- Nacque
nel 1916 a Coderno, in Friuli da famiglia poverissima e molto religiosa.
Nel 1940 fu ordinato sacerdote entrando nell'Ordine religioso dei
"Servi di Santa Maria". Soggiornò a Milano negli anni '40 fino a circa
il 1953. Fu poi inviato, forse su pressione di esponenti della Curia
Romana, all'estero dove il suo ordine religioso amministra diversi
conventi. L'avvento di papa Giovanni XIII e il nuovo corso conciliare,
favorì il suo ritorno in Italia, all'inizio degli anni '60. Si trasfererì
infine, dopo la morte di Giovanni XXIII, presso il Convento dei Servi
di Maria in Sotto il Monte, paese del quale divenne cittadino onorario,
istituendovi un Centro Studi, presso il quale attualmente alcuni confratelli
studiosi stanno organizzando la sua vasta produzione letteraria e
saggistica.
- Socialmente
e politicamente impegnato, aderì alla resistenza con il gruppo de
"L'uomo", per una "scelta dell'umano contro il disumano". Ma questo
suo impegno durò per tutta la vita (anche se egli esplicitamente non
aderì a nessun partito politico), convinto che la "Resistenza sia
sempre attuale" e interpretando il comando evangelico "essere nel
mondo senza essere del mondo" come un "essere nel sistema senza essere
del sistema". Il suo impegno politico e sociale fu anche caratterizzato
da una profonda umanità che lo portava non certo ad odiare ma a cercare
un confronto di idee deciso e talvolta duro, ma sempre dialettico
("Credo di non avere dei nemici… posso avere avversari, questo sì").
Non di rado le sue prese di posizione crearono notevole imbarazzo
e furono causa di scandalo in taluni ambienti cattolici. Ma anche
la politica e l'impegno sociale non furono che ambiti, luoghi nel
quale il poeta entrò senza mai soggiornarvi, cosciente del fatto che
la sua vita era al servizio della Parola (e del Silenzio), in senso
cristiano ma anche artistico, da poeta investito di una vocazione
artistica. Scrive Andrea Zanzotto: "Turoldo ha percepito dunque da
sempre la centralità della parola, … e l'ha percepita proprio come
una delle sedi più alte in cui la parola (che cristianamente è il
Verbo, "era ed è presso Dio") verifica se stessa e il mondo".
- Le
sue doti retoriche si esprimono in maniera straordinaria non solo
nella sua opera letteraria, ma anche (per chi ebbe l'occasione di
ascoltarlo) nelle sue omelie, negli innumerevoli discorsi che egli
"predicatore" tenne in oltre 50 anni di attività, negli incontri con
gruppi di ogni ambito culturale e sociale. Fu, tra l'altro, predicatore
incaricato presso il duomo di Milano dal 1943 al 1953 Mi piace ricordare
questo aspetto (di cui abbiamo anche qualche documento filmato), perché
rappresenta forse la testimonianza più forte del suo slancio, della
sua intelligenza, della sua creatività e capacità nel porgere una
parola vera, allusiva, profonda. Passione per l'uomo e passione per
Dio, forse queste sono le note caratteristiche, anche della sua poesia.
"Difficilmente, infatti - scrisse Giovanni Giudici - si potrebbe reperire
negli annali un esempio di così perentoria, sorprendentemente trasgressiva,
coincidenza e inscindibilità tra vita ed opera, tra vocazione alla
parola e testimonianza della parola".
- Turoldo
è anche il poeta cristiano che più d'ogni altro nel nostro secolo
esprime la passione per il contrasto, lo stare fermamente dentro la
Chiesa ma nello stesso tempo starvi criticamente, senza mollare mai
d'un millimetro a minacce e lusinghe, opponendo fermamente ad ogni
luogo comune e ad ogni perbenismo bigotto, una dialettica controllata
da una coscienza aliena da compromessi, ostile a qualsiasi tentativo
di distrarlo dalla coerenza con i suoi principi morali e religiosi,
dall'imperativo della sua coscienza. In questo senso, la sua poetica
si differenzia nettamente per una sua peculiarità, all'interno di
una coscienza critica del cristianesimo contemporaneo, che vede ad
esempio in Testori una diversa espressione: quest'ultimo infatti è
lacerato dal dubbio e visibilmente a disagio di fronte all'incongruenza
fede / vita, Turoldo invece è rivoluzionario proprio perché si abbandona
a una fede cieca senza mai oscillare, facendone l'arma della sua cultura.
