IL PENSIONATO
di Friedrich Dürrenmatt

    La Svizzera? Cioccolato, banche, orologi – a casetta con suoneria a cucù, preziosi cronografi in oro con meccaniche sofisticate, coloratissimi in plastica e nelle fogge più stravaganti. E poi Guglielmo Tell e, perché no, Heidi con accompagnamento di caprette festanti in pascoli lussureggianti tra cime abbaglianti. Doverosamente aggiungiamo però un po’ di farisaico perbenismo.
    E qui entra in scena Dürrenmatt, che incide la superficie polita della borghese società elvetica e si insinua sottopelle a individuare la presenza di insospettabili virus che l’aspetto esteriore non lascia trasparire. Così descrive in alcuni allucinati tra i Racconti l’altra faccia, il lato oscuro, della Svizzera. Il tema che forse gli sta più a cuore è la giustizia, che è oggetto d’indagine in molti racconti e nei romanzi gialli che hanno per protagonista il bernese commissario Bärlach. Dürrenmatt stesso avverte il lettore che la trama poliziesca è un pretesto per entrare in ben altri ambiti, e titola esplicitamente La promessa. Un requiem per il romanzo giallo.
    Assistiamo al completo disfacimento del genere in Il pensionato, romanzo incompleto (?), pubblicato postumo nel 1995.
    Il 30 novembre, ultimo giorno di servizio, il commissario Höchstettler della polizia cantonale di Berna non si presentò al suo ufficio sul Ringhof.
Höchstettler, in realtà, non era commissario, ma capitano di polizia, anzi sarebbe diventato addirittura comandante, se le cose fossero andate nel modo giusto, ma poiché le cose erano andate secondo giustizia, era rimasto capitano, dunque si era autodegradato, e si dichiarava ostinatamente commissario.
    Ma senza rancore, poiché era scettico nei confronti del proprio lavoro e privo di quell'ambizione che caratterizza alcuni servitori dello stato. Inoltre era preparato al fallimento. La sua carriera si arenava sempre allo stesso punto: la leva dello scambio che avrebbe dovuto avviarlo nella stazione terminale di un posto di comandante non fu mai azionata, né fu mai possibile azionarla.
    La prima volta fu alla fine degli anni Cinquanta. Il comandante, dottor Lucius Lutz, lo chiamò nel suo ufficio. "Perdio", disse, "domani io me ne vado finalmente in pensione, tutto il cantone festeggia. Lei è giurista come me, l'industria comincia ad andare a gonfie vele, tutti si scapicollano per lasciare il buon papà stato, e Lei potrebbe diventare il più giovane comandante di polizia cantonale di tutti i tempi. Ma il Suo carattere! C'è da diventar matti! Lei di solito sta zitto, ma quando parla dice delle sciocchezze. Mi ascolti: al Consigliere federale Kobelt, al nostro onestissimo Kobelt, Lei, disgraziato, ha raccontato di essere entrato nella polizia perché la polizia è necessaria, mentre l'esercito è superfluo, soprattutto nei piccoli stati, che comunque hanno la proprietà di ritornare sempre a galla. Stia zitto! Come se Hitler avesse avuto paura della nostra polizia. Quella semmai faceva paura agli immigrati. Ma Hitler ha tremato davanti alle nostre truppe, questo è ciò che bene o male deve credere ogni buon cittadino svizzero, e soprattutto deve crederlo il capo del dipartimento militare, altrimenti il patriottismo va in malora, anche se sarebbe sciocco credere una cosa simile. E al nostro Consigliere federale Von Steiger, cosa gli va a raccontare? - già non è dei più intelligenti. E Lei gli va a dire che non sono i criminali politici a meritare la galera, ma i criminali di stato! Höchstettler! Lei ha proprio perso la testa. Maledizione, in vece Sua ho dovuto proporre Schlaginhaufen come mio successore, quel perfetto imbecille. E ancora una cosa", disse Lutz concludendo il suo discorso di commiato, "i suoi due divorzi! Höchstettler, anch'io sono divorziato. La natura è quel che è. Lo so, le donne sono la debolezza dell'eroe, e noi siamo tutti eroi, ma io ho dovuto pagarne lo scotto, questo è certo. È un miracolo che non mi abbiano costretto alla pensione anticipata. E non ne è valsa la pena. La donna è donna. Ma una volta non è due, e Lei ha già divorziato due volte, e ora mi sta consumando la terza moglie. E per quanto riguarda la Sua carriera, se non si modera, avrà tempo di pentirsi amaramente di averle consumate così, le donne, Höchstettler. Ne pagherà lo scotto".
    Nell’incipit del romanzo è già pienamente delineata la personalità del protagonista, che non ci stupirà, nel prosieguo della narrazione, in cui Höchstettler ritornerà da alcuni piccoli delinquenti, smascherati ma non denunciati e puniti. Come aveva giudicato che alcune violazioni delle norme non andavano perseguite, collocandosi in contrasto con le prescrizioni delle leggi e aggirando le direttive dei suoi superiori, così tacerà sui comportamenti non ortodossi, secondo la moralità elvetica, di esponenti della buona società.
    Dürrenmatt ribadisce che nessuno deve ergersi a giudice delle altri debolezze e che le modalità di intervento nel caso di violazioni delle norme devono essere attentamente vagliate, e non necessariamente repressive, per salvaguardare la stessa dignità delle persone e avviare un processo di recupero.
    Solo un accenno alla scrittura di Dürrenmatt, semplice, concisa e nello stesso tempo avvincente e profonda di significati. I suoi romanzi si leggono in un fiato, ma invitano a dedicare molto tempo a rifletterci sopra.

