SE QUESTO È UN UOMO
di Primo Levi
 

 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
  Considerate se questo è un uomo
  Che lavora nel fango
  Che non conosce pace
  Che lotta per mezzo pane
  Che muore per un sì o per un no.
  Considerate se questa è una donna,
  Senza capelli e senza nome
  Senza più forza di ricordare
  Vuoti gli occhi e freddo il grembo
  Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
  O vi si sfaccia la casa,
  La malattia vi impedisca
  I vostri nati torcano il viso da voi.

[da Se questo è un uomo, Einaudi, 1958]


 
 

Questa fortissima poesia di Primo Levi posta come introduzione a Se questo è un uomo è l’unica opera poetica mai edita del grande autore torinese, che da certe interviste sappiamo con certezza che scriveva anche poesie; eppure non è questo il motivo della sua importanza, della sua bellezza. Questa poesia parla dell’esperienza dei lager, della Shoà, dell’efferato sterminio nazista ma non parla solo di questo. È una poesia che più in generale parla della Storia, di ciò che dovrebbe insegnarci, di ciò che di più tremendo sa essere l’uomo. Credo che il centro della poesia sia il quindicesimo verso, quel “meditate che questo è stato”; il centro di questa poesia si badi non è un “sappiate”, o un “ricordate”, ma “meditate”; è l’invito a non accettare di ricordare soltanto, o a conoscere e basta, ma a far tesoro invece di ciò che la storia, gli uomini prima di noi, hanno detto, fatto, commesso, è l’invito a meditare, a ragionare, e quindi a fare delle scelte, a dire quando sia necessario anche no, a essere uomini.