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Sarà
forse il nome, così italiano, o il fatto che l’Argentina
sia oramai da tempo passata di moda, eppure resta difficile spiegarsi
come un autore del peso di Sábato, con tutta la sua strepitosa
bravura, resti da noi in Italia ancora semi sconosciuto.
Il Tunnel fu per Sábato il romanzo del
successo, anche mondiale. “Sarà sufficiente dire che sono
Juan Pablo Castel, il pittore che ha ucciso María Iribarne; suppongo
che il processo sia rimasto nel ricordo di tutti e che non occorrano ulteriori
spiegazioni sulla mia persona” è questo l’incipit che,
in tutto il mondo ispanico, è divenuto un classico, un pezzo che
i bambini studiano a memoria come se si trattasse di una poesia di Borges,
che fra l’altro la gente ama molto di meno... La storia è
raccontata in prima persona; Pablo Castel ricostruisce i motivi e i modi
del suo delitto. La prosa è asciutta, netta, ma soprattutto è
tagliente, incisiva. La storia inoltre avvincente, il delitto non è
banale, le motivazioni neppure. I temi della bellezza, dell’amore,
dell’arte e delle difficoltà dell’artista sono centrali
per tutto il romanzo. Inoltre, ed uno dei motivi perché merita
di essere letto, in questo libro compare anche Buenos Aires; che, si badi,
non è però uno sfondo, una quinta, è invece un personaggio,
vero, attivo, imprevedibile. Sábato descrive in modo straordinario
la Buenos Aires degli anni sessanta, che nello spirito è la stessa
che dagli anni 20 arriva al 1982. La città dei bar, dei pub, dei
caffè, delle sale di tango, dei ristoranti che non chiudono mai,
delle lingue, delle etnie; la città dove si pubblicano, ogni giorno,
giornali in venti lingue diversi, col primo, per importanza, teatro yiddish
al mondo, la città in cui esistono un ospedale italiano, uno francese,
uno tedesco, uno inglese, dove medici, e infermieri, sono tenuti a parlare
due lingue, quella delle mille scuole, e dei mille circoli, la città
di autori come Borges, che scrive in spagnolo ma pensa in inglese, oppure
quella capace di dare ospitalità alla grande emigrazione culturale
europea e non (che non andava a Londra o a New York…): Alberti,
Aub, Benedetti, Dal Masetto solo per citarne qualcuno. Sábato descrive
questa città; fatta di tavolini, pittori, artisti, quartieri, angoli,
oltre che intellettuali colti e raffinati. Ci trasmette il rumore ovattato
dagli alberi che pervade Palermo, o i silenzi della grande pianura che
circonda Buenos Aires. Forse proprio per questo non piacque mai, da noi,
perché da noi l’Argentina è la terra dei nostri emigranti,
la terra che ha accolto i nostri poveri e che ci ricorda che anche noi
siamo stati poveri, e sembra stonare invece questa parte così alta,
ed aristocratica, della sua essenza.
Merita di essere letto perché noi italiani,
ancora più che gli europei in generale, abbiano dimenticato che
esiste un paese, anche se lontano, che è stato capace di un amore
tale nei nostro confronti da mantenersi fedele anche nella nostra completa
indifferenza. Troppo facilmente noi europei crediamo che l’America
del Sud sia un qualcosa di compatto, omogeneo, granitico, e troppo facilmente
ci dimentichiamo che l’Argentina è qualcosa a parte, di speciale,
segreto; che merita essere conosciuto.
Al di là di qualsiasi considerazione però:
questo è un romanzo che va letto, anzitutto, per come è
scritto
Federico
Zuliani
federicozuliani83@yahoo.dk
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Ernesto
Sábato nacque a Rojas, provincia di Buenos Aires, Argentina, nel
1911. Si laureò in Fisica e poi frequentò corsi di Filosofia
all'Università di La Plata. Lavorò nel Laboratorio Curie, a Parigi,
e abbandonò definitivamente la scienza nel 1945 per dedicarsi
esclusivamente alla letteratura.
Scrisse
alcuni libri di essai sull'uomo nella crisi del nostro
tempo e il senso dell'attività letteraria - Lo scrittore e
i suoi fantasmi (1963), La cultura nella crocevia nazionale
(1976) Apologie e respinti (1979) - e tre romanzi: Il
tunnel (1948), Su eroi e tombe (1961), e Abbadón
lo sterminatore (1974).
Sábato
disse: "Può sembrare un atto di orribile snobbismo che tre crisi
fondamentali della mia vita siano successe a Parigi, ma è stato
proprio cosi. La prima fu durante l'inverno del 1935, quando io
ero un ragazzo di 24 anni. Nel 1930 militai nella Gioventù Comunista,
durante la dittatura del generale Uriburu. Abbandonai gli studi,
la mia famiglia e le mie comodità borghese. Vissi con nome fittizio
a La Plata, i cui sobborghi ospitavano i due più grandi frigoriferi
del paese, dove veniva sfruttata spietatamente ogni classe d'immigranti,
i quali abitavano ammucchiati in tugurios di zinco, circondati
di pantani d'acque sporche. Distribuivamo manifesti, partecipavamo
all'organizzazioni di scioperi.
Nel
1933 già come segretario della Gioventù Comunista iniziarono i
miei dubbi sullo stalinismo. Pertanto decisero di inviarmi alle
Scuole Leniniste di Mosca, a scopi purificatori. Se fossi andato
forse non sarei tornato vivo. Dovendo passare prima da Bruxelles,
per un congresso contro il fascismo, seppi con orribili dettagli
sui "processi" di Mosca. Scappai a Parigi vivendo un inverno molto
duro da un compagno dissidente mentre il partito mi cercava.
Riuscì
a ritornare a La Plata, dove proseguì la mia carriera in fisica-matematica.
Quando ebbbi finito mi diedero una borsa per lavorare nel laboratorio
Curie lavorando quasi un anno e lì a Parigi, assistetti alla fissione
dell'atomo di uranio, che si disputavano tre laboratori: vinse
la "corsa" un laboratorio tedesco. Pensai che era l'inizio dell'Apocalisse.
Vissi nella confusione totale e mentre scrivevo il mio primo romanzo
commisi l'infamia di lasciar che Matilde ritornasse in Argentina
con il nostro primo figlio di pochi mesi, mentre io avevo una
amante russa.
La
terza crisi fu conseguenza di tutto questo e del mio vincolo con
i surrealisti: Domínguez, Matta, Wifredo Lam ed altri. Un pomeriggio
d'inverno andammo con Dominguez, al Marché aux Puces e tornammo
dopo sul metro fino Montparnasse, al suo studio. Per strada Domínguez
si fermò e mi disse: "Che ne pensi se questa notte ci suicidassimo
insieme?" Non era uno scherzo, ne era molto propenso come lo provò
anni dopo. Io mi negai anche se ero attratto dal suicidio: mi
salvò il mio istinto, ed eccomi qui, assieme alla Matilde di tutti
i tempi, una di quelle "donne forti della Bibbia", morente, in
mezzo al dolore più profondo, alla fine di una esistenza molto
tormentata." (Ernesto Sabato, 24 gennaio 1995).
da
MONDO
LATINO - Scrittori - Ernesto Sabato |

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