I docenti del liceo Parini e la guerra in Iraq

Nel corso di due momenti di incontro, un Collegio dei docenti straordinario e una riunione in orario di lavoro, gli insegnanti del liceo Parini si sono confrontati sulla posizione da assumere in merito all'attuale guerra in Iraq. Sono stati formulati due documenti, che presentiamo.

La scuola è il luogo privilegiato della trasmissione alle nuove generazioni dei valori dell'etica e della legalità. É nella scuola che si propongono momenti di riflessione su significato, storia e teoria dei valori fondanti della nostra civiltà. Riflessione non facile, talora accademica, talaltra noiosa.
Ma arrivano i momenti della testimonianza.
Dribblare questi momenti è umanamente vile e professionalmente suicida, perché il costo è la perdita di ogni credibilità presso i destinatari di quegli insegnamenti.
L'invasione dell'Iraq è uno di questi momenti.
In quanto insegnanti la condanniamo senza ambiguità, giacché non le riconosciamo - in ciò confortati da alte e responsabili autorità - alcuna giustificazione, né alla luce dell'etica che insegniamo né alla luce del diritto internazionale.
In quanto cittadini alcuni o molti di noi potrebbero essere intrigati da più o meno complesse o più o meno confuse considerazioni di opportunità e/o realismo geopolitico, ma tali considerazioni debbono sciogliersi, si sciolgono come neve al sole di fronte alla domanda di testimonianza posta dai giovani.

Questo documento è stato sottoscritto da venti docenti.

 

I sottoscritti docenti del liceo Parini, a proposito dell'attuale conflitto in Iraq esprimono la propria contrarietà a una guerra decisa al di fuori di un contesto di legittimazione internazionale, non chiara nelle sue motivazioni, arrischiata e imprevedibile nelle sue conseguenze, soprattutto per quanto riguarda i rapporti fra Occidente e mondo arabo. Condannano altresì questa guerra per il costo in vite umane che comporta e che non può essere accettato, in base al principio, fondamentale in una società civile e democratica, secondo cui la propria e l'altrui vita debbono essere sempre considerate come un fine e mai solamente come un mezzo.
Si dissociano, nello stesso tempo, da un pacifismo "a senso unico", che sotto la nobile parola "pace" nasconde sovente una sostanziale, egoistica e implicitamente razzistica indifferenza per il problema dei diritti civili e politici di donne e uomini nei regimi autoritari e in particolare di quelli delle donne e degli uomini dei paesi arabi, quando non addirittura un sostegno, più o meno dichiarato, al regime di Saddam Hussein.
Auspicano che, all'interno del movimento per la pace, si sviluppi una riflessione che all'analisi critica dei rischi di un governo del mondo egemonizzato da un'unica superpotenza sappia unire una diagnosi delle precise responsabilità dell'Europa, cui è sinora mancata una politica estera libera da miopie nazionalistiche, ferma nell'imporre, con gli opportuni mezzi di pressione, le risoluzioni ONU, efficace nel sostenere i movimenti che, nel mondo arabo, si battono per una trasformazione in senso liberale-democratico dei propri paesi.
Ritengono che in queste circostanze drammatiche il ruolo della scuola, e in particolare quello dei docenti nei confronti dei propri studenti, non sia quello di assecondare ondate di emotività spesso irresponsabilmente alimentate dai media, bensì quello di fornire informazioni e contributi a un'analisi dei fatti razionale, consapevole della complessità dei problemi e della pluralità delle posizioni in gioco.
Ricordano, infine, che il valore della pace non e dissociabile da quello della tolleranza, e che non si costruisce restando nell'ottica della contrapposizione schmittiana amico/nemico, bensì attraverso la difficile pratica del dialogo. Invitano pertanto tutte le componenti della scuola a un confronto basato sull'ascolto rispettoso delle posizioni altrui, per quanto divergenti dalle proprie.

Questo documento è stato sottoscritto da nove docenti.