E chi non è d’accordo? Ma ciò che è scritto su quel giornaletto pariniano passa ogni limite consentito all’età minorile.

Il tono della campagna condotta dal «Corriere lombardo» è caratterizzato da una miscela di paternalismo e ipocrisia censoria, all’insegna del “si fa, ma non si dice”. E innanzi tutto non si dice, né tanto meno se ne deve scrivere in spazi per così dire “ufficiali” come i giornali d’istituto. Che poi le stesse opinioni pubblicate dalla «Zanzara» siano scambiate fra gli studenti negli intervalli o durante i viaggi, poco importa: l’essenziale è che non ci si provi neppure ad affrontare senza falsi moralismi la sessualità. A posizioni come questa corrisponde un certo modo di concepire l’educazione e, di conseguenza, i compiti dell’istituzione scolastica. L’alternativa al riguardo è descritta con chiarezza da Alessandro Pizzorno, che interviene sull’«Avanti!» del 6 marzo:

possiamo volere una scuola in cui gli studenti siano stimolati a discutere direttamente e apertamente i loro problemi, anche i più imbarazzanti, in un ambiente che premi... l’impegno e il coraggio. Oppure una scuola in cui il conformismo si misuri col metro dei giornali nazionali e della questura; e gli argomenti scottanti vengano compressi nelle battute salaci e nelle moralità ciniche degli incontri di corridoio.

Oramai, però, la vicenda travalica l’ambito delle dispute pedagogiche e diventa oggetto delle cronache giudiziarie. Già il 25 febbraio la magistratura convoca il Provveditore di Milano e il preside del “Parini”; dopo di che i tre studenti - Claudia Beltramo Ceppi, Marco Sassano e Marco De Poli - vengono dapprima interrogati dal vicequestore Grappone e quindi condotti davanti al pm Pasquale Carcasio.

Dall’incriminazione al processo

Negli uffici della Procura avviene un episodio indicativo dello spirito reazionario e repressivo che caratterizza ancora gran parte delle istituzioni. Applicando alla lettera una circolare del 1934 che prevedeva - fra l’altro solo facoltativamente - di redigere una scheda dettagliata degli indagati minorenni, il pm ordina ai tre studenti del “Parini” di spogliarsi per sottoporli a visita medica. Claudia Beltramo Ceppi rifiuta di farlo e suo padre, già vicequestore di Milano nel ’45, annuncia che reagirà a quello che giudica un sopruso. Marco De Poli e Marco Sassano non riescono invece a sottrarsi alla degradante procedura, che contrasta con gli elementari diritti del cittadino. Ecco come riferisce l’interrogatorio il loro avvocato, Alberto Dall’Ora:

È stato loro imposto di denudarsi e di sottoporsi a visita da parte di persona che già si trovava nell’ufficio, e in presenza del magistrato, le domande loro poste durante tale visita vertevano sui loro eventuali rapporti con prostitute, su affezioni veneree eventualmente contratte, mentre venivano fatti osservazioni e commenti sul loro stato di apparente gracilità, con il rilievo che le famiglie poco si curavano di loro.

Va tenuto presente che l’accusa mossa tanto ai tre liceali, quanto al loro preside consiste nella violazione di due articoli della legge sulla stampa (L. 47 dell’8 febbraio 1948): il 14 relativo alle pubblicazioni destinate all’infanzia e all’adolescenza, e il 16 sulla stampa clandestina che sanziona la mancata registrazione della testata, benché i giornali scolastici non rientrino affatto in tale normativa. A indicare il comportamento corretto che si sarebbe dovuto tenere in un caso del genere, provvede sul «Corriere della sera» del 22 marzo Giuseppe Maranini:

