L'IGNORANZA
di Milan Kundera

    Sarebbe possibile, oggi, l’Odissea? L’epopea del ritorno appartiene ancora alla nostra epoca? Sui quesiti che Kundera interpone alle vicende narrate si sviluppa l’idea alla base del romanzo: l’elaborazione di una moderna epopea del nostos, l’esaltazione e denigrazione allo stesso tempo delle contrastanti emozioni che, in seguito al ritorno al luogo natio, sbocciano nei due esuli protagonisti.
    Dipinto in cui intense tinte sgargianti si accostano alla dolcezza di toni tenui, l’opera è un quadro singolare che le correnti astrattiste e realiste si contenderebbero senza possibilità di risoluzione: ad incorniciarlo è la Boemia dei mesi successivi al crollo del Muro, la cui atmosfera si fa densa dei respiri emozionati di chi torna dopo anni di forzata, spesso sofferta lontananza da casa. Una tela pallida come la nebbia, il selciato, i visi prostrati dei nativi di Praga si tinge delle storie di Irena e Josef, esuli rispettivamente in Francia e Danimarca, due fili che nel loro dipanarsi si erano sfiorati in una sera di vent’anni prima e ora in quella stessa Praga s’avvicinano l’un l’altro, s’accostano, s’intrecciano in un arabesco variopinto fino a far vibrare in sintonia corpi ed emozioni.
    Caldo ed avvolgente il colore risultante da tale fusione, almeno quanto freddo e sconfortante si mostra quello delle forme acuminate che raffigurano le vicende dei singoli individui.
   Nella calorosa accoglienza delle amiche d’infanzia di Irena il ghiaccio cristallizzatosi in vent’anni di lontananza è impossibile da sciogliere, il suo intollerabile gelo erige tra la donna e le vecchie amiche una barriera invalicabile: così come quella sorta tra Josef e il fratello rimasto in patria, incrollabile ammasso dei detriti di valori radicalmente differenti.
    Per Josef e Irena la fredda, già acuminata conformazione del ritorno è arrotata come una lama dall’insofferenza ai ricordi. Lontano da Praga entrambi hanno provato e vissuto l’amore, quell’“esaltazione del tempo presente” che mette in fuga il passato cosicchè la memoria, pur permanendo, perde potere su chi la prova: e quando il suo oggetto – come la moglie di Josef – svanisce con la morte, essa non lascia colui che ha preso con sè e “gli occhi dell’amata lo guardano fisso, ma non lo guardano dal passato, bensì dal presente”.
    Filiforme, ma prepotente nel suo rosso serpeggia sulla tela la storia di un’ideologia: di quel comunismo irrotto nella Primavera del 1969 e poi discusso, masticato, spezzettato in migliaia di bocche ciarliere fino a perdere ogni traccia del fondamento originario, riducendosi a brandelli adibiti al colmare carenze psicologiche individuali. Chi lo usa per sentirsi parte di una grande famiglia, chi per punire in cuor suo i malvagi, chi per sentirsi utile e conformista, mentre l’ideologia nella sua pienezza “diventa inutilizzabile al punto che tutti l’abbandonano”.
    Così, mentre il passo di marcia della Storia fa tremare il selciato di Praga col sordo rimbombo dei suoi passi inesorabili, in una fessura di quel grigio acciottolato ecco un fenomeno miracoloso: l’incontro di Josef e Irena, corolla di un fiore rosa caldo ed intenso sbocciata nella ghiaia bigia su uno stelo verde speranza.
   
“La memoria, per funzionare bene, ha bisogno di un allenamento incessante: i ricordi, se non vengono evocati di continuo nelle conversazioni fra amici, fuggono via. Gli esuli riuniti in colonie di compatrioti si raccontano fino alla nausea le stesse storie, che diventano in tal modo indimenticabili. Ma quelli che, come Irena o Ulisse, non frequentano i loro compatrioti vengono inevitabilmente colti da amnesia. Più la loro nostalgia è forte, più si svuota di ricordi. Più Ulisse si struggeva, più dimenticava. Perchè la nostalgia non intensifica l’attività della memoria, non risveglia ricordi, basta a sè stessa, alla propria emozione, assorbita com’è dalla sofferenza.”

