Poesia d’amore numero venti
di Pablo Neruda
 

 

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.

Scrivere, ad esempio: "La notte è stellata,
e tremolano, azzurri, gli astri, in lontananza ".

Il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Io l'amai, e a volte anche lei mi amò.

Nelle notti come questa la tenni tra le mie braccia.
La baciai tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi amò, a volte anch'io l'amavo.
Come non aver amato i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Pensare che non la tengo. Sentire che l'ho perduta.

Udire la notte immensa, più immensa senza lei.
E il verso cade sull'anima come sull'erba la rugiada.

Che importa che, il mio amore non potesse conservarla.
La notte è stellata e lei non è con me.

Questo è tutto. In lontananza qualcuno canta. In lontananza.
La mia anima non accetta di averla perduta.

Come per avvicinarla il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi.
Noi, quelli di allora, più non siamo gli stessi.

Più non l'amo, è certo, ma quanto l'amai.
La mia voce cercava il vento per toccare il suo udito.

D’un altro. Sarà d'un altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. 1 suoi occhi infiniti.

Più non l'amo, è certo, ma qualche volte l'amo.
È così breve l'amore, e tanto lungo l’oblio.

Perché in notti come questa la tenni tra le mie braccia,
La mia anima non si rassegna ad averla perduta.

Benché questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa,
e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.

[da Venti poesie d’amore e una canzone disperata]

 
 

Venti poesie d’amore e una canzone disperata rappresentano forse il vertice della poesia di Pablo Neruda; e la poesia numero venti è senza dubbio la cosa più bella che vi sia contenuta. L'uso costante che Neruda fa delle ripetizioni, che altrove rischia spesso di diventare stucchevole, qui risulta invece perfetto, la storia d'amore inoltre traspare colma di tutto il suo pathos, senza però cadere, mai, nel patetico.

Pablo Neruda

Pablo Neruda è lo pseudonimo che Neftalì Ricardo Reyes scelse in onore del poeta cecoslovacco Jan Neruda (1834-1891)cantore della povera gente. Egli nacque a Parral nel 1904, da famiglia modesta che trascorse l'infanzia scontrosa nel piovoso, malinconico e selvaggio sud del Cile; frequentò le scuole fino al liceo nella cittadina di Temuco e poi l'Università a Santiago.
Dal 1926 al 43 girò il mondo come rappresentante diplomatico del suo paese, nel'36-37 visse l'esperienza della guerra civile spagnola non soltanto da spettatore interessato. L'incontro o meglio la scoperta della Spagna fu per Pablo Neruda un fatto di estrema importanza. Come scrisse su di lui Dario Puccini: "Uno di quei salti dialettici grazie ai quali la storia esterna diviene storia personale, la vita degli altri vita propria, il dolore del mondo sentimento radicato". Neruda, favorito dalle circostanze, mise un pur lieve scompiglio nella letteratura spagnola facendosi paladino della "poesia impura" opponendosi alla linea purista di Juan Ramon Ramirez. Allora la sua influenza non fu preponderante ma si fece sentire più tardi e ancora perdura in qualche modo presso le generazioni intermedie e recenti.
Dopo aver subito il fascino dell'incontro con la poesia spagnola, il poeta cileno venne travolto nell'appassionata vicenda della guerra civile: prese subito posizione a favore della Repubblica aggredita; fu scosso dalla tremenda fucilazione di Lorca e con Cesar Vallejo, un poeta peruviano, fondò il Gruppo ispano-americano d'aiuto alla Spagna. La guerra civile determinò un mutamento profondo nell'animo, nelle convinzioni, nella cultura, nella poesia del poeta. La sua fu una vera e propria conversione al prossimo e la sua poesia divenne quella dell'uomo con gli uomini cioè una poesia sociale e di lotta politica, di adesione e di repulsione rispetto al prossimo, di sostegno e di esacrazione, di speranza e di rabbia: d'azione".
E quando cessata la guerra civile e sconfitte le armi repubblicane tanti spagnoli furono costretti all'esilio o morirono fucilati o in carcere quel "legame materno" con la Spagna si fece per Pablo drammatico e fu come una goccia di sangue che rimase indelebile. Se uno dei sentimenti più forti dell'anima moderna è quello di un continuo e cocente esilio di una imprecisata perdita esistenziale, la Spagna è stata per Neruda quella perdita, quell'esilio:Un vuoto angoscioso e accorato che si ripercuote nel suo virile grido di poeta dal lontano '39 a oggi
Nel 1944 tornato in Cile s'iscrisse al partito comunista cileno e venne eletto senatore.
Dal '48 al 52 fu perseguitato e costretto all'esilio per la sua presa di posizione contro il neodittatore Gonzalez Videla; così tornò a viaggiare per il mondo. Nel 1971 guadagna il premio nobel per la letteratura, nel 1973 torna in Cile e in quello stesso anno muore a Santiago subito dopo il colpo di Stato del generale Pinochet
.



