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BIOGRAFIA DI ANTONIO BANFI
di Fulvio Papi
Antonio Banfi
nacque a Vimercate, in provincia di Milano, il 30 settembre 1886 da
una famiglia di tradizione colta, cattolica e liberale. Il padre Enrico
era ingegnere e per quarant’anni fu preside dell’Istituto tecnico di
Mantova, il nonno paterno fu ufficiale napoleonico e quello materno
era uno Strambio de Castiglia, nome questo che richiama direttamente
quella tradizione della nobiltà milanese in cui le ispirazioni patriottiche
e nazionali si fondevano, per un verso, con un’interpretazione moderna
e positiva del cattolicesimo, e per altro con gli influssi illuministici
valorizzati soprattutto nella loro componente tecnico-scientifica. Questo
fu l’ambiente che circondò la primissima formazione del giovane Banfi,
i cui soggiorni si alternavano tra Mantova, dove condusse a termine
al Liceo Virgilio i suoi studi medi, e Vimercate, dove la famiglia trascorreva
il periodo delle vacanze estive nella casa paterna, la cui ricca biblioteca
fu il primo luogo di raccoglimento intellettuale del giovane (1).
- Nel 1904 s’iscrisse alla Regia Accademia-scientifico-letteraria
di Milano per i corsi della Facoltà di Lettere che ultimò quattro
anni dopo, ottenendo i pieni voti assoluti e la lode con una monografia
su Francesco da Barberino discussa con Francesco Novati. Iniziò
immediatamente il suo lavoro di insegnante all’Istituto Cavalli-Conti
di Milano, e contemporaneamente, proseguì all’Accademia gli studi
di filosofia (con Giuseppe Zuccante per la storia della filosofia
e Piero Martinetti per la teoretica), e conseguì il dottorato nell’autunno
del 1909 con pieni voti discutendo con Martinetti una dissertazione
composta di tre monografie sul pensiero di Boutroux, Renouvier e
Bergson. Nello stesso periodo conseguì anche i diplomi dei corsi
di magistero sia per le lettere che per la filosofia. A 23 anni
la sensibilità culturale del giovane Banfi appare già vivacissima,
agile nell’individuare i più vivi problemi speculativi, curiosa
delle correnti più moderne, desiderosa di spezzare i limiti della
provincia filosofica italiana. E, a questo punto, più che ogni considerazione
è utile riportare direttamente alcuni passi particolarmente salienti
della lettera con cui Banfi si rivolgeva nel settembre del 1909,
due mesi prima di conseguire la laurea in filosofia, alla commissione
dell’Istituto Franchetti di Mantova, che aveva l’incarico di attribuire
le borse di studio per l’estero agli studenti e ai laureati meritevoli
di appoggio:
-
«[...] Io intendo di recarmi in una
sede di Università germanica, e preferibilmente in due semestri
successivi come ivi lo concedono le leggi: ed è l’uso degli studenti
desiderosi di una vasta cultura, a Berlino ed ad Heidelberg per
iscrivermi ai corsi universitari di filosofia. E noto che in Germania
la filosofia costituisce una profonda tradizione nazionale che colora
e vivifica tutte le manifestazioni dello spirito: essa ha ispirato
l’arte da Goethe a Wagner, ha discusso e rinnovato i fondamenti
e i metodi scientifici dalla celebre disputa del materialismo alla
famosa relazione del Du Bois-Reymond, alla più recente del Lipps,
alle attuali dispute biologiche sull’evoluzionismo, ha guidato gli
spiriti a quelle ricerche storiche che, uscite dalla fonte prima
del1 hegelismo, Si sono rivolte agli studi sulle origini delle civiltà
e delle religioni, sullo sviluppo del pensiero, sull’evoluzione
sociale e sui suoi caratteri che hanno lasciato orma sì profonda
pur nella vita contemporanea. Tale senso dell’organicità e della
vitalità della filosofia manca purtroppo in generale alla nostra
cultura italiana che sembra a volte privata di una unità interiore
e di estenuarsi nell’astrattismo speculativo, nel pedante frammentarismo
storico e letterario, nell’invecchiato dogmatismo scientifico. [...]