Silvia Masiero
london109ansonroad@hotmail.com

L'ignoranza di Milan Kundera
Titolo originale: L'ignorance
Traduzione di Giorgio Pinotti
184 pag., Euro 14.46 - Adelphi - 2001 - Collana: Fabula n. 136
ISBN 8845916324


Note di Copertina

Un uomo e una donna si incontrano per caso mentre tornano al loro paese natale, che hanno abbandonato vent'anni prima scegliendo la via dell'esilio. Riusciranno a riannodare i fili di una strana storia d'amore, appena iniziata e subito inghiottita dalla palude stigia della storia? Il fatto è che dopo una così lunga assenza "i loro ricordi non si assomigliano". Crediamo che i nostri ricordi coincidano con quelli di chi abbiamo amato, crediamo di avere vissuto la medesima esperienza, ma è solo un'illusione. D'altro canto, che può fare la nostra flebile memoria? La nostra memoria che, del passato, non ricorda che un'"insignificante minuscola particella senza che nessuno sappia perché proprio questa e non un'altra"? Viviamo sprofondati in un immenso oblio, e ci rifiutiamo di saperlo. Solo coloro che, come Ulisse, tornano dopo vent'anni alla natia Itaca possono contemplare da vicino, attoniti e abbagliati, la dea dell'ignoranza. E solo Kundera, fra gli scrittori di oggi, poteva riuscire a trasformare temi vertiginosi come l'esilio, l'assenza, la memoria, l'oblio in materia romanzesca e a orchestrare con essi una magistrale, toccante polifonia.

Primo capitolo

"Cosa fai ancora qui?". La sua voce non era cattiva, ma non era neppure gentile; Sylvie si stava irritando.
"E dove dovrei essere?" chiese Irena.
"A casa tua! ".
"Vuoi dire che qui non sono più a casa mia?".
Naturalmente non voleva cacciarla dalla Francia, ne farla sentire una straniera indesiderabile: "Sai benissimo cosa voglio dire".
" Sì, lo so, ma ti sei dimenticata che qui ho il mio lavoro? la mia casa? i miei figli? ".
"Senti, conosco Gustar. Farà di tutto perché tu possa tornare nel tuo paese. E le tue figlie... Non raccontarmi storie! Ormai hanno la loro vita! Dio santo, Irena, quel che sta succedendo da voi è così affascinante! In una situazione del genere le cose si sistemano sempre".
"Ma Sylvie! Non ci sono solo gli aspetti pratici, il lavoro, la casa. Vivo qui da vent'anni.
La mia vita è qui! ".
"C'è una rivoluzione da voi!". Lo disse in un tono che non ammetteva repliche. Poi rimase zitta. Con quel silenzio, voleva dire a Irena che quando accadono grandi cose non si deve disertare.
"Ma se torno nel mio paese non ci vedremo più" disse Irena per mettere l'amica in imbarazzo.
Questa demagogia dei sentimenti andò a vuoto. La voce di Sylvie si fece calorosa: "Ma cara, verrò a trovarti! Tè lo prometto, davvero!". Erano sedute l'una accanto all'altra davanti a due tazze di caffè vuote da un pezzo. Irena vide lacrime di emozione negli occhi di Sylvie, che si chinò verso di lei e le strinse la mano: "Sarà il tuo grande ritomo". E di nuovo: "II tuo grande ritomo".
Ripetute, le parole acquistarono una tale forza che, dentro di sé, Irena le vide scritte con la maiuscola: Grande Ritorno. Smise di ribellarsi: fu stregata da immagini che d'improvviso affiorarono da vecchie letture, da film, dalla sua memoria e forse da quella dei suoi antenati: il figlio perduto che ritrova la vecchia madre; l'uomo che si ricongiunge all'amata cui l'aveva strappato una sorte feroce; la casa natale che ciascuno porta dentro di sé; il sentiero riscoperto dov'è rimasta l'impronta dei passi perduti dell'infanzia; Ulisse che rivede la sua isola dopo anni di vagabondaggio; il ritorno, il ritorno, la grande magia del ritorno.