Egli (con altri, come Padre Balducci, Don Milani , Padre Dossetti,
Don Primo Mazzolari, ecc.) è uno degli esponenti più rappresentativi
di un rinnovamento del cristianesimo e assieme di un nuovo umanesimo
sociale che esprime una autentica novità socio-religiosa, certo ancora
troppo superficialmente intesa e studiata, della seconda metà del
'900.
- Dopo
la prima stagione della predicazione a Milano, Turoldo dunque viene
inviato all'estero. Il suo peregrinare termina infine nell'eremo di
Sotto Il Monte, paese nativo di Giovanni XXIII, in cerca di silenzio,
e mantenendo comunque stretti e continui contatti con gli amici.
- Se
si pensa alla particolarità della poesia di Turoldo come "genere",
nel '900 letterario, il pensiero corre a Rebora, soprattutto al primo
Rebora. Ma non tanto (condividendo l'acuta osservazione che Vigorelli
fa in un articolo apparso su "Il Giorno" del 13.1.1991) per le superficiali
affinità che li accomunano (sacerdoti ambedue, dediti alla poesia
di tema religioso, ambedue legati alla costruzione tradizionale della
frase e del verso, senza particolari teorie estetiche movimentiste
o di "scuola", ecc.). Ciò che li accomuna e che essi rappresentano
in modo particolare (specialmente il Rebora (il primo Rebora, laico,
e non il religioso, al quale tutto il '900 è debitore per questo aspetto)
è l'uso di un linguaggio altamente espressivo (espressionistico),
denso di spigolosità, metafore e immagini che urlano dentro la coscienza
del lettore (e non nel segno o in fonemi reboanti, irati, stizziti
come, ahime!, capita troppo spesso di leggere - annoiandosi) con il
proposito di scuoterlo, di porre la sua coscienza alle corde davanti
alle domande scomode della vita. Anche come poeta che parla al lettore
dunque, oltre che come uomo e religioso, Turoldo è un autore spigoloso,
dialettico, scandaloso, che non conforta certo una paciosità borghese
ma impone alla coscienza una dura lotta che reclama una scelta di
campo, etica se non religiosa. Si potrebbe però anche dire che Turoldo,
nel secolo delle incertezze, è il poeta di quella certezza (pur se
problematica e sempre precaria) che venga subito dopo il dubbio. E
di una certezza che non trae consistenza dalla razionalità filosofica,
ma dallo slancio poetico ad un amore assoluto, universale, per gli
uomini, Dio, la natura. Non si può infatti eludere il dubbio filosofico,
perché, com'egli spiega, "è difficile dire di credere: credere è un'autentica
rivoluzione". Più che ermetico (anche se indubbiamente lo è, specie
nelle prime raccolte) il suo linguaggio mi sembra dunque espressionista,
se pur di un espressionismo particolare, concettuale più che iconico.
- Fra
i motivi ricorrenti della sua poesia (non solo delle ultime opere)
è il sentimento della morte, in un tempo che fa di tutto per dimenticarla
e fuggirla ("per me la morte è sempre stata una coinquilina … sentita
come una presenza che aiuta a vivere" - dice in una intervista). La
morte per Turoldo è "senso della vita e concretezza di tutto quello
che ho cantato". La morte aiuta a vivere perché aiuta a misurare le
cose, a ritrovare il senso della speranza - altro tema ricorrente:
("vorrei tramandare questo scandalo della speranza" dice, mentre è
già minato dal cancro allo stomaco).
