IL TUNNEL
di Ernesto Sábato

    Sarà forse il nome, così italiano, o il fatto che l’Argentina sia oramai da tempo passata di moda, eppure resta difficile spiegarsi come un autore del peso di Sábato, con tutta la sua strepitosa bravura, resti da noi in Italia ancora semi sconosciuto.
    Il Tunnel fu per Sábato il romanzo del successo, anche mondiale. “Sarà sufficiente dire che sono Juan Pablo Castel, il pittore che ha ucciso María Iribarne; suppongo che il processo sia rimasto nel ricordo di tutti e che non occorrano ulteriori spiegazioni sulla mia persona” è questo l’incipit che, in tutto il mondo ispanico, è divenuto un classico, un pezzo che i bambini studiano a memoria come se si trattasse di una poesia di Borges, che fra l’altro la gente ama molto di meno... La storia è raccontata in prima persona; Pablo Castel ricostruisce i motivi e i modi del suo delitto. La prosa è asciutta, netta, ma soprattutto è tagliente, incisiva. La storia inoltre avvincente, il delitto non è banale, le motivazioni neppure. I temi della bellezza, dell’amore, dell’arte e delle difficoltà dell’artista sono centrali per tutto il romanzo. Inoltre, ed uno dei motivi perché merita di essere letto, in questo libro compare anche Buenos Aires; che, si badi, non è però uno sfondo, una quinta, è invece un personaggio, vero, attivo, imprevedibile. Sábato descrive in modo straordinario la Buenos Aires degli anni sessanta, che nello spirito è la stessa che dagli anni 20 arriva al 1982. La città dei bar, dei pub, dei caffè, delle sale di tango, dei ristoranti che non chiudono mai, delle lingue, delle etnie; la città dove si pubblicano, ogni giorno, giornali in venti lingue diversi, col primo, per importanza, teatro yiddish al mondo, la città in cui esistono un ospedale italiano, uno francese, uno tedesco, uno inglese, dove medici, e infermieri, sono tenuti a parlare due lingue, quella delle mille scuole, e dei mille circoli, la città di autori come Borges, che scrive in spagnolo ma pensa in inglese, oppure quella capace di dare ospitalità alla grande emigrazione culturale europea e non (che non andava a Londra o a New York…): Alberti, Aub, Benedetti, Dal Masetto solo per citarne qualcuno. Sábato descrive questa città; fatta di tavolini, pittori, artisti, quartieri, angoli, oltre che intellettuali colti e raffinati. Ci trasmette il rumore ovattato dagli alberi che pervade Palermo, o i silenzi della grande pianura che circonda Buenos Aires. Forse proprio per questo non piacque mai, da noi, perché da noi l’Argentina è la terra dei nostri emigranti, la terra che ha accolto i nostri poveri e che ci ricorda che anche noi siamo stati poveri, e sembra stonare invece questa parte così alta, ed aristocratica, della sua essenza.
    Merita di essere letto perché noi italiani, ancora più che gli europei in generale, abbiano dimenticato che esiste un paese, anche se lontano, che è stato capace di un amore tale nei nostro confronti da mantenersi fedele anche nella nostra completa indifferenza. Troppo facilmente noi europei crediamo che l’America del Sud sia un qualcosa di compatto, omogeneo, granitico, e troppo facilmente ci dimentichiamo che l’Argentina è qualcosa a parte, di speciale, segreto; che merita essere conosciuto.
    Al di là di qualsiasi considerazione però: questo è un romanzo che va letto, anzitutto, per come è scritto

Federico Zuliani
federicozuliani83@yahoo.dk

Il tunnel di Ernesto Sabato
Titolo originale: El túnel
Traduzione di Paolo Collo e Paola Tomasinelli
Con uno scritto di Cesare Segre
140 pag., Euro 14,46 - Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN 88-06-15827-9
Hanno detto di Lui e del Tunnel:

