ORME NEL CIELO
di Einar Már Gudmundsson

    Orme nel cielo credo possa essere considerato senza difficoltà uno dei migliori libri che in questi anni ci sono arrivati dal lontano Nord scandinavo. Il tema trattato è un tema abbastanza tipico delle letterature nordiche tra otto e novecento, quello della saga familiare, del romanzo corale, dell’epopea, e, per certi versi, dell’ancora più moderno caotico crearsi e disfarsi delle famiglie. Ciò che rende però il testo di Gudmundsson così particolare è la grande bravura nella scrittura, e nella tecnica narrativa, che dimostra l’autore. I personaggi, diversamente da come è tradizione, non vengono seguiti tutti contemporaneamente, e neppure ne vengono riassunte frettolosamente le vicende al momento di dover tornare in scena, bensì lo sguardo del narratore, simile a quello di un regista-sacerdote del Dogma 93, inquadra solo e solamente “in presa diretta”, la narrazione è continua, parte e non si ferma, non corre avanti, non torna indietro, rimane costante, senza soffermarsi, senza affrettarsi, in una fitta rete di capitoli brevi dove ogni parola è soppesata. Gudmudsson sceglie infatti di raccontare la sua storia solo una volta, attraverso un particolare e specifico personaggio; poi, ovviamente, può succede che ci si ritorni sopra, ma solo attraverso una discussione, una domanda, un ricordo rievocato da un qualcosa di specifico, e mai come “verità assoluta”, come racconto del narratore cioè, ma come “verità relativa”, come impreciso e non sempre attendibile racconto di un personaggio. Il romanzo, così facendo, diversamente da quanto normalmente sono i romanzi corali, acquista leggerezza, velocità, si libera di una sensazione di “già visto, già sentito” che così spesso caratterizza i romanzi del genere.
    Accanto all’evoluzione e al cambiamento dei personaggi va di pari passo il cambiamento (evoluzione o involuzione? sembra domandarsi l’autore) dell’Islanda. Da povero, poverissimo, miserrimo feudo periferico, e dimenticato, della corono danese (non è un caso che l’Islanda fu l’unico, tra i paesi nordici ad avere un partito comunista) a moderno e ricco stato membro della Nato e prima base europea della superpotenza Americana. Quella che descrive è un’Islanda meravigliosa ma non mitica, o meglio, un’Islanda dove, com’è normale per gli islandesi, la propria storia, la propria mitologia, la propria letteratura, non sono argomenti alti, lontani, di pochi, bensì un patrimonio comune, quotidiano, popolare, ed è in questo spirito che vengono rievocati qua e là alcuni personaggi delle “Saghe del tempo antico”, o i versi di questo o quel poeta, per noi così strani da sentirsi in bocca a un pescatore, o a un pugile, o ancora a una vecchia contadina che non ha mai studiato, ma per un islandese invece espressione principe della propria specifica identità, un’identità condivisa da tutti, qualunque sia la nascita, qualunque sia il lavoro o la posizione sociale.
    Come spesso succede con gli autori nordici la forza della natura e la sua descrizione sono argomenti centrali del libro. L’Islanda ci appare improvvisamente non come un paese piatto e uniforme, ma come un mondo complesso, dai paesaggi diversi, dalle scogliere impervie alle spiagge basse, dai pascoli verdi alle basi militari, diviso così nettamente da una realtà contadina e il richiamo del mare; mare che è segno di tutto; della differenza culturale, della lontana dall’Europa, della sudditanza alla Danimarca, che è segno della povertà, quando si usciva in mare su piccole barche insicure, e che poi è segno delle ricchezza, della industrializzazione, e oggi fonte primaria della florida economia islandese e motivo di due guerra, reali, le uniche nella breve storia dell’Islanda, combattute negli anni sesanta-settanta con la Gran Bretagna, per i diritti di pesca sul mare del nord!
    Si tratta, concludendo, di un libro bello, intenso, avvincente, straordinariamente ben scritto; un canto della propria diversità, e insieme la voglia prorompente, bellissima, vorremmo più attuale, di condividerla, senza imporla, con il resto del mondo.

Federico Zuliani
federicozuliani83@yahoo.dk

Orme nel cielo di Einar Már Gudmundsson
Titolo originale: Fótspor á himnum
Traduzione dall’islandese e postfazione di Fulvio Ferrari
Prima edizione: maggio 2003
264 pag., Euro 14,00 - Iperborea
ISBN 88-7091-113-6
Note di copertina

L’Islanda agli inizi del XX secolo: un mondo lontano, duro, dove la sopravvivenza costa fatica e sofferenza. Un mondo lontano, e tuttavia solo due o tre generazioni ce ne separano. Un uomo di oggi risale così con il ricordo alla vita e all’esperienza dei bisnonni, dei nonni. Raccoglie frammenti di memoria, testimonianze, racconti tramandati all’interno della famiglia, e ne ricava un originale e vivido romanzo corale, in cui i vicoli e i quartieri di Reykjavík sono esempio e specchio di tutta un’epoca, con i suoi slanci e le sue durezze, il suo bisogno di poesia, di giustizia, di riscatto, ma anche con le sue miserie e il suo cinismo. Nel dipanarsi degli aneddoti, delle storie e dei ritratti, nonno Ólafur e nonna Gudný tornano costantemente a dominare la scena della memoria. Nonno Ólafur, l’uomo più bello di Reykjavík, che non sopporta di vedere la famiglia vivere nella miseria e affoga nell’alcol la sua disperazione. Ma, anche, nonno Ólafur che è il più bravo e il più coraggioso in mare, che sa affrontare la tempesta e tenere la testa alta e difendere i suoi diritti. E nonna Gudný, che vede i figli partire bambini, affidati dall’assistente sociale a questa o a quella famiglia in grado di nutrirli, ma che non perde la speranza e la combattività e riesce a entusiasmarsi contemporaneamente per l’Esercito della Salvezza e per il partito socialista. Intorno a loro un nugolo di figli, il padre, gli zii e le zie del narratore, uno stuolo di bambini che vanno e vengono da una fattoria all’altra, e su cui si aprono squarci di insospettabile futuro: chi diventerà ricco sfondato, chi partirà per la Spagna a combattere Franco. Riannodando i fili tra l’attualità del nuovo secolo, profondamente segnato dalla grandezza e dalle rovine del Novecento, e gli inizi del secolo scorso, Orme nel cielo è ricostruzione partecipe e delicata, mai ingenua, di un mondo brutale che troppo rapidamente abbiamo creduto di poter dimenticare.

Nato a Reykjavík nel 1954, è uno dei più rappresentativi giovani autori islandesi. Poeta, traduttore, fra gli altri di McEwan, vince numerosi premi per i suoi racconti. Nel 1991 scrive la sceneggiatura di Children of nature, nomination all’Oscar come miglior film straniero. Dopo I cavalieri della scala a chiocciola e L’epilogo delle gocce di pioggia, è con il terzo romanzo, Angeli dell’universo (N. 68), Premio del Consiglio Nordico 1995, che ottiene il completo riconoscimento di critica e pubblico, confermato da Orme nel cielo. Angeli dell’universo si è aggiudicato in Italia il Premio Acerbi 1999.

vedi anche Orme Nel Cielo, Einar Mar Gudmundsson

 

13 dicembre 2003 - cm

 


free hit counter