- È
il poeta del salmo e della lode nel secolo del rapporto conflittuale
fra poesia e trascendenza (si pensi ad esempio a Testori, a Ungaretti,
a Pasolini). A noi piace immaginare (senza per questo voler contraddire
ciò che Abramo Levi nel breve saggio citato in bibliografia, esprime
sul rapporto simbolico del nome "David" con il Golia del "grande male"
del nostro tempo) che Turoldo si sia scelto il nome "David" pensando
a Re-poeta dei Salmi (il suo nome di battesimo è infatti Giuseppe,
cambiato al momento di esprimere i voti religiosi e, come ci riferisce
l'amico di sempre, Camillo De Piaz, in seminario i confratelli veneti
lo chiamavano affettuosamente Bepo Rosso, per via dei capelli, allora
fulvi). Scrive ancora Zanzotto "La formazione di Padre David in quanto
poeta è evidentemente biblica, è anzi un continuo confronto con la
Bibbia, un continuo richiamarsi ad essa, ai suoi temi, valori e personaggi
… ma è fondata in generale su una buona conoscenza dei classici e
dei moderni". Come fecero i profeti, si affida a Dio con una sicurezza
istintiva, una intuizione così limpida da apparire ingenua, nel secolo
dello smarrimento di tutte le certezze. Ritrova così la serenità del
salmo, della laude, della cantica, proprio nel secolo delle grandi
sperimentazioni formali e linguistiche delle avanguardie. Tutta la
vita di Turoldo è una pro-vocazione, fino a quella morte così penosa:
muore infatti di cancro il 6 febbraio del 1992. Il telegiornale di
quel giorno ci fece ascoltare le ultime parole della sua ultima omelia
che pronunciò smagrito e consumato dal suo male, e ripresa appena
alcuni giorni prima di morire: furono parole di incitamento ad assistere
le persone più bisognose, i malati, i poveri, gli oppressi di tutta
la società. L'ultima parola pubblica che pronuncia è "cantare … portando
il Cristo fra le braccia". E mi pare che questa sia la sintesi di
tutta la sua vita di grande mistico, predicatore e poeta. Il suo linguaggio
dunque è unico, come unica, testarda e passionale fino all'ossessione
è la direzione della sua vita (anche se, come ho scritto sopra,dal
punto di vista dello stile, è evidente l'influsso del primo Ungaretti
e dell'ermetismo, del gusto neorealista nel dopoguerra, ma anche talvolta
di una passione espressionista e di una sensibilità esistenzialista).
Ogni suo scritto rimanda a un esame della relazione interpersonale
fra Dio e l'uomo. Turoldo diventa quindi, anche nei suoi versi, salmista,
predicatore, poeta, uomo infatuato dal divino, lucido teologo, mistico,
appassionati difensore dei poveri, coscienza critica dell'ingiustizia
e dell' "Epulone".
- Il
verso di questo poeta è pertanto, in prima istanza, popolare, perché
semplice nel linguaggio, immediato nella metrica, breve nel fraseggio,
denso di significati e simbolismi. Anche se talvolta sembri che la
poesia venga usata solo come forma per esprimere concetti teologici,
in realtà la carica di sentimento, di incontenibile passione per Dio
e l'uomo e l'emozione con cui vengono usate le figure retoriche, lo
salva ampiamente dal pericolo di "fare della teologia" o, peggio,
"predicare" usando il linguaggio della poesia. Nel leggere Turoldo
bisogna essere consapevoli di questo trabocchetto che è anche un luogo
comune - che il linguaggio mistico e religioso sia per forza di cose
antitetico alla poesia: in effetti è vero che non è facile scrivere
poesie su argomenti religiosi, ma nel caso di Turoldo la religione
si fa poesia e la poesia si fa religione in un unico, straordinario
linguaggio. Scrive ancora Zanzotto: "Anche di questo conflitto riappare
lungo tutta l'opera di Turoldo la più sottile e tormentata consapevolezza.
Una possibile valutazione in un certo senso limitativa… del poeta
Turoldo, viene quindi immediatamente a cadere, data la potente "capacità
inclusiva" dell'atto poetico in generale e del suo in particolare".
È difficile trovare un verso più appassionato, più carico di sentimento
e di emozioni, di eros &endash; neppur così sublimato - in tutto
il nostro novecento letterario. La carne, il sangue, gridano assieme
allo spirito, con tutto l'uomo, in questi versi.
- Ma
l'opera di Turoldo merita un particolare sguardo anche dal punto di
vista filosofico. Non bisogna infatti dimenticare che la sua formazione
culturale è teologica e filosofica: si laurea infatti in filosofia
all'Università Cattolica di Milano e per un certo periodo è assistente
di Bontadini all'Università di Urbino. Ma questo aspetto forse non
è coscientizzato nella poesia di Turoldo, non è presente come obiettivo
esplicito, ma come disciolto nell'orizzonte entro il quale i suoi
temi si intessono e raccontano il nostro tempo. Egli può dunque essere
considerato il poeta del Nulla, come sottolinea Luciano Erba, oltre
che dell'Essere. Il Nulla opposto all'Essere è il grande Tema che
da Nietzsche in poi appassiona la filosofia occidentale: l'angoscia
dell'uomo è infatti angoscia del Nulla, del non-senso, del relativo
che scardina ogni certezza e consegna lo spirito e la mente al caos
dell'insignificanza. Turoldo affronta da poeta questo argomento non
tanto con intento "speculativo" ma perché, da mistico, lo sente sulla
propria pelle. La lotta contro il Nulla si risolve nella costante
riaffermazione dell'Essere, che è emozione poetica prima ancora che
certezza religiosa o slancio mistico. Scrive Erba: "Vi è una simbologia,
una topografia addirittura, del Nulla… col risultato che l'immagine,
proprio perché tale, finisce col mettersi al servizio dell'Essere
che voleva negare". E questa scoperta emotiva non ha neppure bisogno
di una certezza di questo Essere: poco importa se Egli sia certezza
mentale o reale, "se tale presenza verbale non sia poi la vera, la
sola Presenza, il Vivente che fa muovere tutte le cose, il Verbo.