Prospetto solo dei dubbi... ma di una cosa almeno sono ben certo: la soluzione di questi dubbi apparteneva e appartiene comunque all’autorità scolastica, non alla questura o alla Procura della Repubblica. La Procura della Repubblica ha invocato a giustificazione della procedura seguita un articolo di una vecchissima legge in palese contrasto con la Costituzione della Repubblica. Nessuno mi persuaderà che il giudice si trovasse costretto da una evidenza di reato e di pericolo a una qualunque azione di polizia giudiziaria, meno che mai all’ispezione corporale o alla visita medica dei tre ragazzi. Anche se questo il giudice ha creduto e se l’applicazione di certe misure gli è sembrata imposta dalla legge poteva - anzi doveva pur ricordarsi della Costituzione e, sollevata d’ufficio l’eccezione di incostituzionalità, attendere il responso della Corte costituzionale.

L’operato della procura aveva intanto provocato la protesta di larghi settori dell’opinione pubblica laica e di sinistra. Sull’«Avanti!» del 20 marzo esce a firma di Nicola Badalucco un articolo dal titolo È questa l’Italia che fa paura, dove si legge:

...i benpensanti si sono arrabbiati, rivelando tutta la loro diseducazione, l’ignoranza e quell’immenso odio contro le nuove generazioni che è il segno più evidente di una classe e di un’età che non hanno più niente da dire. I vecchi tartufi si sono scatenati e, come spesso accade in questi casi, la magistratura, che in molte sue zone e gradi sembra ormai voler recitare la parte del primo della classe nelle battaglie oscurantiste, si è messa in moto. Ha dissepolto vecchie circolari... e ha fatto sentire ai tre criminali della «Zanzara» quanto forte e pesante sia la giustizia, convocandoli per un interrogatorio e invitandoli poi, con un disgustoso contorno di domande insultanti e di ammiccamenti, a spogliarsi e a farsi visitare, come maniaci sessuali, come sifilitici da schedare. Ecco l’Italia che fa paura.

Il pezzo costerà al giornalista e al direttore del quotidiano socialista, Aldo Quaglio, un’incriminazione per vilipendio della magistratura. La quale non si risparmia e, per ordine del sostituto procuratore Alessi di Novara, fa sequestrare anche le copie de «L’Espresso» dove si ricostruiva la vicenda. Quasi altrettanto alto sarà il prezzo pagato dal presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati Mario Berruti. Per aver chiesto il 21 marzo al ministro di Grazia e giustizia Reale di aprire un’inchiesta nei confronti del pm Carcasio, una settimana dopo egli presenta le sue dimissioni a seguito della vera e propria sollevazione dei suoi colleghi, inviperiti per il vulnus arrecato all’autonomia della corporazione. Riuniti in assemblea, i magistrati voteranno in 19 un documento di accettazione delle dimissioni sottoscritto dai rappresentanti di Magistratura democratica e Terzo potere, rispettivamente la componente di sinistra e quella centrista dell’Anm. In 14, invece, si schierano a favore della mozione presentata dalla corrente Magistratura indipendente, strenua guardiana della salvaguardia corporativa dell’ordine giudiziario, e che verso Berruti è ancora più severa. Come a dire, insomma, che nei comportamenti sostanziali si soprassiede dalle differenze ideologiche e nessuna solidarietà può darsi a chi si permette di discutere l’operato dei magistrati.
Il 22 marzo il preside, con la tipografa e i tre studenti del “Parini” vengono rinviati a giudizio e il processo si tiene per direttissima. In risposta a questa decisione, giovedì 24 marzo, per le vie di Milano sfilano quattromila studenti di tutte le scuole. Anche Pietro Nenni, allora vicepresidente del Consiglio dei ministri, esprime la sua solidarietà agli imputati. Lo fa con questa lettera indirizzata al papà di Marco Sassano, resa pubblica il 25 marzo:

