SPECIALE
GUERRA
MEGLIO
PEGGIO?
di
Riccardo Barenghi
il
manifesto - 28
MARZO 2003
Al
diluvio di bombe, di missili, di proiettili che precipitano in queste
ore sull'Iraq si accompagna un mare di parole scritte e orali, di
immagini, di suoni nel quale siamo ormai immersi gran parte della nostra
giornata (e nottata). Siamo sprofondati nella guerra, tutti esperti
militari, improvvisati strateghi, seguiamo in tv i movimenti delle
truppe angloamericane, studiamo sui giornali le cartine per vedere dove
sono finite le forze irachene, cerchiamo di capire come mai i missili
cadono sui mercato mentre i civili dovevano essere risparmiati, studiamo
le mosse della politica internazionale, l'arroganza di Bush, le
difficoltà di Blair, l'imbarazzo di Berlusconi. Ci prepariamo alla
prossima manifestazione per la pace senza sapere quanto sarà lunga
questa guerra. E, diciamocelo, non sappiamo più cosa sperare. Perché
alla fine della nostra giornata, il dubbio che resta dentro ognuno di
noi - di noi che siamo contro la guerra ma che magari non abbiamo alle
spalle una storia e una cultura pacifista - è molto semplice ma molto
crudo, difficile anche da mettere nero su bianco. Lo facciamo sapendo di
rischiare una tempesta di polemiche ma volendo invece provocare una
discussione profonda.
Eccolo, il dubbio: è meglio che questa guerra duri il meno possibile,
risparmiando quindi parecchie migliaia di vite ma concedendo agli
americani una vittoria politica (quella militare essendo scontata) per
scongiurare la quale mezzo mondo si batte da mesi; oppure è meglio che
la guerra duri a lungo, che gli iracheni resistano, che gli americani si
impantanino e che quindi, anche a costo di migliaia di morti, non
raggiungano il loro obiettivo. Obiettivo che, come milioni e milioni di
persone vanno ripetendo da mesi, non è certo Saddam o la democrazia in
Iraq (questioni che preoccupano sul serio solo chi si batte contro la
guerra e non chi la fa), bensì il dominio geopolitico e quindi
economico di quella parte del mondo che consentirebbe loro di dominare
finalmente anche l'altra parte.
Ai tempi del Vietnam, questo dubbio non esisteva: c'era naturalmente chi
si schierava semplicemente per la pace, ma la gran parte del movimento
mondiale contro quella guerra voleva la vittoria dei vietcong e la
sconfitta degli Stati uniti. Ma erano altri tempi, il mondo diviso in
due, il Vietnam non era l'Iraq, Ho Chi Min non somigliava a Saddam, la
cultura pacifista non aveva preso piede come oggi. I vietcong erano il
simbolo della sinistra mondiale e resistevano all'invasore: dunque era
con i vietcong che si doveva stare.
Oggi invece nessuno di noi (diciamo noi usandoci come campione di un
mondo per fortuna ben più vasto di questo giornale) se la sentirebbe di
schierarsi con Saddam e la resistenza della sua guardia repubblicana,
sterminatori di curdi, di oppositori e di comunisti; nessuno avrebbe mai
il coraggio di dichiarare che è giusto impedire una vittoria degli
americani anche a costo di un bagno di sangue. Tutti diciamo che sarebbe
meglio un immediato cessate il fuoco o almeno una resa degli iracheni.
Sacrificando sull'altare della vita umana la nostra battaglia politica.
Come è giusto che sia.
Ma quando discutiamo con noi stessi, quando ci guardiamo allo specchio,
le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di
ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto
nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che
gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia
di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che
l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in
qua. Progetto che non sarebbe compiuto con questa guerra ma che, al
contrario, andrebbe avanti di guerra in guerra provocando molti più
morti di quanti ne provocherà il conflitto in corso, anche se questi
fossero centinaia di migliaia. E provocando ovviamente una sottomissione
di un'enorme parte del mondo che non solo sarebbe intollerabile in se
stessa ma che scatenerebbe un nuovo disordine mondiale accompagnato da
un'ondata di quel terrorismo che gli stessi americani dicono di voler
annientare. Per non parlare (ne parliamo tutti i giorni da anni) di quel
che comporterebbe per il sud del mondo essere dominato da un occidente a
sua volta dominato dall'ideologia che attualmente domina gli Stati
uniti.
E allora come speriamo che sia questa guerra, lunga o breve?