Milan Kundera è nato a Brno, nell'attuale repubblica Ceca il giorno 1 aprile 1929. Suo padre Ludvik era un pianista e lo stesso Kundera da giovane è stato per un breve periodo un musicista jazz. D'altronde, la cultura musicale è sempre stata presente nella sua riflessione e nella sua formazione, avendo studiato sia filosofia che musica a Praga. Si è però laureato nel 1958 presso la facoltà di arti cinematografiche "AMU" dove ha insegnato successivamente letteratura mondiale.

Iscritto, da studente, due volte al partito comunista, nel '48 fu espulso a causa delle sue idee che non seguivano le linee ufficiali del partito. Inoltre, la sua partecipazione al movimento di riforma della "Primavera di Praga" gli costò la cittadinanza cecoslovacca e il licenziamento. Espulso dal suo Paese, si è trasferito in Francia, dove ha insegnato all'Università di Rennes e a Parigi, dove tuttora vive e lavora. Ha comunque continuato a scrivere in ceco (a parte gli ultimissimi romanzi), nonostante che le sue opere fossero proibite in patria, fino al crollo del regime filo-sovietico.

Negli anni della sua formazione, comunque, prima di dedicarsi alla letteratura e al cinema, lavorò anche da manovale. Già negli anni Cinquanta aveva scritto alcune raccolte di poesie, ma ottenne vasto successo con la serie di racconti "Amori ridicoli" (1963, 1964), straordinari per l'ironia corrosiva (anche nei confronti del regime), e la capacità di sviluppare le storie in circoncentrici paradossi.

Nel '62 debutta invece come drammaturgo con "I proprietari delle chiavi", ambientato nel periodo dell'occupazione nazi-fascista. Del 1967 è il suo primo romanzo, il potente "Lo scherzo", satira dolorosa della realtà cecoslovacca negli anni del culto della personalità stalinista. La pubblicazione del romanzo fu uno degli eventi letterari della cosiddetta Primavere di Praga del '68 e il libro vinse anche il premio dell'Unione Scrittori Cechi.

Dopo esordi così promettenti, Kundera ha pubblicato altri bellissimi romanzi, rinvigorendo con la sua prosa la più alta tradizione del romanzo europeo, in specie con l'invenzione tutta kunderiana del saggio-romanzo, consistente appunto in una mescolanza, in una sorta di ibrido della forma saggio con la forma romanzo (di cui si ha un esempio vertiginoso nel "L'immortalità").

Sul piano letterario, questa ibridazione porta l'autore ceco a costellare i suoi romanzi di riflessioni e ricognizioni filosofiche davvero sorprendenti e profonde. Fra gli altri suoi libri, si ricordano: "La vita è altrove", (Premio Medicis come miglior libro straniero pubblicato in Francia), "Il valzer degli addii", "Il libro del riso e dell'oblìo" e soprattutto il romanzo a cui il suo nome è più legato "L'insostenibile leggerezza dell'essere", in cui si fondono mirabilmente storia, autobiografia e intrecci sentimentali. Questo libro, forse anche grazie al suo titolo particolarmente azzeccato ed evocativo, gli ha conferito un'ampia popolarità, testimoniata anche da una, poco riuscita, riduzione cinematografica.

Nel 1981 Milan Kundera ha vinto il Commonwealth Award per la carriera insieme con Tennesee Williams. Ha anche ricevuto il premio Mondello per il testo teatrale "Jaques e il suo padrone" e il Jerusalem Prix.
Come critico e saggista, ha contribuito a diffondere la cultura e gli autori più interessanti del suo paese nell'occidente europeo.

da Biografieonline.it

 


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