Ma una ragione ancora più precisa,
l’attuale corso degli studi, mi consiglia una dimora in Germania.
I1 lavoro che costituì l’argomento della mia tesi letteraria, e di
cui solo l’ampiezza ha ritardato la pubblicazione, nacque da un lungo
studio sulla civiltà e il pensiero medioevale in cui io venni organizzando
i risultati intorno all’esame critico delle opere - nella più parte
inedite e per la cui ricerca l’Accademia milanese mi fornì un sussidio
- di Francesco da Barberino tra le più caratteristiche della tarda
cultura enciclopedica dell’età di mezzo. Ebbi allora l’occasione di
studiare i rapporti che il Medio Evo stabilì tra le scienze della
natura, la scienza dello spirito e la religione, di porli a raffronto
con lo stato loro nel Rinascimento e nell’età moderna. Ma i problemi
che tali rapporti presentavano, gravi pure al pensiero contemporaneo
e che costituiscono, giustamente interpretati, il problema della filosofia,
compresa come sintesi del sapere, alla Cui Soluzione io mi ero venuto
preparando con un paziente esame storico, richiamarono tosto il mio
interesse. Mi posi ad un lavoro ordinato ma arduo e vasto e cominciai
con l’esame delle teorie contemporanee sugli indirizzi scientifici
di una filosofia della natura.
Non occorre una cultura eccessivamente
estesa per accorgersi quanto a tal problema oggi si rivolga il pensiero.
Le scienze acquistano per mezzo dei suoi rappresentanti stessi, del
Boltzmann, del Mach, del Poincaré, del Milhaud, del Duhem e altri
numerosi, una nuova coscienza dei propri diritti e doveri. Le matematiche
stesse, dopo gli studi sugli spazi aneuclidei del Lobatchewski e del
Riemann e le ricerche infinitiste del Cantor, richiedono che i loro
fondamenti siano riesaminati, e a ciò numerosi studiosi si sono rivolti:
il Peano, il Russell, il Couturat, il Poincarè per tacere dei minori.
D’altra parte una nuova filosofia della Natura, l’energetismo, l’Ostwald,
il celebre chimico, fonda in Germania, mentre il materialismo si ringiovanisce
nell’empiriocriticismo dell’Avenarius e del Petzoldt, e il pragmatismo
idealistico del Bergson sembra rilevare, con genialità meravigliosa,
vie affatto insospettate. Di più in Germania risorge lo Schellinghianesimo
stesso, la metafisica dell’idealismo assoluto. In mezzo a tale enorme
sviluppo di pensiero il mio lavoro procedette lentamente, per divisione.
Il primo frutto fu uno studio che all’imminente sessione autunnale
io presenterò come tesi di filosofia all’Accademia scientifico-letteraria,
sull’idea di Natura nella filosofia francese della libertà e della
contingenza considerando l’empirismo del Boutroux, il neocriticismo
del Renouvier, le differenziate forme idealistiche dell’Hamelin, del
Secrétan, dell’Evellin, del Bergson e gli studi metodologici che a
tale corrente si riattaccano. Sarebbe così venuta l’ora di occuparmi
dei molteplici indirizzi sorti in Germania, ma i primi tentativi mi
hanno persuaso che, a non voler essere vanamente sommario, rimanendo
in Italia, tale opera è impossibile.
- [...] Ho nominato le mie condizioni finanziarie:
esse, come risultano dai documenti, non sono di povertà, sono tali
però che mi hanno fatto concedere dall’Accademia presso cui ho studiato
la dispensa totale dalle tasse, sono tali che non pure non mi consentono
un soggiorno fuori d’Italia, ma non mi consentono di rimanere, finita
la scuola, senza occupazione remunerativa a carico della mia famiglia.