Dai quaderni sfuggiti alla perquisizione dei militari cileni dopo il «golpe» esce, come da un affascinante romanzo, la straordinaria vicenda umana di Pablo Neruda, il grande poeta cileno (premio Nobel 1971). I viaggi, gli amori e le lotte dello scrittore che da ragazzo sognava sulle pagine di Salgari e che nella sua lunga vita ebbe, tra gli amici più cari, Garcia Lorca, Pablo Picasso e Slavador Allende.

Santiago, 24 settembre 1973, un lunedì. I primi raggi di sole, di una tiepida alba della primavera cilena, illuminano quella casa in Calle Marquez de la Plata. È una costruzione bassa, a più blocchi, dalle pareti esterne color giallo e blu intenso. Quando una pattuglia di soldati vi giunge davanti, tutto intorno è silenzio. Un silenzio assoluto che rivela la drammatica tensione in cui vive la città a quattordici giorni dal colpo di stato militare che, in Cile, ha soffocato nel sangue il sogno di democrazia di Salvador Allende.
A un ordine, i soldati si lanciano contro la casa. Ne forzano il cancello, ne divelgono la porta d'ingresso, la loro furia devastatrice infrange vetri, distrugge mobili e quadri, si accanisce su ogni cosa e su tanti, tanti libri. La casa, i libri sono di Pablo Neruda ma il poeta cileno, che soltanto due anni prima ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura, non può assistere a questo scempio. L'orologio della sua vita di uomo e di artista si è fermato poche ore prima, alle 22.30 del ventitré settembre, in una camera della clinica Santa Maria a Santiago.
Così, quella mattina, mentre gli uomini di cultura di tutto il mondo piangevano la morte del poeta più grande che il Cile abbia avuto, i militari del generale Augusto Pinochet «celebravano», la sua perdita cercando rabbiosamente i quaderni su cui egli aveva finito di scrivere, appena nove giorni prima, l'autobiografia. Era un documento importante per loro perché Neruda, che era legato a Salvador Allende da profonda amicizia, aveva avuto tutto il tempo di scrivere su quelle pagine tante cose «scomode». Che Allende, per esempio, non si era ucciso, come volevano fare credere gli autori del colpo di stato, ma era stato assassinato; che il suo corpo era stato crivellato dai colpi delle mitragliatrici di quei soldati che avevano tradito, ancora una volta, il Cile. Ma quando i militari giunsero nella casa di Neruda, i suoi quaderni erano già stati messi al sicuro da amici fidati. Ora, in occasione del primo anniversario della morte del poeta, vengono pubblicati in Italia dalla SugarCo. Il volume, il cui titolo originale è «Confesso che ho vissuto», è l'affascinante romanzo della vita di un uomo che non ha mai separato la poesia dall'impegno umano e civile.