Quand'anche Dio non fosse che una consonante: "e neppure quella"".
Più che l'influsso della filosofia heideggeriana o degli esistenzialisti
cristiani, troviamo qui l'influsso di Meister Eckhart e della scolastica.
O anche del Cusano.
- L'opera
di David Maria Turoldo potrebbe essere anche considerata, dal punto
di vista formale, come un lunghissimo libro diviso in libri più brevi
(a parte le ultime due raccolte che, come osserva acutamente Amedeo
Giacomini, rappresentano "due vette letterariamente mai raggiunte
all'interno della prolifica e spesso discontinua opera poetica" dell'autore).
Pur nella discontinuità infatti, pochissime sono le differenze di
tono e forse anche di stile fra le prime poesie e le ultime, e le
più importanti tematiche sono presenti in ogni opera. Turoldo individua
quasi da subito il "suo" stile vi rimane fedele; servendosene come
strumento per costruire questo dialogo religioso (che non è solo misticismo
ma attenta riflessione sulla vita culturale e sociale). Ed è una scrittura,
immediata, viva, densa di rimandi e riprese delle Sacre Scritture
(talvolta non solo come semplice allusione ma anche come esplicito
richiamo intertestuale, come in Pianto della figlia di Iefte, Canto
di Ruth, Mulieres nolite flere, ecc.), appunto perché venga usata
anche da altri come uno strumento di meditazione e di ascesi. Dunque,
un poeta che certo non ha l'ossessione dei perfezionismi, dei virtuosismi,
ma punta sempre ai contenuti (dal carattere, quindi, concreto), usando
un linguaggio fortemente allusivo, denso di simboli e archetipi che
colpiscono per la loro pregnanza e lo spessore dei sentimenti evocati,
ma nello stesso tempo comprensibile a tutti. Scrive a questo proposito
Giudici: "… la sua opera si destina oggettivamente a un pubblico assai
più vasto che il pur eletto "pubblico della poesia"". Se volessimo
condensare in poche parole la sua poesia dovremmo dire: passione e
insieme serenità, ricerca del silenzio per trovarvi la dimensione
della trascendenza, abbandono di ogni velleità dell'Io e annullamento
in Dio, sguardo fisso nel Nulla per evocare l'ineusauribilità dell'Essere,
e una immensa carità (agàpe) per l'uomo: "per me la poesia è lo stesso
che continuare a pregare, a vivere, a respirare". E, come afferma
in un'intervista, "quando si inizia con una preghiera e si finisce
con una preghiera, si può cantare tutti i drammi del mondo".
-
-
Opere di poesia di D.M. Turoldo
-
- Io
non ho mani, Bompiani, 1948
- Udii
una voce, Mondadori, 1952
- Gli
occhi miei lo vedranno, Mondadori, 1955
- Preghiere
tra una guerra e l'altra, Milano, Corsia dei servi, 1955
- Se
tu non riappari, Mondadori, 1963
- Tempo
dello spirito, 1966
- Fine
dell'uomo?, Scheiwiller, 1976
- Il
sesto angelo, Mondadori, 1976
- Laudario
della vergine, Dahoniane, 1980
- Lo
scandalo della speranza, Gianfranco Angelico Benvenuto, 1978 (raccolta
antologica)
- Laudario
della vergine, Dahoniane, 1980
- Impossibile
amarti impunemente, Quaderni del Monte, 1982
- Ritorniamo
ai giorni del rischio, CENS, 1985
- Il
grande Male, Mondadori, 1987
- O
gente terra disperata, Mondadori, 1987
- Come
possiamo cantarti, o madre? Diakonia della Theotokos, 1988
- Nel
segno del TauI, Scheiwiller, 1988
- Cosa
pensare, La Rosa Bianca, 1989
- O
sensi miei, Rizzoli, 1990, 1997 (raccolta antologica),
- Canti
ultimi, Garzanti, 1991
- Mie
notti con Qohelet, Garzanti, 1992
-
Per questa presentazione mi sono in parte riferito alle seguenti pubblicazioni
in volume, saggi, articoli su giornali e riviste:
- AA.VV.,
Dialoghi durante la malattia, Diakonia della Theotokos, 1992
- E.
