RETABLO
di Vincenzo Consolo

   Il grande successo di critica, e relativamente anche di pubblico, che ebbe il “Sorriso dell’ignoto marinaio” è stato forse il punto più alto di apprezzamento per un’opera di Vincenzo Consolo che si è avuto in Italia. Il romanzo qui presentato però, “Retablo”, ne è, per molto punti, superiore.
   Il romanzo, come spesso succede con i grandi romanzi, si basa su una storia semplice, lineare, un viaggio fatto da un nobile milanese nella Sicilia selvaggia e sconosciuta del Settecento, accompagnata, e resa interessante però da particolari secondari, contorti, complicati, colti. Due sono i personaggi, e le storie, che si intrecciano nel romanzo. Due sono anche le voci, narranti in prima persona, spesso in contrasto, anche se differente è la loro forza, il loro spazio, la loro incisività ed importanza.
   Un aristocratico milanese imbevuto di cultura illuminista lombarda e francese, amante delle arti e pittore per diletto, giunge in Sicilia in una sorta di “Gran Tour”, sulla scia di una storia d’amore finita in un modo forse un po’ equivoco con una importante dama. Un po’ per caso, un po’ per Fato trova, e ingaggia come proprio aiutante e cicerone, un ex fraticello questuante, Isidoro, fuggito dal convento e smesso il saio perché perdutamente innamorato (con tutte le sfumature di significato che questo comporta) di una certa Rosalia, una giovane ragazza poi fuggita con la madre da Palermo che lui sognò di ritrovare e sposare. Lo sfondo è una Sicilia lontana, preziosa, agreste; e non ci vuole molto perché anche chi legge venga preso da quello strano sentimento di ammirazione, desiderio e sogno che colpiva spessissimo coloro che la percorrevano.
   La lingua che Consolo usa non è solo il veicolo per la trasmissione di sentimenti, sensazioni, descrizioni, quanto piuttosto è argilla viva ancora plasmabile. Consolo plasma le sue frasi, usando sapientemente gli spazi, le pause, ma anche le combinazioni di suoni, la posizione studiata delle singole parole. Inoltre è vivo in lui un gusto tutto siciliano per il barocco, per l’elenco, la sfilza di nomi, la piramide intricata di espressioni, secondarie, subordinate: “ Lombaddìa, e che è? […] E’ una terra nordica, luntana, ‘na piana chiusa da montagne altissime d’eterni ghiacciai e d’intricati boschi, rotta da lunghi fiumi e laghi vasti, terra priva di mare, cielo, sole, stelle, lune, coi verni interminabili carichi di neve e con le stati brevi, umide, brumose, ove la gente ognora mangia lardi, cotiche, verze, ranocchi, passeri, pulenta di granturco… […] Meschini, meschini – fece allora il brigante impietosito”. È forse proprio questo barocco, che negli altri libri, spesso d’ambientazione contemporanea, risulta sgradevole, esagerato, virtuosista, che però costruisce in questo caso un romanzo unico, bellissimo, uno di quelli che davvero valgono la pena di essere letti.

Federico Zuliani
federicozuliani83@yahoo.dk

Retablo di Vincenzo Consolo
158 pag., Euro 6,20 - Mondadori - Oscar scrittori del Novecento - 1999
ISBN 8804473436

 

Su Retablo l'autore ha scritto questa breve ma preziosa nota esplicativa.

«Retablo», recita il dizionario, è «d'insieme di figure dipinte o scolpite, rappresentante in successione lo svolgimento d'un fatto, d'una storia». Appartiene quindi, la parola, alla sfera della pittura e in questa sfera la sentii suggestivamente riproposta da Roberto Longhi che, parlando di Antonello da Messina (il pittore che doveva ispirare con un suo ritratto un altro mio racconto: Il sorriso dell'ignoto marinaio), chiamava retablos le fiancate dipinte del carretto siciliano. Ma scoprivo la parola caricata d'altro senso ancora più suggestivo navigando per lo sconfinato mare, ricco d'avventure e di miracoli, del Don Chisciotte di Cervantes: qui le figure del retablo si sciolgono dalla loro fissità pittorica, abbandonano la sacralità della rappresentazione e si mettono a far teatrino profano, spettacolo popolare. Don Miguel, il grande ironico, centrava poi il tema del retablo in un intermezzo teatrale, El retablo de las meravillas: metafora dell'arte come illusione. Ma illusione necessaria per fugare il sentimento della fugacità della vita e del dolore. Siamo, come si vede, alla sorgente della favola, del racconto: siamo a Shaharazàd che nelle Mille e una notte racconta all'infinito per sfuggire alla morte.

