![]() |
![]() |
|
| |
||
![]() |
||
| SPECIALE GUERRA
FINALMENTE LA GUERRA E' FINITA INTERVENTO DI TOMMASO SANTAGOSTINO 11 APRILE 2003
Finalmente
la guerra è finita! Sembra che la caduta della statua di Saddam abbia
messo fine ad ogni violenza, sappiamo bene che non è così e che ci
vorrà tempo fino a quando in Iraq verrà sedata la resistenza e
verranno liberate tutte le città e così l’intero paese. Le cause di
questa guerra sono fin troppo chiare e fin troppo spregevoli, ma è bene
ora cercare di concentrarsi su quelli che sono gli aspetti positivi,
forse l’unico in realtà, vale a dire la fine del regime di Saddam.
Finalmente il popolo iracheno si è liberato del dittatore che aveva
preso il potere grazie alla spinta statunitense e che ha terrorizzato
con misure vessatorie uomini, donne e bambini. Sulla “Repubblica” di
giovedì 10 aprile è pubblicato un piccolo articolo in cui un docente
universitario iracheno membro del partito Baas (quello di Saddam)
racconta alcuni episodi di come qualsiasi libertà fosse negata a
chiunque. Ad esempio ricorda l’episodio di un amico il quale, avuto un
incubo in cui aveva sognato la morte di Saddam, raccontò a
qualcuno questa cosa il mattino seguente: rimase in carcere per quindici
anni. I servizi segreti entravano in casa di coloro che pronunciavano
anche solo in minima parte un parere avverso al regime, tanto che in
famiglia nessuno esprimeva il proprio punto di vista con il terrore che
magari un figlio potesse dirlo a qualche amico, la voce si espandesse e
magari un giorno fuori di casa avrebbero bussato i famigerati servizi
segreti. Hamid
Al Azzawi, questo è il nome del docente, parla anche della sorte del
suo paese, Alla domanda “cosa prevede per il futuro dell’Iraq?”
egli risponde “Non sono ottimista. Qualsiasi mostro è meglio di
Saddam, ma temo il caos. Ci sono anni di odio e vendette che
provocheranno massacri, se non avremo un governo forte”. L’altro
punto sul quale bisogna soffermarsi è la ricostruzione, il dopoguerra,
innanzitutto perché gli iracheni possano finalmente eleggere
democraticamente un governo e in secondo luogo perché è proprio dal
dopoguerra che bisogna ancora di più costruire delle solide fondamenta
per la pace. A
questo proposito sull’“Unità” di giovedì Siegmund Ginzberg
analizza quella che lui definisce la “partita del dopo”. Egli
mette in evidenza come la guerra ovviamente non sia ancora terminata, ma
che probabilmente poteva andare molto peggio, anzi il rischio è quello
che il “dopo” possa rivelarsi molto più complicato di come ci si è
arrivati. Ginzberg ricorda come il precedente più immediato sia
l’intervento americano in Afghanistan. Là, eliminati i talebani, è
stato instaurato un governo ad interim sostenuto dalle forze liberatrici
che “anziché facilitare apertura politica e crescita economica, si
sta rivelando un ostacolo alla riforma politica ed economica”.
Questo è una parte di un articolo del Washington Post in cui si
prosegue dicendo che si tratta di una occupazione, quella in
Afghanistan, che “serve solo ad alienare i comuni cittadini” e che
rischia di diventare “vulnerabile alla manipolazione politica”: in
sostanza la democrazia è di là da venire e tutto ruota intorno alle
dispute tribali. Ma in Iraq la situazione è ancora peggiore, 23 anni di
guerre e enorme disgregazione etnica e religiosa. Ginzberg quindi vede
molto complessa la ricostruzione in chiave democratica del paese
soprattutto se pensiamo che gli Stati Uniti hanno bisogno di far
rientrare i bilanci; per questo motivo Dick Cheney ha messo in primo
piano la questione del petrolio (anche perché lui ha interessi privati
visto il coinvolgimento diretto della sua “Halliburton” società di
servizi petroliferi). Citando Ginzberg “democrazia e sviluppo, che
peraltro storicamente hanno fatto a pugni col petrolio, verranno
dopo”. Per quanto riguarda le scene di giubilo a Baghdad il portavoce
del Central command USA ha riconosciuto che “non riguardano noi
americani, ma la sensazione che il regime è andato”. In conclusione se già l’ “ora” appare incerto anche il “dopo” non scioglie alcun nodo anzi si complica, sia per il ruolo degli Stati Uniti, sia per quello degli europei e delle Nazioni Unite, senza dimenticare il modo arabo e il popolo iracheno al quale spetta di diritto il posto principale nella questione.
|
||