SPECIALE GUERRA

 

IL SOLDATO RILEY 

di Gabriele Polo

il manifesto - 24 marzo 2003

 

 

Gli occhi spalancati, lo sguardo si muove a scatti, la voce e le mani tremanti, il volto teso della paura. L'abbiamo vista tutti, ieri sera, la vera faccia della guerra, impersonata dal sergente James Riley, marine prigioniero. Attorno a lui il nemico ostile, quello che si sarebbe dovuto arrendere al primo fuoco, piegato dal strapotere militare americano e felice di liberarsi di Saddam. E che, invece, combatte. La trionfale avanzata verso Baghdad è vissuta solo nei sogni di Bush e Blair, l'esercito iracheno non si scioglie come neve al sole, gli «alleati» non vengono accolti da masse festanti, morti e prigionieri non sono esclusivo appannaggio di un regime destinato a crollare. I marines avanzano nel deserto, ma più si avvicinano alla capitale irachena più la resistenza aumenta. E i primi caduti anglo-americani producono a New York e a Londra un effetto più devastante di quello ottenuto dalle bombe sulla gente di Baghdad. Da questa parte del mondo le vittime del campo avverso - civili e militari - quasi non le guardiamo, sono il conto da pagare alla civiltà occidentale, ma nelle città arabe il loro sangue rimane impresso e prepara nuovi sconvolgimenti.

L'amara sorpresa di una guerra vera, i generali inglesi e americani, l'hanno avuta subito: le città date per conquistate in realtà non cadono, il «fuoco amico» uccide come quello nemico, il regime non conosce nessun 8 settembre, i civili non festeggiano i «liberatori». I mezzi corazzati avanzano nel deserto, ma vengono attaccati ai fianchi e spesso si devono fermare. Di fronte hanno soldati che accettano di morire per un tiranno, attorno un paese che li vive come invasori. Le chiamano sacche di resistenza, ma dovrebbero interrogarsi sul brusco risveglio di questi giorni: qualcosa vorrà dire se elicotteri che fan paura solo a vederli vengono abbattuti dalle tribù del nord, se bastano dei cannoncini piazzati su furgoni Toyota a fermare i tank o se a Baghdad si scatena la caccia all'uomo per stanare i piloti del caccia caduto. Vista dall'altra parte del mondo questa guerra appare come un'aggressione ingiustificata, esattamente come la follia denunciata da milioni di persone che manifestano per la pace in questa parte del mondo.

Forse sono cose che Bush, Blair e i loro generali non possono capire. E non possono nemmeno vedere, al punto da ordinare ai grandi media americani di non trasmettere il volto del sergente Riley, icona della loro difficoltà. Si rifiutano di guardarlo negli occhi. Presi dal loro delirio di conquista gettano soldati e bombe in una mischia che non dominano più, confidando nel peso del tritolo, della tecnologia, della potenza. Comprendono solo il linguaggio della forza e quello degli interessi economici che rappresentano; a qualunque costo. E non si preoccuperanno di salvare il soldato Riley.