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Scusate la fanteria,
se talvolta è così stolta:
sempre partiamo
quando sulla terra scoppia la primavera.
E con passo incerto
perché non c’è salvezza, sulla scala che vacilla.
Solo i salici bianchi
che come bianche sorelle ti guardano andare.
Non credete
al tempo,
quando riversa piogge protratte.
Non credete alla fanteria,
quando canta balde canzoni.
Non credete, non credete,
quando negl’orti cantano gl’usignoli.
La vita e la morte
non hanno ancora saldato i conti.
A noi il
tempo ha insegnato:
vivi come in bivacco, aperta la porta.
Compagno uomo,
è pur seducente la tua sorte:
tu sei sempre in marcia,
e solo un dubbio ti strappa dal sonno;
Perché noi partiamo
quando sulla terra la primavera inizia?
[da
Pietro Zveteremich (a cura di), Canzoni russe di protesta, Garzanti,
1972]
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Bulat Okudzhava, insieme a Aleksander Galich e a Vladimir Vysotskij, fu
il più importante autore di quel movimento di protesta comunemente
chiamato “la rivoluzione del magnetofono” che, negli anni
70-80, fece traballare l’Unione Sovietica e che, colla sola forza
delle sue denunce, ne riuscì a minare dal profondo le fondamenta;
cioè a dire quel periodo in cui la dissidenza e l’opposizione
viaggiarono in Unione Sovietica tramite i pezzi di questi tre grandi cantautori,
cantati clandestinamente, incisi, e diffusi esclusivamente attraverso
scadenti, ma preziose, copie amatoriali fatte in casa.
I grandi temi di questi autori furono la protesta contro il regime, la
satira contro sua la corruzione, la denuncia dell’odio etnico e
razziale covato dalla classe politica, le persecuzioni di cui quest’ultima
era ancora capace, e poi, specialmente in Okudzhava, la critica antimilitarista.
Ci si potrebbe domandare, visto che viene proposta, per la prima volta,
una canzone in questa rubrica se è possibile considerare le canzoni
come poesie. Il semplice fatto che abbiano nomi diversi ci fa dire di
no, e poi perché la musica, col suo ritmo, sfasa completamente
ciò che è l’andamento metrico di un testo; è
pur vero però, che i testi, come ci dimostrano i lirici greci,
hanno, quando si tratta di canzoni di qualità, qualcosa da dire
anche senza la parte musicale. Purtroppo sentire cantare Okudzhava è
un’altra cosa che leggerne i testi, specialmente se tradotti, se
privi cioè di tutto il loro ritmo e del loro, straordinario, contesto
fonico. Detto questo però Okudzhava sa dirci qualcosa anche solo
così, sa comunicarci, anche da un luogo geografico, e culturale,
quasi agli antipodi del nostro, il messaggio della ferocia della guerra,
ancora più della guerra come atto fisico, ma come atto mentale,
culturale; sa comunicarci come la guerra è crudele per quello che
predica, ancora più di quello che razzola.
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