I PRIMI VERSI
PER LA MATRIGNA

Racconta Neruda che negli anni dolci dell'infanzia, quando il mondo è una continua scoperta, scrisse la sua prima poesia. Era allora un ragazzino mingherlino che trascorreva gran parte delle giornate nelle campagne di Temuco, alle falde della cordigliera delle Ande. Passeggiate per lui affascinanti e dalle quali tornava, eccitato, con le tasche piene di scarabei. A sera, si immergeva nella lettura dei romanzi di Emilio Salgari: le avventure di Sandokan lo mandavano in estasi. E la storia in cui il suo eroe era state salvato, in Malesia, da sicura morte per fame, dall'albero del pane, il poeta la ricorderà molti anni dopo.
Una sera, dunque, il piccolo Neruda si sentì pervadere da una strana emozione. Non sapeva cosa fosse, era la prima volta che provava questa sensazione, e per la prima volta si trovò a scrivere alcune parole su un foglio. Parole diverse da quelle che usava abitualmente, quasi in rima; parole che parlavano di sua madre (era in realtà la sua dolce matrigna perché la madre di Neruda era morta poco dopo averlo messo al mondo). Emozionato, trascrisse la poesia in bella copia e corse in salotto dove i suoi genitori stavano conversando. Il padre prese il foglio dalla grafia incerta, lo lesse velocemente e glielo restituì chiedendogli da dove avesse copiato quelle cose... Fu così, racconta Neruda nelle sue memorie, che scrisse la sua prima poesia; e fu così, aggiunge con ironia, che, per la prima volta, la «critica letteraria» si occupò della sua opera.
Neruda si chiamava in realtà Ricardo Eliecer Neftali Reyes y Basoalto, un nome sontuoso per il timido e gracile figlio del conducente di un treno che trasportava ghiaia. Un nome che, però, si sarebbe adattato bene a un poeta se il padre non avesse cercato con tutti i mezzi di impedirgli di continuare a scrivere versi. Allora Ricardo, quando a quindici anni inviò alcune poesie a una rivista letteraria, pensò di cambiare nome. Scelse il primo che gli venne in mente, Neruda, e soltanto molti anni dopo scoprì che era lo stesso di uno scrittore cecoslovacco dell'Ottocento.
Nel 1927 (aveva soltanto ventitré anni) Pablo Neruda cominciò una nuova vita. Dopo aver vissuto e studiato a Santiago, nella turbinosa atmosfera bohémiènne degli intellettuali sempre con pochi soldi in tasca e tanta voglia di scrivere (in quegli anni aveva pubblicato le prime raccolte di poesie, «Crepuscolario», «Venti poemi d'amore e una canzone disperata»), a Neruda ven ne offerto di diventare console del Cile all'estero. Tutto fu così improvviso, quasi casuale, che quando il poeta si trovò di fronte al ministro degli Esteri che gli elencava le sedi diplomatiche vacanti, scelse Rangoon in Birmania. Lui, in realtà, non sapeva nemmeno dove Rangoon si trovasse: aveva pronunciato quel nome perché era l'unico che, per l'emozione, era riuscito ad afferrare fra i tanti che il ministro gli aveva elencato. Ricorda Neruda nel suo libro che soltanto dopo, su un vecchio e ammaccato mappamondo, scoprì dove sarebbe andato a vivere e a lavorare.
A Rangoon, Neruda aveva appuntamento con uno dei più intensi e pericolosi amori della sua vita. In quella città, in quel Paese così «diverso», il poeta rifiutò di vivere, come molti altri diplomatici, in una sorta di «splendido isolamento», lontano dalla realtà che li circondava. Anzi, lui preferiva aggirarsi per le strade di Rangoon, entrare in contatto con la gente, sedersi in quei locali caotici, in Cile, racconta «si beveva il miglior tè del mondo e nei quali un diplomatico non avrebbe mai osato mettere piede». Fu proprio in uno di questi giri per la città che gli occhi di Neruda si in contrarono con quelli di una bellissima ragazza indigena. Si chiamava Josie Bliss e fu un amore a prima vista, intenso, travolgente, forse troppo bruciante per quella ragazza che, in pubblico, amava vestire all'inglese, ma in casa indossava il tradizionale sarong dai colori smaglianti.