Avevo immaginato, in un racconto scritto prima di Retablo, in una favola teatrale intitolata Lunaria, che la prima delle illusioni, il primo retablo è la natura: il cielo sopra di noi con quella pallida sembianza, vicina e consolante, che è la Luna; avevo immaginato che il pianeta (come aveva sognato Leopardi) staccandosi e cadendo giù dal cielo, gettasse l'uomo, privo d'illusione, di poesia, nello smarrimento, nel panico dell'infinito, dell'eterno.

La parola retablo (parola oscura e sonora, che forse ci viene dal latino retrotàbulum: il senso, per me, dietro o oltre le parole, vale a dire la metafora) l'ho assunta nelle varie accezioni: pittorica, shahrazadiana, cervantesiana... E a Cervantes ho carpito anche i topoi della coppia e del viaggio o della coppia in viaggio. A Cervantes, ma anche a tutti i viaggiatori del Settecento in Sicilia, fra cui, il più famoso, Goethe. Nel mio Retablo i viaggiatori sono il pittore milanese Fabrizio Clerici e il servitore palermitano Isidoro, l'uno che si specchia nella follia amorosa dell'altro, nell'amore come passione, nell'amore come dannazione per due donne sfuggenti, irraggiungibili: rispettivamente per doña Teresa Blasco (che sposerà Cesare Beccaria) e per la bellissima Rosalia (che avrà ricchezza e fama come cantante).

Retablo è un viaggio nei luoghi "antichi" di Sicilia, un viaggio nel tempo e nella storia, ma è anche un viaggio nella natura e nella cultura. E della cultura, oltre che i resti archeologici di città come Segesta, Selinunte, Mozia, fanno parte anche i resti linguistici: il racconto è quindi anche un'esplorazione delle stratificazioni linguistiche dell'Isola. È strutturato infine, Retablo, proprio come un polittico: due portelli-racconto laterali e speculari (quelli di lsidoro e Rosalia, che citano però anche un contrasto d'amore della Scuola poetica siciliana); una pala centrale (il racconto-diario di don Fabrizio); una predella (pagine di un racconto che fanno da supporto a pagine di un altro racconto).

da Letteratura del Novecento: Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo è nato a Sant'Agata di Militello (Messina) nel 1933.
Conclusi gli studi universitari a Milano, ritorna in Sicilia, dove si dedica all'insegnamento. Nel 1963 pubblica il suo primo romanzo, La ferita dell'aprile nella mondadoriana collana di ricerca "Il tornasole" diretta da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo. I suoi riferimenti umani e letterari, in quella stagione, sono lo scrittore Leonardo Sciascia e il poeta Lucio Piccolo, cugino di Tomasi di Lampedusa.
Nel 1968 si trasferisce a Milano e lavora in un'azienda di comunicazione, svolgendo contemporaneamente un'intensa attività giornalistica. Nel 1976 pubblica il romanzo Il sorriso dell'ignoto marinaio. Nel 1977 diviene consulente editoriale della Einaudi per la narrativa italiana, insieme, fra gli altri, a Italo Calvino e Natalia Ginzburg. I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, olandese, rumeno. Ha vinto i seguenti premi: "Pirandello", "Grinzane Cavour", "Strega", "Internazionale Unione Latina", "Flaiano", "Brancati".

Bibliografia

La ferita dell'aprile, Mondadori 1963
Il sorriso dell'ignoto marinaio, Einaudi 1976
Lunaria, Einaudi 1985
Retablo, Sellerio 1987
Le pietre di Pantalica, Mondadori 1988
La Sicilia passeggiata, ERI 1990
Nottetempo, casa per casa, Mondadori 1992
Fuga dall'Etna, Donzelli 1993
L'olivo e l'olivastro, Mondadori 1994
Nerò metallicò, Il Melangolo 1994
Lo spasimo di Palermo, Mondadori 1998
Di qua dal faro, Mondadori 1999
Il viaggio di Odisseo (con Mario Nicolao), Bompiani 1999

da Salone del libro di Parigi - Vincenzo Consolo


vedi anche
Intervista a Vincenzo Consolo

 


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