Ancona, Turoldo, la Croce e il nulla, su Avvenire del 10.11.1993
- E.
Balducci, In memoria di David Maria Turoldo, Piemme, 1993
- C.
Bo, Presentazione, in Il grande male, Mondadori, 1987
- C.
M. De Piaz, Storia di fedeltà, in AA.VV., David Maria Turoldo,
frate dei Servi di Santa Maria, CENS, 1992
- C.
M. De Piaz, Un'eredità a rischio, in Servitium, nr. 84, nov-dic.
1994.
- L.
Erba, Nota introduttiva, in O sensi miei, RCS libri, 1997
- A.
Giacomini, Appunti per una lettura di: Mie notti con Qohelet,
in Servitium, nr. 84, nov-dic. 1994.
- G.
Giudici, Quarta di copertina, in Canti ultimi, Garzanti, 1991
- A.
Levi, Cristo mia dolce rovina, Paoline, 1996
- R.
Lollo, La poesia di D.M. Turoldo, Neri Pozza, 1971
- M.
Luzi, Poeta di Dio, in David Maria Turoldo, frate dei Servi di
Santa Maria, CENS, 1992
- G.
Luzzi, David m. Turoldo: la curiosità profana e il dubbio letterario,
in Servitium, nr. 84, nov-dic. 1994
- G.
Mattana, Turoldo, Paoline, 1995
- G.
Ravasi, Servo e ministro sono della parola… in Servitium, nr.
84, nov-dic 1994
- M.
Rigoni Stern, Quel frate solitario curvo sulla terra, in Avvenire
del 10.11.1993
- G.
Vigorelli, Spirituale e carnale la poesia di Turoldo, ne Il Giorno
del 13.1.1991
- V.
Volpini, Benedetta povertà, intervista in Famiglia Cristiana,
nr. 45 del 1989
- A.
Zanzotto, Nota introduttiva, in O sensi miei, RCS libri, 1997
-
-
Nota bibliografica
-
- Su
Turoldo poeta non è stato scritto molto. E anche quel poco che circola
(gli studi più completi sono a mio avviso, quelli di G. Mattana e
quelli comparsi sul nr. 84 di "Servitium", il volume di Levi citato
in bibliografia) è di difficile integrazione in una presentazione
che non vorrebbe occupare troppo spazio (gli interessi culturali e
i campi di attività di Turoldo sono infatti molti, e sterminata è
la sua produzione letteraria).
- Turoldo
ha scritto, nel corso di una attività letteraria di oltre 40 anni,
un ragguardevole numero di poesie (oltre a 7 pièces di teatro, un
romanzo, molti saggi di vario tema - in maggioranza teologici -, traduzioni
dei testi sacri) ed è compito assai arduo selezionarne alcune da presentare
su un sito Internet. Il mio criterio di scelta si è quindi orientato
a rappresentare non tanto un possibile percorso "evolutivo" della
sua arte dal punto di vista dello stile e della forma (che, si diceva,
non presentano significative variazioni dalle prime opere alle ultime).
Ho optato invece per una esposizione rappresentativa dei suoi temi,
senza curarmi di una selezione basata sulle prosodie "meglio riuscite",
senza adottare quindi criteri estetici. Una preziosa nota filologica
in appendice a "O sensi miei" (dove ho trovato anche una esauriente
indicazione bibliografica), Giorgio Luzzi avverte che le poesie di
Turoldo sono state più volte ristampate e che alcune ristampe hanno
indebitamente compromesso alcuni testi. Si è pertanto in attesa dell'edizione
critica dei suoi lavori - nel frattempo è meglio quindi affidarsi
alle edizioni originarie (esaurite però quasi tutte). Per la mia presentazione
mi sono avvalso dell'edizione BUR di "O sensi miei", "Canti ultimi"
e "Il grande male", citati sopra e, per gentile prestito dell'amico
Valerio Dalle Grave, una raccolta curata dallo stesso Turoldo dal
titolo "Ritorniamo ai giorni del rischio", CENS, 1985 &endash;
un testo che raccoglie poesie che compariranno nelle raccolte successive,
sul senso della libertà e della Resistenza (pubblicato appunto nel
quarantennale della Resistenza, il sole 100 copie, regalate agli amici).
Quest'ultima raccolta è stata, per mia scelta e per sottolineare l'impegno
civile di Turoldo, considerata unitaria nella scelta dei brani che
propongo alla lettura. Non ho invece citato poesie da "Il sesto angelo",
troppo unitarie per essere divise, e da "Le mie notti con Qohelet".
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