Carlo Murò

Il pensionato di Friedrich Dürrenmatt
Titolo originale: Der Pensionierte
Traduzione di Cristina Pietra e Anna Ruchat
109 pag., Euro 10,33 - Edizioni Casagrande (Scrittori)
ISBN 88-7713-307-4



Il commissario Hochstettler si avvia al pensionamento dopo una modesta carriera nella polizia cantonale di Berna. Scettico e ingenuo, simpatico quanto ostinato, Hochstettler decide, negli ultimi giorni di lavoro, di sottrarsi al grigiore della sua esistenza: visiterà gli autori di delitti rimasti impuniti, farà di tutto per metterli in difficoltà, trattenendosi però dalla tentazione di arrestarli anche quando i loro crimini saranno svelati. Hochstettler ha capito che la giustizia non coincide affatto con il rispetto delle leggi e con le regole imposte dai commissariati e dalle prefetture.

Un ritratto della Svizzera

Paese e gente: qualche osservazione è indispensabile. Di un omicidio fanno parte anche l'ambiente più vicino e più lontano, la temperatura media durante l'anno, la frequenza dei terremoti e il clima umano. Tutto è collegato: l’impresa che si chiama ora il nostro stato, ora la nostra patria, fu fondata un po' più di venti generazioni fa, secondo un calcolo approssimativo. Luogo: dapprima tutto si svolgeva per lo più su un terreno misto di calcare, granito e molassa, in seguito vi si aggiunse del terziario. Clima: sopportabile. Epoca: dapprima mediocre, il casato asburgico stava formandosi, vigeva il diritto del più forte, si trattava di farsi largo a bastonate e ci si bastonò, cavalieri, conventi e castelli si fracassarono come armadi blindati, immani saccheggi e prede, prigionieri non se ne facevano, prima delle battaglie c'era la preghiera e dopo il massacro le orge con bevute colossali. La guerra rendeva, in seguito purtroppo ci fu l'invenzione della polvere, la politica da grande potenza urtò contro una resistenza crescente, si posero limiti ai colpi con alabarde e mazze ferrate, coloro che combattevano corpo a corpo furono tutti battuti da lontano, dopo sole otto generazioni ci fu la famosa ritirata, quindi seguirono altre sette generazioni di relativa barbarie, in parte si uccidevano tra loro, assoggettavano i contadini (non prendevano mai la libertà troppo sul serio) e si battevano per la religione, in parte esercitavano il mestiere di mercenari in grande stile, davano il proprio sangue a chi offriva di più, difendevano i prìncipi dai cittadini e preservavano tutta l’Europa dalla libertà. Infine imperversò la rivoluzione francese, a Parigi l'odiata guardia fu uccisa a colpi d’arma da fuoco, con coraggio essa combatté una battaglia perduta, al servizio di un sistema corrotto per grazia di Dio, mentre uno dei suoi ufficiali aristocratici componeva versi al sicuro in una soffitta: «Variopinti già sono i boschi, gialli i campi di stoppie, e l'autunno ha inizio». Poco tempo dopo Napoleone fece piazza pulita in modo definitivo di tutto il ciarpame di nobili signori e di paesi sudditi: al paese le sconfitte giovarono. Nacquero accenni di democrazia e nuove idee: Pestalozzi, povero, misero ed entusiasta, andò in giro per il paese, da una sventura all'altra. Nel commercio e nel lavoro subentrò un cambiamento radicale, accompagnato da ideali ad esso corrispondenti. L'industria cominciò ad espandersi, si costruirono ferrovie. In realtà il suolo era povero di ricchezze, si dovettero importare e lavorare carbone e minerali, ma ovunque c'era una solerzia operosa, una ricchezza crescente, senza spreco alcuno ma purtroppo anche senza splendore. La parsimonia s'impose come la massima delle virtù, si fondarono banche, dapprima con qualche incertezza, i debiti erano considerati disonorevoli, e mentre un tempo erano i lanzichenecchi un articolo d'esportazione, adesso era la volta dei bancarottieri: chi falliva da noi, aveva però delle possibilità oltre oceano. Tutto doveva rendere e rendeva: persino le immense pietraie e le fasce detritiche, le lingue glaciali e i pendii scoscesi, infatti da quando avevano scoperto la natura e qualsiasi imbecille poteva sentirsi un essere superiore nella solitudine dei monti, anche l’industria turistica era divenuta possibile: gli ideali del paese erano sempre pratici. Per il resto si viveva decisamente in modo tale, che per ogni eventuale nemico era più conveniente lasciare in pace il prossimo, un comportamento in sé immorale però salutare, che non testimoniava certo grandezza, bensì un notevole buon senso politico. Poi gli uomini cambiarono anche per via di due guerre mondiali, dovettero manovrare tra belve, se la cavarono sempre. Infine comparve la nostra generazione.

