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| IL
PENSIONATO |
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La
Svizzera? Cioccolato, banche, orologi – a casetta con suoneria
a cucù, preziosi cronografi in oro con meccaniche sofisticate,
coloratissimi in plastica e nelle fogge più stravaganti. E
poi Guglielmo Tell e, perché no, Heidi con accompagnamento
di caprette festanti in pascoli lussureggianti tra cime abbaglianti.
Doverosamente aggiungiamo però un po’ di farisaico perbenismo. Carlo Murò |
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Il
pensionato di Friedrich Dürrenmatt Titolo originale: Der Pensionierte Traduzione di Cristina Pietra e Anna Ruchat 109 pag., Euro 10,33 - Edizioni Casagrande (Scrittori) ISBN 88-7713-307-4 |
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Il commissario Hochstettler si avvia al pensionamento dopo una modesta carriera nella polizia cantonale di Berna. Scettico e ingenuo, simpatico quanto ostinato, Hochstettler decide, negli ultimi giorni di lavoro, di sottrarsi al grigiore della sua esistenza: visiterà gli autori di delitti rimasti impuniti, farà di tutto per metterli in difficoltà, trattenendosi però dalla tentazione di arrestarli anche quando i loro crimini saranno svelati. Hochstettler ha capito che la giustizia non coincide affatto con il rispetto delle leggi e con le regole imposte dai commissariati e dalle prefetture. |
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| Un ritratto della Svizzera Paese e gente: qualche osservazione è indispensabile. Di un omicidio fanno parte anche l'ambiente più vicino e più lontano, la temperatura media durante l'anno, la frequenza dei terremoti e il clima umano. Tutto è collegato: l’impresa che si chiama ora il nostro stato, ora la nostra patria, fu fondata un po' più di venti generazioni fa, secondo un calcolo approssimativo. Luogo: dapprima tutto si svolgeva per lo più su un terreno misto di calcare, granito e molassa, in seguito vi si aggiunse del terziario. Clima: sopportabile. Epoca: dapprima mediocre, il casato asburgico stava formandosi, vigeva il diritto del più forte, si trattava di farsi largo a bastonate e ci si bastonò, cavalieri, conventi e castelli si fracassarono come armadi blindati, immani saccheggi e prede, prigionieri non se ne facevano, prima delle battaglie c'era la preghiera e dopo il massacro le orge con bevute colossali. La guerra rendeva, in seguito purtroppo ci fu l'invenzione della polvere, la politica da grande potenza urtò contro una resistenza crescente, si posero limiti ai colpi con alabarde e mazze ferrate, coloro che combattevano corpo a corpo furono tutti battuti da lontano, dopo sole otto generazioni ci fu la famosa ritirata, quindi seguirono altre sette generazioni di relativa barbarie, in parte si uccidevano tra loro, assoggettavano i contadini (non prendevano mai la libertà troppo sul serio) e si battevano per la religione, in parte esercitavano il mestiere di mercenari in grande stile, davano il proprio sangue a chi offriva di più, difendevano i prìncipi dai cittadini e preservavano tutta l’Europa dalla libertà. Infine imperversò la rivoluzione francese, a Parigi l'odiata guardia fu uccisa a colpi d’arma da fuoco, con coraggio essa combatté una battaglia perduta, al servizio di un sistema corrotto per grazia di Dio, mentre uno dei suoi ufficiali aristocratici componeva versi al sicuro in una soffitta: «Variopinti già sono i boschi, gialli i campi di stoppie, e l'autunno ha inizio». Poco tempo dopo Napoleone fece piazza pulita in modo definitivo di tutto il ciarpame di nobili signori e di paesi sudditi: al paese le sconfitte giovarono. Nacquero accenni di democrazia e nuove idee: Pestalozzi, povero, misero ed entusiasta, andò in giro per il paese, da una sventura all'altra. Nel commercio e nel lavoro subentrò un cambiamento radicale, accompagnato da ideali ad esso corrispondenti. L'industria cominciò ad espandersi, si costruirono ferrovie. In realtà il suolo era povero di ricchezze, si dovettero importare e lavorare carbone e minerali, ma ovunque c'era una solerzia operosa, una ricchezza crescente, senza spreco alcuno ma purtroppo anche senza splendore. La parsimonia s'impose come la massima delle virtù, si fondarono banche, dapprima con qualche incertezza, i debiti erano considerati disonorevoli, e mentre un tempo erano i lanzichenecchi un articolo d'esportazione, adesso era la volta dei bancarottieri: chi falliva da noi, aveva però delle possibilità oltre oceano. Tutto doveva rendere e rendeva: persino le immense pietraie e le fasce detritiche, le lingue glaciali e i pendii scoscesi, infatti da quando avevano scoperto la natura e qualsiasi imbecille poteva sentirsi un essere superiore nella solitudine dei monti, anche l’industria turistica era divenuta possibile: gli ideali del paese erano sempre pratici. Per il resto si viveva decisamente in modo tale, che per ogni eventuale nemico era più conveniente lasciare in pace il prossimo, un comportamento in sé immorale però salutare, che non testimoniava certo grandezza, bensì un notevole buon senso politico. Poi gli uomini cambiarono anche per via di due guerre mondiali, dovettero manovrare tra belve, se la cavarono sempre. Infine comparve la nostra generazione. Tempo presente (1957 d.C.): larghi strati della popolazione vegetano quasi senza preoccupazione, assicurati e garantiti, chiesa, istruzione e ospedali sono disponibili a prezzi modici, all'occorrenza si può essere cremati gratis. La vita scorre su solidi binari, ma il passato fa tremare la struttura, scuote le fondamenta. Chi ha molto teme di perdere molto. Dopo aver superato il pericolo ci si lascia cadere da cavallo, come il cavaliere dopo la sua cavalcata sopra il lago di Costanza: si ha troppa paura di concepire la propria saggezza come necessaria, non si tollera più di non essere stati eroi ma di essere stati ragionevoli, ci si annovera tra le file dei vincitori, la saga dei padri bellicosi torna in auge, dai miti incombe il pericolo dell’incapacità momentanea di connettere, si sogna di antichissime battaglie, ci s'immagina d'essere combattenti della resistenza, ed ecco che arrivano gli ufficiali di stato maggiore a evocare un mondo di Nibelunghi, a sognare di armi atomiche, di un eroico combattimento di sterminio in caso d’attacco, la fine dell'esercito deve anche preparare la fine della nazione, totale, irrevocabile e definitiva, mentre tutt’attorno popoli sottomessi già da tempo sanno cavarsela con coraggio e astuzia. Ma l'eventuale fine si profila in modo anche diverso, più spiritoso. Gli stranieri si appropriano del terreno che vogliamo difendere, l'economia è in mani straniere e ormai soltanto amministrata, governata a stento da quelle nazionali, il cittadino rappresenta un ceto elevato, al di sotto del quale, spesso confinati in abitazioni a prezzi esorbitanti, si annidano economi e solerti italiani, greci, spagnoli, portoghesi e turchi, in parte disprezzati, spesso perfino analfabeti, degli iloti, per molti dei loro padroni veri e propri subumani, e che un giorno, divenuti proletariato cosciente, superiori nella loro facile vitalità, potrebbero reclamare i loro diritti, riconoscendo che quell'azienda che si chiama il nostro stato, già acquistata per metà da capitale straniero, dipende ormai soltanto da loro. In realtà il nostro piccolo paese, ci accorgiamo con incredulo stupore, è uscito dalla storia quando è entrato nel grande giro industriale. da Giustizia, Milano, Garzanti, 1989, pagg. 33-35 |
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