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Allora mi preparavo alla vita
e puntavo là dove
il mondo è più denso.
Sulle bancarelle della fiera ogni tanto
scrosciavano mazzi di rosari,
come quando piove su un tetto di lamiera,
e le ragazze che passeggiavano per la fiera
col fazzoletto nella mano impacciata
prodighe offrivano per ogni dove
i loro occhi splendenti
e le loro labbra seminavano nel vuoto
voluttà di baci futuri
[da La
Colonna della Peste, Collana praghese, Edizioni e/o, 1985]
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Praga, e la letteratura ceca, nelle sue diverse espressioni linguistiche,
ha regalato al mondo alcuni degli autori, e dei poeti, più grandi
del secolo appena passato. Di quest’ultimi, senza parlare quindi
di Kafka, di Brod, di Hrabal, oltre a Rilke, Orten, Halas, merita d’essere
ricordato in particolar modo Seifert, troppo spesso accotonato a causa
di un Nobel vinto, sarà poi vero?, solo per motivazioni politiche
all’indomani della brutale repressione sovietica della Primavera
di Praga.
L’attenzione più volte ribaditagli da due grandi del nostro
secondo novecento, lo slavista Angelo Maria Ribellino, e il poeta Giovanni
Giudici, ci confermano invece la grandezza di questo autore, caratterizzato
da una grande chiarezza di verso, una incisiva capacità fabulatoria,
e la capacità di cambiare con grande facilità genere, registro
e metro.
La poesia qui proposta non appartiene a quelle più “impegnate”
di Seifert, proprio perché credo sia importante sottolinearne in
questa sede più le grandi doti poetiche dell’autore praghese,
piuttosto che quelle di grande polemista e attivista politico.
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Nato a Praga nel 1901 (morto nel 1986), esordì con
raccolte di liriche nello spirito della poesia proletaria con La
città in lacrime (1921), Nient'altro che amore
(1923). Divenne poi prestigioso interprete del poetismo con Sulle
onde del telegrafo senza fili (1925), L'usignolo canta male
(1926), Colombo viaggiatore (1929).
Le tragiche vicende della guerra e l'occupazione nazista ispirarono
le liriche de L'elmo d'argilla (1946). Allo sconforto di quegli
anni Seifert ha reagito con la fede nei valori della tradizione in Il
ventaglio di Bozena Nemcová (1940), e soprattutto con caldi
accenti di amore per la terra natia, che si vestono di sottili suggestioni
musicali e pittoriche nella splendida serie di liriche dedicata a Praga:
Vestita dalla luce (1940), Il ponte di pietra (1944).
Della produzione postbellica, sempre più orientata verso un ideale
di plasticità espressiva e verso una tematica filosofica dove
si intrecciano amore e morte, si ricordano: Mamma (1954), Il
concerto sull'isola (1956), La colata delle campane (1967),
Rondò amorosi (1969), Il ponte di Elisabetta
(1970), La colonna della peste e altri versi (1977).
Nel 1984 ha avuto il nobel. Queste le motivazioni del premio: "for
his poetry which endowed with freshness, sensuality and rich inventiveness
provides a liberating image of the indomitable spirit and versatility
of man".
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