SPECIALE
GUERRA
NOI,
GLI "ANTIPATRIOTI"
di
Judith Butler
il
manifesto - 24 marzo 2003
Ci
sono stati tempi, nella storia della cultura politica americana, in cui
il dissenso veniva valutato come uno dei fondamenti chiave della
democrazia. Ma dopo l'11 settembre, il dissenso è stato avvolto da un
nuovo scetticismo, sì che è diventato difficile per le voci di forte
opposizione trovare modo di esprimersi pubblicamente. O vengono bollate
come nostalgiche o anacronistiche, o vengono liquidate come
strategicamente e politicamente ingenue. Eppure milioni di persone sono
scese in piazza, molte dichiarando di non avere mai partecipato a una
dimostrazione in passato. Le mobilitano la paura e l'ansia, la
sensazione di essere sopraffatte dall'unilateralismo americano,
l'opposizione alla bruta aggressione e all'assassinio da parte
dell'amministrazione, la soppressione della libertà di parola
all'interno del paese, il monitoraggio e la regolamentazione delle
comunità arabe negli Stati Uniti che sono tali da sfidare le leggi
anti-discriminazione e quelle sul rispetto della privacy.
Il governo Bush è arrivato al potere con mezzi che molti considerano al
di fuori della legalità, impedendo il conteggio completo dei voti in
Florida. E da quel momento l'uso di tattiche illegali ha contrassegnato
questa amministrazione, determinata a seguire la propria strada con o
senza imprimatur legale, indifferente ai divieti costituzionali e ai
precedenti della legislazione internazionale. Alla denuncia del trattato
sui missili antibalistici, apripista di una serie di azioni che
avrebbero infranto le relazioni internazionali multilaterali, è seguita
la sospensione non dichiarata della convenzione di Ginevra, con il
trasferimento nella Baia di Guantanamo di presunti membri di Al-Qaeda
privi di qualsiasi difesa legale e al di fuori di qualsiasi
giurisdizione; il disprezzo per l'Onu e l'elaborazione di un sistema
legale parallelo - definito da molti un sistema giudiziario «canguro»
- delineato nell'U.S Patriot Act, che nega le libertà fondamentali ad
individui fermati e incarcerati e privi di adeguata tutela legale.
Secondo un recente sondaggio Gallup, almeno il 46% degli americani è
contrario all'attuale guerra in Iraq. Non so chi siano quelli della
Gullup né chi intervistino, dal momento che non hanno mai chiamato né
me né nessuno fra i miei amici. E bisogna fare molta attenzione al modo
in cui sono formulate le domande, e chiedersi che genere di persone
siano quelle che accettano di parlare con loro. Bene, io non posso dire
né di amare né di odiare il mio paese in sé e per sé, né capisco
esattamente che cosa voglia dire. Ma mi oppongo a questo governo e alla
sua guerra, insieme a milioni di altre persone, non solo perché viola
vergognosamente la sovranità di un altro paese per infierire sulla sua
gente e minarne le già precarie infrastrutture, ma anche perché si
autolegittima nell'infliggere questa violenza e nel propagandare la
propria distruttività come un segno della potenza degli Stati Uniti.
Il governo Bush, nella preparazione di questa guerra, ha propagandato i
suoi fasti militari come un fenomeno visuale decisivo. Il fatto che il
governo e l'apparato militare Usa abbiano battezzato la propria
strategia «colpisci e terrorizza» indica che stanno mettendo in atto
uno spettacolo visuale che ottunde i sensi e, come il sublime, mette
fuori gioco la capacità stessa di pensare. E' una messa in scena a uso
non solo della popolazione irachena, i cui sensi si suppone saranno
vinti sul campo da questo spettacolo, ma anche dei consumatori della
guerra che si affidano alla Cnn. La Cnn infarcisce sistematicamente i
suoi servizi con didascalie in cui rivendica di essere la «più
affidabile» fonte di notizie sulla guerra. La strategia «colpisci e
terrorizza» mira non solo a costruire una dimensione estetica della
guerra, ma a sfruttare e strumentalizzare l'estetica visuale come parte
della stessa strategia di guerra. La Cnn fornisce l'estetica visuale, il
New York Times, sebbene tardivamente dichiaratosi anti guerra, sforna
quotidianamente immagini romantiche di ordinanza militare nella luce del
tramonto iracheno oppure «bombe che scoppiano in aria» al di sopra
delle strade e delle case di Baghdad (naturalmente escluse dalla vista).
Ovviamente è stata la distruzione del World Trade Center che per prima
ha imposto l'effetto «colpisci e terrorizza», e gli Stati Uniti ora
mostrano, affinché tutto il mondo lo veda, che possono essere
altrettanto distruttivi. I media sono rapiti dall'aspetto «sublime»
della distruzione, e le voci di dissenso ed opposizione devono trovare
un modo di intervenire su questa macchina onirica desensibilizzante che
produce la distruzione massiccia di vite e case, centrali d'acqua,
elettricità e calore come segno delirante di un potere militare Usa
resuscitato. Abbiamo bisogno di immagini differenti, che mostrino gli
effetti sulle persone in carne e ossa di questa distruttività, e
abbiamo bisogno di voci differenti che affermino le proprie convinzioni
e le proprie verità senza temere di essere oggetto di false accuse. Ma
non possiamo farlo individualmente: bisogna che i media si risveglino
dal loro sogno e vincano le loro paure. Altrimenti torneremo al
maccartismo, quando la paura, la paralisi e la complicità con un
governo illegale furono superate solo ricordando all'opinione pubblica
che non può esserci esercizio di libertà senza dissenso.