Tempo presente (1957 d.C.): larghi strati della popolazione vegetano quasi senza preoccupazione, assicurati e garantiti, chiesa, istruzione e ospedali sono disponibili a prezzi modici, all'occorrenza si può essere cremati gratis. La vita scorre su solidi binari, ma il passato fa tremare la struttura, scuote le fondamenta. Chi ha molto teme di perdere molto. Dopo aver superato il pericolo ci si lascia cadere da cavallo, come il cavaliere dopo la sua cavalcata sopra il lago di Costanza: si ha troppa paura di concepire la propria saggezza come necessaria, non si tollera più di non essere stati eroi ma di essere stati ragionevoli, ci si annovera tra le file dei vincitori, la saga dei padri bellicosi torna in auge, dai miti incombe il pericolo dell’incapacità momentanea di connettere, si sogna di antichissime battaglie, ci s'immagina d'essere combattenti della resistenza, ed ecco che arrivano gli ufficiali di stato maggiore a evocare un mondo di Nibelunghi, a sognare di armi atomiche, di un eroico combattimento di sterminio in caso d’attacco, la fine dell'esercito deve anche preparare la fine della nazione, totale, irrevocabile e definitiva, mentre tutt’attorno popoli sottomessi già da tempo sanno cavarsela con coraggio e astuzia. Ma l'eventuale fine si profila in modo anche diverso, più spiritoso. Gli stranieri si appropriano del terreno che vogliamo difendere, l'economia è in mani straniere e ormai soltanto amministrata, governata a stento da quelle nazionali, il cittadino rappresenta un ceto elevato, al di sotto del quale, spesso confinati in abitazioni a prezzi esorbitanti, si annidano economi e solerti italiani, greci, spagnoli, portoghesi e turchi, in parte disprezzati, spesso perfino analfabeti, degli iloti, per molti dei loro padroni veri e propri subumani, e che un giorno, divenuti proletariato cosciente, superiori nella loro facile vitalità, potrebbero reclamare i loro diritti, riconoscendo che quell'azienda che si chiama il nostro stato, già acquistata per metà da capitale straniero, dipende ormai soltanto da loro. In realtà il nostro piccolo paese, ci accorgiamo con incredulo stupore, è uscito dalla storia quando è entrato nel grande giro industriale.

da Giustizia, Milano, Garzanti, 1989, pagg. 33-35


Born on January 5, 1921, in Konolfingen, Switzerland, Friedrich Dürrenmatt already had writing in his blood. His grandfather--a well-known satirist and political poet--encouraged in the young boy a questioning spirit which would characterize his later works. In fact, the memory of his grandfather inspired Dürrenmatt throughout his career. He would later write, "My grandfather was once sent to prison for ten days because of a poem he wrote. I haven't been honored in that way yet. Maybe it's my fault, or maybe the world has gone so far to the dogs that it doesn't even feel insulted anymore if it's criticized severely."

As a young man, Dürrenmatt attended the University of Bern where he studied literature, theology, philosophy, and science. It was here that he first became interested in playwriting after becoming a regular patron of the operettas. Among his favorite playwrights were Aristophanes and Thornton Wilder.

After transferring briefly to the University of Zurich, Dürrenmatt decided to withdraw from school and try his hand at playwriting. At the age of 22, he set about composing his first play, a lyrical and apocalyptic comedy which was never produced. Over the course of the next few years, he struggled to earn a living as a writer and had to turn to the writing of short stories, mystery novels, and radio plays to make ends meet, but he never gave up writing for the stage. His breakthrough came in 1952 with the comedy The Marriage of Mr. Mississippi in which he first began to formulate his own unique style of theatre, a dark, dreamlike world populated by characters who, though frighteningly real, are often distorted into caricature. The playwright found that dark comedy was a most effective medium through which to expose the grotesque nature of the human condition. The Marriage of Mr. Mississippi evoked strong reactions from Dürrenmatt's audiences and established him as one of the finest European dramatists of his day.

Dürrenmatt's most popular plays include Romulus the Great (1949), The Visit (1956), The Physicists (1962), and Play Strindberg (1969). His many awards include the Drama Critics' Circle Award and the Schiller Prize. He died in 1990.

 


free hit counter