L'INCONTRO
CON LA MANGUSTA

Infatti, dopo alcuni mesi, Josie cominciò ad essere gelosa. Sospettava delle lettere che Neruda riceveva dal Cile, delle persone che lo avvicinavano, di ogni cosa. Era giunta a un tale stadio di gelosia che il poeta l'aveva sorpresa più volte aggirarsi intorno al suo letto, mentre lui dormiva, brandendo un affilato pugnale con la chiara intenzione di ucciderlo, ma senza mai decidersi a farlo. E forse questa sarebbe stata la tragica conclusione del loro amore se a Neruda non fosse arrivato l'ordine di trasferirsi nella sede diplomatica di Colombo, nell'isola di Ceylon. Quella partenza fu quasi una fuga. Il poeta infatti lasciò la sua casa e l'ignara Josie Bliss senza neanche una valigia, come se andasse a fare una breve passeggiata. Era l'unico modo per evitare le conseguenze della terribile gelosia della donna.
Sin da piccolo, sin da quando correva per le campagne intorno a Temuco, Pablo Neruda aveva sempre voluto bene agli animali. A Ceylon fu proprio un piccolo animale che divenne il suo migliore amico. Era una mangusta, una di quelle simpatiche bestiole che sanno però diventare terribili quando incontrano un serpente: lo assalgono e lo uccidono senza pietà. Neruda aveva raccolto la mangusta ancora piccola ai margini di una foresta poco dopo l'arrivo nell'isola e, da allora, era entrata nella sua vita, gli stava sempre vicino, lo seguiva dovunque e quando, all'ora della siesta, il poeta si appisolava lei si accucciava fra la sua spalla e la testa e lì si addormentava.
Un giorno, racconta Neruda nel suo libro, questa bestiola gli fece fare una terribile brutta figura. Alcuni ragazzi si era no presentati a casa del poeta invocando l'aiuto della mangusta. Sulla strada, poco distante, c'era un grosso serpente e Kiria, così si chiamava l'animaletto, era la sola che avrebbe potuto ucciderlo. Fiero di poter mostrare il coraggio del suo piccolo amico, Neruda prese in braccio la mangusta, seguito dai bambini, si diresse verso il luogo in cui si trovava il serpente. Era un esemplare della nera e micidiale vipera di Russell e se ne stava tranquillamente a prendere il sole su un grosso tubo dipinto di bianco. Il poeta avanzò fino a pochi passi del rettile e quindi lasciò libera la sua mangusta. Kiria cominciò ad avvicinarsi con circospezione, Neruda e i bambini trattenevano il fiato in attesa della terribile battaglia che di lì a poco sarebbe scoppiata. Il serpente alzò la testa, fissò per un attimo la mangusta, poi, lentamente, aperse le fauci. Kiria, tra la sorpresa di tutti, cominciò a fuggire precipitosamente e non si fermò fino a casa.
Nonostante questa piccola «vigliaccheria», l'amicizia fra Neruda e Kiria sarebbe durata ancora a lungo se la mangusta. che lo aveva poi seguito fra mille difficoltà doganali a Batavia (l'odierna Djakarta), la sua nuova sede diplomatica, un giorno non fosse improvvisamente scomparsa. Uccisa? Rubata? Neruda non lo seppe mai e soffrì molto per la sua perdita.