Caro compagno, quello del liceo “Parini” è uno scandalo di tipo borbonico. Io quasi non me ne dolgo giacché sono arrivato alla conclusione che soltanto gli scandali possono raddrizzare la situazione. Noi paghiamo duramente il fatto di avere, venti anni orsono, abbandonato lo Stato ai moderati. I guasti sono tali e tanti che, nel migliore dei casi, ci vorranno anni a risanarli. Salutami il tuo figliolo, digli che alla sua età, o poco più, io facevo la spola da carcere a carcere per l’allora tristemente famoso art. 247 del C.P. Ci sono purtroppo ancora una infinità di articoli da far sparire. E ci riusciremo, non so in quanto tempo perché tutto è lento e arrugginito. Ci vuole un tempo enorme, per varare una legge in sede governativa. Ci vogliono mesi e mesi, e sovente anni, per farla approvare dal Parlamento (pensa alla riforma del Codice di procedura penale oppure alla legge sul referendum). Il problema è sempre quello di battere e ribattere finché la porta non si apre (o non si sfonda).

Le udienze cominciano il 30 marzo: in aula la pubblica accusa è sostenuta da Oscar Lanzi, al quale è stata affidata la Procura di Milano dopo il trasferimento di Carmelo Spagnuolo a Trieste e in attesa dell’arrivo di De Peppo. Durante il dibattimento, Lanzi si scontra più volte con il presidente del tribunale Luigi Bianchi D’Espinosa proprio sui modi in cui si sono svolte le indagini preliminari. Accogliendo le tesi degli avvocati difensori, il giudice riconosce infatti che l’ispezione corporale non era necessaria e contrastava coi princìpi costituzionali. Alla fine tutti gli imputati sono assolti per non aver commesso il fatto e, se pure l’ufficio del pubblico ministero riuscirà a far accogliere il suo ricorso dalla Cassazione ottenendo di trasferire il processo a Genova, la sentenza segnava comunque un punto di svolta decisivo. «L’Espresso» del 10 aprile spiega il suo effetto con queste parole:

...Oscar Lanzi e quella parte di magistrati presenti in aula che erano d’accordo con lui sentirono che qualche cosa era finito. Questa volta non era solo un presidente coraggioso in un’aula di tribunale semideserta a sconfessare la posizione della Procura. Era un giudice illuminato e un grande giurista che difendeva i diritti dell’Italia democratica, dinanzi e con la solidarietà di tutto il paese.

Per quanto casualmente, il caso della «Zanzara» ha in sé i caratteri del passaggio epocale e fa scoprire come il boom e la diffusione del benessere economico convivevano con lo stato di arretratezza tipico di una società chiusa e arcaica. Al tempo stesso, l’episodio era il risultato di un processo, da tempo avviato, teso a uniformare alle società moderne quella italiana.
La sua manifestazione più evidente si realizzerà con lo sconvolgimento culturale che di lì a poco avrebbe investito, col resto del mondo, anche l’Italia: è infatti fuori dubbio che il ’68 segni un momento di svolta nel costume, prima ancora che sul piano politico. Con la stagione sessantottina cambiano il modo di pensare e i comportamenti di moltissimi italiani, nonostante tutti i cascami controriformisti ai quali si deve tuttora far fronte, di cui il permanere di una giustizia inquisitoria è una delle espressioni più eclatanti. A ben vedere, tuttavia, quella stagione segnerà per noi anche la fine del viaggio verso un approdo laico-liberale così come avvenne in altre nazioni, dove il ’68, svincolato da ogni deriva operaista, fu uno straordinario momento creativo. Oggi, è lecito pensare che proprio il prevalere negli anni Settanta della dimensione politicistica - intrisa del vano estremismo stanco replicante di ideologie condannate, perché di fatto contrastanti con l’umano sentire - ha contribuito a dissipare una straordinaria occasione di crescita civile e individuale. I suoi orizzonti erano stati intravisti dai giovani studenti del “Parini”, che provarono a confrontarsi col tema della sessualità senza timori, avendo come bussola un innato desiderio di libertà fatta di serena consapevolezza. (settembre 1996)