I media che mettono in atto la strategia del «colpisci e terrorizza»
informano sulla violenza producendo e capitalizzando la sua presunta
irrealtà. Non c'è compito più urgente che rompere le costrizioni che
oggi obnubilano l'analisi critica: che si tratti di una presunta
infallibilità morale che si droga da sola, o del delirio del «colpisci
e terrorizza». Il compito di restituire il carattere reale di questa
violenza in tutta la sua povertà morale e distruttività umana, per
poterla, infine, fermare.
(traduzione di Maria Luisa Moretti)
re militare americano e felice di liberarsi di Saddam. E che, invece,
combatte. La trionfale avanzata verso Baghdad è vissuta solo nei sogni
di Bush e Blair, l'esercito iracheno non si scioglie come neve al sole,
gli «alleati» non vengono accolti da masse festanti, morti e
prigionieri non sono esclusivo appannaggio di un regime destinato a
crollare. I marines avanzano nel deserto, ma più si avvicinano alla
capitale irachena più la resistenza aumenta. E i primi caduti
anglo-americani producono a New York e a Londra un effetto più
devastante di quello ottenuto dalle bombe sulla gente di Baghdad. Da
questa parte del mondo le vittime del campo avverso - civili e militari
- quasi non le guardiamo, sono il conto da pagare alla civiltà
occidentale, ma nelle città arabe il loro sangue rimane impresso e
prepara nuovi sconvolgimenti.
Dove vivo io, a Berkeley in California, sembra che nessuno sia a favore
di questa guerra. Al contrario, aleggia un profondo senso di
mortificazione per l'agire violento e illegale degli Stati Uniti. I miei
amici europei mi chiedono, con qualche trepidazione, se è proprio vero
che tutti gli americani appoggiano questo sforzo bellico. E' importante
perciò far sapere che ce ne sono milioni contrari, inequivocabilmente
contrari. Le manifestazioni di protesta di San Francisco, New York e
Washington, per citarne solo alcune, non trovano nei media
quell'attenzione che pure avrebbero ricevuto durante la prima guerra del
Golfo, per non parlare di quella del Vietnam, quando si poteva ancora
contare su una certa simpatia per il movimento antibellico. Dopo l'11
Settembre, la paura di passare per «antipatrioti» o di essere
identificati per le proprie opinioni con i «terroristi» che hanno
attaccato il World Trade Center, non solo ha soffocato il dissenso, ma
ha prodotto il blackout dei media sulle manifestazioni e le
mobilitazioni pacifiste.
Imedia temono talmente tanto di essere accusati di pregiudizio «liberal»,
e che il concetto stesso di «liberalismo» possa essere fatto passare
per un concetto tacitamente simpatizzante con il terrorismo, che è
venuto fuori una sorta di contro-discorso compensatorio, per cui
chiunque abbia qualcosa di critico da dire si sente obbligato a
premettere «amo il mio paese e quello che sto per dire non è
antipatriottico...». Dunque, chi si oppone all'attuale regime degli
Stati Uniti con le sue violazioni dei precedenti e delle leggi
internazionali e la sua auto-legittimazione nell'infliggere violenza, ha
grandi difficoltà a trovare nei media lo spazio per esprimere opinioni
contrarie alla guerra che non siano intrise di devozione patriottica. E
così i dissenzienti devono parlare a voce più alta per sopravanzare
giornali e televisioni e infrangere la presunzione di un generale
sentimento favorevole alla guerra. E' quello che ha cominciato a
verificarsi con le mobilitazioni di massa per le strade, le azioni di
disobbedienza civile, i concentramenti in punti cruciali di transito nel
centro di San Francisco per interrompere il normale tran tran degli
affari e costringere la polizia a scendere per le strade, in modo che
siano i poliziotti stessi a sabotarlo bloccando il traffico.
Ci sono stati tempi, nella storia della cultura politica americana, in
cui il dissenso veniva valutato come uno dei fondamenti chiave della
democrazia. Ma dopo l'11 settembre, il dissenso è stato avvolto da un
nuovo scetticismo, sì che è diventato difficile per le voci di forte
opposizione trovare modo di esprimersi pubblicamente. O vengono bollate
come nostalgiche o anacronistiche, o vengono liquidate come
strategicamente e politicamente ingenue. Eppure milioni di persone sono
scese in piazza, molte dichiarando di non avere mai partecipato a una
dimostrazione in passato. Le mobilitano la paura e l'ansia, la
sensazione di essere sopraffatte dall'unilateralismo americano,
l'opposizione alla bruta aggressione e all'assassinio da parte
dell'amministrazione, la soppressione della libertà di parola
all'interno del paese, il monitoraggio e la regolamentazione delle
comunità arabe negli Stati Uniti che sono tali da sfidare le leggi
anti-discriminazione e quelle sul rispetto della privacy.