L'OMBRELLATA
DI ELSA MORANTE

Nel 1932 si concluse l'esperienza orientale del ventottenne Pablo Neruda. In quegli anni Neruda aveva sempre continuato a scrivere e stavano già maturando le raccolte di versi in più volumi «Residenza in terra ». Lo attendevano sedi diplomatiche ancora più importanti, Buenos Aires, Madrid, Città di Messico, Parigi, la drammatica esperienza della guerra civile spagnola, l'elezione a senatore della Repubblica cilena e, successivamente, la persecuzione politica e l'esilio. Anni di lotte, di tensioni, anni in cui Neruda avrebbe incontrato alcuni dei personaggi più significativi del nostro secolo, come Garçia Lorca e Pablo Picasso, e avrebbe scritto opere come «Canto Generale».
Fu quando era console a Buenos Aires che Neruda conobbe Federico Garçia Lorca. Fra i due nacque subito una profonda amicizia, un affiatamento totale. Racconta Neruda che ad un banchetto, offerto in loro onore dal Pen Club di Buenos Aires, quando si giunse al momento dei discorsi lui e Garçia Lorca si alzarono contemporaneamente in piedi. I vicini di tavolo di Neruda, creclendo che avesse commesso una gaffe, cominciarono a tirarlo per la giacca pregandolo di sedersi fintantoché il poeta spagnolo non avesse finito di parlare. Invece, non si trattava di un errore: i due amici si erano accordati in precedenza per parlare insieme; ognuno di loro avrebbe detto una frase, e così fecero. Quella sera il discorso, che improvvisarono, fu dedicato al poeta Ruben Dario.
Anche Pablo Picasso divenne un grande amico del poeta cileno. Di lui Neruda ricorda un episodio avvenuto a Parigi nel periodo in cui il poeta si trovava in esilio nella capitale francese. Era allora ospite nella fastosa casa di François Giroux al Palais Royal e lì, su una parete, c'era un grande quadro del pittore spagnolo. Si trattava di una tela del periodo cubista, un'opera che a Neruda piaceva moltissimo. Quando un giorno Pablo Picasso andò nella casa a fargli visita. Neruda gli parlò con entusiasmo di quel quadro. Il pittore allora fissò per qualche minuto, con attenzione, la sua vecchia tela e poi concluse che, sì, in fondo, non era proprio male.
Neruda ricorda anche un suo viaggio in Italia nell'immediato dopoguerra. Era stato invitato nel nostro Paese per una serie di conferenze durante le quali avrebbe anche letto alcune delle sue poesie. Non fu un'esperienza completamente tranquilla. Infatti a Napoli, una mattina, alcuni poliziotti si presentarono al suo albergo e gli comunicarono, senza fornire alcuna spiegazione, che doveva immediatamente abbandonare l'Italia perché era stato espulso. Sorpreso e anche un po' amareggiato, cominciò dunque il suo viaggio verso la frontiera in compagnia di due poliziotti. Giunto alla stazione di Roma, dove doveva cambiare treno, Pablo Neruda si trovò circondato da una folla di scrittori e di intellettuali italiani che gridavano il suo nome. C'erano anche Alberto Moravia, Elsa Morante, Carlo Levi, il pittore Renato Guttuso. I poliziotti cercarono di arginare l'assalto di tutta quella gente e ne nacque un parapiglia. Neruda ricorda che vide Elsa Morante colpire sulla testa uno dei poliziotti con un ombrellino di seta. Tutti gridavano che era ingiusto, inammissibile che Pablo Neruda venisse espulso dall'ltalia. La situazione rischiava di diventare veramente pericolosa quando, improvvisamente, giunse la notizia che era stato revocato l'ordine di espulsione del poeta cileno.

CON MAO E FIDEL CASTRO

Pablo Neruda non abbandonò mai la sua vocazione di vagabondo del mondo. Fra un viaggio e l'altro (fu anche molte volte in Cina e nell'Unione Sovietica), fra un incontro, breve ma intenso, con Mao Tse tung e un lungo colloquio con Fidel Castro, continuò a scrivere poesie. Quando nel 1971 ricevette il premio Nobel per la letteratura Pablo Neruda aveva sessantasette anni, era ambasciatore del Cile a Parigi, era un uomo sereno e felice insieme con la moglie Ma tilde Urrutia.
Restò in Francia ancora un anno poi, all'inizio del 1973, decise di rientrare in Cile, di tornare a quella sua casa in cui aveva raccolto tanti giocattoli («perché servono a conservare in un uomo quello che di bambino c'è in lui»), alcune polene, una collezione di navi in bottiglia e le splendide conchiglie che da tempo andava raccogliendo. Lavorava alle sue memorie, aveva in mente alcune idee per altre nuove opere ma l'orologio della vita stava segnando le ultime sue ore. Qualche mese, poi la morte.

Luciano Simonelli


vedi anche
Pablo Neruda
               Pablo Neruda la poesia latinoamericana contemporanea
               Pablo Neruda - Venti poesie d'amore e una canzone disperata