"Impressionante" Thomas Mann

"Ne ammiro la durezza e l'intensità" Albert Camus

"Abbagliante, perturbante, niente di meno che la creazione di un genio" Douglas Unger

"Buenos Aires ha dato al mondo tre grandi scrittori: Borges, Cortàzar e Sabato, il grande vivente" Le Magazine Literaire, Paris

"La migliore introduzione all'universo prodigioso di Sabato" L'Expres, Paris

"Un Edipo di fronte alla sfinge" Le Monde, Paris

ERNESTO SABATO Ernesto Sábato nacque a Rojas, provincia di Buenos Aires, Argentina, nel 1911. Si laureò in Fisica e poi frequentò corsi di Filosofia all'Università di La Plata. Lavorò nel Laboratorio Curie, a Parigi, e abbandonò definitivamente la scienza nel 1945 per dedicarsi esclusivamente alla letteratura.

Scrisse alcuni libri di essai sull'uomo nella crisi del nostro tempo e il senso dell'attività letteraria - Lo scrittore e i suoi fantasmi (1963), La cultura nella crocevia nazionale (1976) Apologie e respinti (1979) - e tre romanzi: Il tunnel (1948), Su eroi e tombe (1961), e Abbadón lo sterminatore (1974).

Sábato disse: "Può sembrare un atto di orribile snobbismo che tre crisi fondamentali della mia vita siano successe a Parigi, ma è stato proprio cosi. La prima fu durante l'inverno del 1935, quando io ero un ragazzo di 24 anni. Nel 1930 militai nella Gioventù Comunista, durante la dittatura del generale Uriburu. Abbandonai gli studi, la mia famiglia e le mie comodità borghese. Vissi con nome fittizio a La Plata, i cui sobborghi ospitavano i due più grandi frigoriferi del paese, dove veniva sfruttata spietatamente ogni classe d'immigranti, i quali abitavano ammucchiati in tugurios di zinco, circondati di pantani d'acque sporche. Distribuivamo manifesti, partecipavamo all'organizzazioni di scioperi.

Nel 1933 già come segretario della Gioventù Comunista iniziarono i miei dubbi sullo stalinismo. Pertanto decisero di inviarmi alle Scuole Leniniste di Mosca, a scopi purificatori. Se fossi andato forse non sarei tornato vivo. Dovendo passare prima da Bruxelles, per un congresso contro il fascismo, seppi con orribili dettagli sui "processi" di Mosca. Scappai a Parigi vivendo un inverno molto duro da un compagno dissidente mentre il partito mi cercava.

Riuscì a ritornare a La Plata, dove proseguì la mia carriera in fisica-matematica. Quando ebbbi finito mi diedero una borsa per lavorare nel laboratorio Curie lavorando quasi un anno e lì a Parigi, assistetti alla fissione dell'atomo di uranio, che si disputavano tre laboratori: vinse la "corsa" un laboratorio tedesco. Pensai che era l'inizio dell'Apocalisse. Vissi nella confusione totale e mentre scrivevo il mio primo romanzo commisi l'infamia di lasciar che Matilde ritornasse in Argentina con il nostro primo figlio di pochi mesi, mentre io avevo una amante russa.

La terza crisi fu conseguenza di tutto questo e del mio vincolo con i surrealisti: Domínguez, Matta, Wifredo Lam ed altri. Un pomeriggio d'inverno andammo con Dominguez, al Marché aux Puces e tornammo dopo sul metro fino Montparnasse, al suo studio. Per strada Domínguez si fermò e mi disse: "Che ne pensi se questa notte ci suicidassimo insieme?" Non era uno scherzo, ne era molto propenso come lo provò anni dopo. Io mi negai anche se ero attratto dal suicidio: mi salvò il mio istinto, ed eccomi qui, assieme alla Matilde di tutti i tempi, una di quelle "donne forti della Bibbia", morente, in mezzo al dolore più profondo, alla fine di una esistenza molto tormentata." (Ernesto Sabato, 24 gennaio 1995).

da MONDO LATINO - Scrittori - Ernesto Sabato


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