Il governo Bush è arrivato al potere con mezzi che molti considerano al
di fuori della legalità, impedendo il conteggio completo dei voti in
Florida. E da quel momento l'uso di tattiche illegali ha contrassegnato
questa amministrazione, determinata a seguire la propria strada con o
senza imprimatur legale, indifferente ai divieti costituzionali e ai
precedenti della legislazione internazionale. Alla denuncia del trattato
sui missili antibalistici, apripista di una serie di azioni che
avrebbero infranto le relazioni internazionali multilaterali, è seguita
la sospensione non dichiarata della convenzione di Ginevra, con il
trasferimento nella Baia di Guantanamo di presunti membri di Al-Qaeda
privi di qualsiasi difesa legale e al di fuori di qualsiasi
giurisdizione; il disprezzo per l'Onu e l'elaborazione di un sistema
legale parallelo - definito da molti un sistema giudiziario «canguro»
- delineato nell'U.S Patriot Act, che nega le libertà fondamentali ad
individui fermati e incarcerati e privi di adeguata tutela legale.
Secondo un recente sondaggio Gallup, almeno il 46% degli americani è
contrario all'attuale guerra in Iraq. Non so chi siano quelli della
Gullup né chi intervistino, dal momento che non hanno mai chiamato né
me né nessuno fra i miei amici. E bisogna fare molta attenzione al modo
in cui sono formulate le domande, e chiedersi che genere di persone
siano quelle che accettano di parlare con loro. Bene, io non posso dire
né di amare né di odiare il mio paese in sé e per sé, né capisco
esattamente che cosa voglia dire. Ma mi oppongo a questo governo e alla
sua guerra, insieme a milioni di altre persone, non solo perché viola
vergognosamente la sovranità di un altro paese per infierire sulla sua
gente e minarne le già precarie infrastrutture, ma anche perché si
autolegittima nell'infliggere questa violenza e nel propagandare la
propria distruttività come un segno della potenza degli Stati Uniti.
Il governo Bush, nella preparazione di questa guerra, ha propagandato i
suoi fasti militari come un fenomeno visuale decisivo. Il fatto che il
governo e l'apparato militare Usa abbiano battezzato la propria
strategia «colpisci e terrorizza» indica che stanno mettendo in atto
uno spettacolo visuale che ottunde i sensi e, come il sublime, mette
fuori gioco la capacità stessa di pensare. E' una messa in scena a uso
non solo della popolazione irachena, i cui sensi si suppone saranno
vinti sul campo da questo spettacolo, ma anche dei consumatori della
guerra che si affidano alla Cnn. La Cnn infarcisce sistematicamente i
suoi servizi con didascalie in cui rivendica di essere la «più
affidabile» fonte di notizie sulla guerra. La strategia «colpisci e
terrorizza» mira non solo a costruire una dimensione estetica della
guerra, ma a sfruttare e strumentalizzare l'estetica visuale come parte
della stessa strategia di guerra. La Cnn fornisce l'estetica visuale, il
New York Times, sebbene tardivamente dichiaratosi anti guerra, sforna
quotidianamente immagini romantiche di ordinanza militare nella luce del
tramonto iracheno oppure «bombe che scoppiano in aria» al di sopra
delle strade e delle case di Baghdad (naturalmente escluse dalla vista).
Ovviamente è stata la distruzione del World Trade Center che per prima
ha imposto l'effetto «colpisci e terrorizza», e gli Stati Uniti ora
mostrano, affinché tutto il mondo lo veda, che possono essere
altrettanto distruttivi. I media sono rapiti dall'aspetto «sublime»
della distruzione, e le voci di dissenso ed opposizione devono trovare
un modo di intervenire su questa macchina onirica desensibilizzante che
produce la distruzione massiccia di vite e case, centrali d'acqua,
elettricità e calore come segno delirante di un potere militare Usa
resuscitato. Abbiamo bisogno di immagini differenti, che mostrino gli
effetti sulle persone in carne e ossa di questa distruttività, e
abbiamo bisogno di voci differenti che affermino le proprie convinzioni
e le proprie verità senza temere di essere oggetto di false accuse. Ma
non possiamo farlo individualmente: bisogna che i media si risveglino
dal loro sogno e vincano le loro paure. Altrimenti torneremo al
maccartismo, quando la paura, la paralisi e la complicità con un
governo illegale furono superate solo ricordando all'opinione pubblica
che non può esserci esercizio di libertà senza dissenso.
I media che mettono in atto la strategia del «colpisci e terrorizza»
informano sulla violenza producendo e capitalizzando la sua presunta
irrealtà. Non c'è compito più urgente che rompere le costrizioni che
oggi obnubilano l'analisi critica: che si tratti di una presunta
infallibilità morale che si droga da sola, o del delirio del «colpisci
e terrorizza». Il compito di restituire il carattere reale di questa
violenza in tutta la sua povertà morale e distruttività umana, per
poterla, infine, fermare.
(traduzione di Maria Luisa Moretti)