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Morire per una "Zanzara"
Come
faceva invariabilmente quando pioveva forte, l'impianto
elettrico della mia "Niva", la fuoristrada
disegnata dalla Fiat e costruita dai sovietici nello
stabilimento di Città Togliatti, stava avendo una crisi
isterica e aveva deciso di non accendere il motore.
Era maggio, il maggio del 1980, e la primavera ci regalava
quelle piogge che riescono a riempire di fango anche
le strade asfaltate di Mosca, quasi a ricordare ai russi
urbanizzati e agli stranieri che la madre terra non
è mai molto lontana dalla vita e dall'anima di questo
Paese.
Stavo rassegnandomi ad andare a piedi e a distruggere
un altro paio di scarpe nella poltiglia, quando vidi
mia moglie corrermi incontro. Era pallida, ma eravamo
tutti pallidi alla fine dell'inverno moscovita e non
lessi in quel pallore nessun presagio. Batté con l'unghia
sul vetro del finestrino per farmelo abbassare. Ha telefonato
il giornale, mi disse. E che vogliono quei rompicogioni?
Niente. Volevano solo dirti che hanno ammazzato Walter
Tobagi.
Attorno a me, Mosca scomparve. Non c'erano più i casermoni
bigi della Prospettiva Kutuzov, la sagoma stalinista
dell'Hotel Ukraina che dominava il viale come un incubo,
il fango della strada, la silhouette del poliziotto
che registrava i nostri movimenti, o il volto di mia
moglie nel finestrino della "Niva". Attorno
a me c'erano un'aula di scuola con le grandi finestre
sporche, un ragazzino di prima liceo classico con la
testa troppo grossa e l'abito sempre troppo grigio,
una giornata di autunno di diciassette anni prima all'interno
del Liceo Ginnasio Giuseppe Parini di Milano. E sentivo
il suono di una conversazione dimenticata fino al momento
nel quale le tre parole dette da mia moglie, "hanno
ammazzato Tobagi", l'avevano richiamata con la
violenza di una colpa.
Tobagi Walter, così ci chiamavamo allora, cognome e
nome come sul registro di classe, era più giovane di
me di due anni. Quando lui era in prima liceo, io ero
in terza, e i miei compagni di scuola mi avevano affidato
il compito di occuparmi del giornale dei liceo, "La
Zanzara", per la buona ragione che nessun altro
voleva occuparsene. Tutti i mesi dovevo dunque trovare
gente disposta a scrivere articoli, inchieste, lettere,
qualunque cosa servisse a riempire il vuoto di quelle
pagine. Mi avevano detto che fra i "bambini"
di prima liceo ce n'era uno che sapeva scrivere bene
e che sarebbe stato disposto forse a collaborare. Un
certo Tobagi Walter.
Gli parlai mangiando un panino al salame che il bidello
vendeva a prezzi di strozzinaggio nell'intervallo e
lui mi disse di no. Mi spiegò che c'era troppo da studiare
al liceo, che il giornalismo, neppure quello dilettantistico
della "Zanzara", non gli interessava molto
e nella vita voleva fare altre cose più serie. Lo pregai,
lo lusingai, lo insultai, feci pesare su di lui tutta
la formidabile autorità morale che uno di terza, un
"maturando", aveva sopra una nullità di prima.
Feci ricorso a bassezze morali e mozioni degli affetti:
pensa come sarà orgoglioso tuo padre quando vedrà il
tuo nome stampato sul giornale del Parini.
Walter esitò ancora, cercò di schermirsi, ma era timido,
come lo sono tanti giornalisti, e alla fine cedette.
Non si contraria a cuor leggero un anziano che dall'alto
dei suoi diciassette anni e mezzo mette uno di quindici
anni e mezzo con le spalle al muro. Ma di che cosa devo
scrivere? s'informò candidamente Tobagi. Di quello che
ti pare, basta che scrivi. Mi portò il suo primo scritto
sul rapporto fra insegnanti e studenti, e glielo feci
rifare. Tobagi Walter, lo rimproverai, devi fare un
articolo, mica un tema.
Quando ci ritrovammo al "Corriere" quindici
anni dopo mi prendeva ancora in giro: "Direttore,"
mi diceva per sfottere "adesso le piacciono i miei
articoli?". Meglio, caro Tobagi, meglio, rispondevo
per stare al gioco, ma dobbiamo ancora progredire. Un
giorno mi disse: scherzi a parte, è colpa tua se ho
fatto il giornalista, sei stato tu ad attaccarmi il
vizio al Parini. Dunque, pensai mentre il profilo di
Mosca lentamente riappariva nel parabrezza della "Niva"
annebbiato dal vapore della pioggia, Tobagi Walter era
morto quel giorno un po' anche per colpa mia. Se lo
avessi lasciato in pace, un ottobre di diciassette anni
prima, se non avessi insistito per dargli il vizio dell'inchiostro,
il gusto dell'esibizionismo giornalistico, forse sarebbe
diventato un ingegnere, un commesso di banca, un commercialista
e sarebbe stato ancora vivo quella mattina con i suoi
figli piccoli, la moglie, il padre che era stato così
contento quando aveva visto per la prima volta il suo
nome sulla "Zanzara".
E invece avrei dovuto ricordarlo per sempre come l'ultima
volta che l'avevo visto, qualche settimana prima nella
segreteria di redazione del "Corriere", io
con il biglietto di ritorno per Mosca, lui con un articolo
in mano da portare a Di Bella. "Beato te che vai
via" mi aveva detto. Ma vado a Mosca. "Meglio
Mosca di questo porcaio. Tu non lo sai, ma qui in Italia
non si campa più. Vuoi fare cambio?".
No, Walter, non avevo voluto fare cambio e adesso giustamente
un poco mi punivi. La polizia avrebbe indagato sul delitto,
i colpevoli sarebbero stati scoperti e scarcerati in
fretta, i partiti avrebbero organizzato i loro balletti
e le loro speculazioni sul tuo cadavere, ma io solo
sapevo la verità sulla morte di Tobagi Walter: era morto
per una decisione presa per gioco, per timidezza, per
colpa mia, diciassette anni prima, in un'aula del Liceo
Ginnasio Giuseppe Parini di Milano.
Girai la chiave della "Niva", il circuito
elettrico ebbe pietà e il motore si avviò. Non torni
a casa? domandò mia moglie che mi vedeva piangere attraverso
il finestrino. No, ho un appuntamento per un'intervista
con Medvedev. Io potevo continuare a giocare al giornalista.
Tobagi, non più. Il gioco di carta l'aveva ucciso.
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