D’altronde non so se sia più triste la condizione di chi sin dal
principio deve rinunciare allo studio o piuttosto quella di chi,
raggiunto un diploma che gli apre dinanzi una professione in sé
misera di soddisfazione e di guadagno, deve rinunciare a quell’unico
desiderio, a quella sola speranza che gli hanno fatto lasciare le
vie più remunerative, il desiderio e la speranza di potersi raccogliere
nella serietà di uno studio cosciente dei propri fini e del proprio
significato, da attingere in esso una serena onestà e indipendenza
di pensiero che egli possa riflettere su quegli spiriti alla cui
educazione la sua carriera lo chiama».
-
La Commissione dell’Istituto Franchetti non sbagliò
di giudicare e, qualche mese dopo la tesi di laurea, nel marzo del
1910, Banfi con l’amico Cotti prese la via della Germania. Il 28
aprile venne immatricolato alla Facoltà di Filosofia della «Friedrich
Wilhelms Universitat» di Berlino seguendo nel primo semestre, secondo
quanto risulta dal suo libretto universitario, i corsi di Riehl,
del Lasson, Simmel, Spranger e Harnack, e nel secondo semestre -
dall’ottobre 1910 al marzo 1911 - i corsi dell’Erdmann, Simmel,
Dessoir, Lasson, Munsterberg e Wilamowitz-Moellendorff. In questo
anno fu vicino a Simmel, del quale frequentò familiarmente la casa,
e a Dessoir. Nella primavera del 1911 Banfi ritorna in Italia e
prende parte ai concorsi per le cattedre di filosofia nei Licei
riuscendo sesto tra gli idonei e diciassettesimo in graduatoria.
Nell’ottobre del 1911 ottiene per sei mesi la supplenza di filosofia
a Lanciano, scaduta la quale viene trasferito ad Urbino dove vi
resta sino alla fine dell’anno scolastico 1911-12. Nel novembre
del 1912 il Ministero della Pubblica Istruzione gli comunica la
vittoria della cattedra di filosofia con la possibilità di scelta
tra quattro sedi. All’inizio del 1913 Banfi passa come professore
straordinario al liceo di Jesi e vi rimane per tutto l’anno scolastico.
In agosto gli giunge la nomina di ordinario al Liceo di Alessandria
dove si reca nell’autunno del 1913 svolgendo il suo insegnamento
presso il Liceo Piana e, come incaricato, alle locali scuole magistrali.
Quale testimonianza particolarmente interessante per rilevare la
tonalità morale che percorre questi anni di formazione e di studio
del giovane Banfi vale la pena di riportare la conclusione di una
relazione degli studi e della carriera didattica che egli inviava
il 5 maggio 1912 da Urbino, dove insegnava, al Ministero della Pubblica
Istruzione:
-
«Della direzione e dei risultati
dei miei studi filosofici, a cui ho dedicato la mia attività spirituale
non mi giova parlare in un documento burocratico. Della loro severità
e intensità, fuor della coscienza, non ho altra testimonianza, se
non forse il presentare - anche dopo l’esperienza dei passati concorsi
- alcuna pubblicazione, il che vuol dire credere che il pensiero
valga per se stesso, e debba liberamente svolgersi e maturarsi,
e non ridursi all’ufficio miserabile di protettore dell’umile carriera
di un pubblico insegnante».
Il 4 marzo 1916, al municipio di Bologna, si unì
in matrimonio con Daria Malaguzzi Valeri, che poi per tutta la vita
sarà la sua amorosa e sollecita compagna, vivamente partecipe del
suo mondo intellettuale e morale. Allo scoppio della guerra, Banfi,
riformato al servizio di leva, poté rimanere al suo posto di insegnante;
una seconda riforma nella primavera del 1916 lo tenne ancora lontano
dagli obblighi militari. In quegli anni in cui la scuola era assottigliata
gravemente nel suo personale insegnante, Banfi, oltre alla sua cattedra,
ricoprì più di un incarico, sempre con scrupolosa diligenza, e si
guadagnò la stima dei colleghi e dei superiori. Nei primi mesi del
19’ 8 venne invece aggregato come soldato semplice all’ufficio annonario
della Prefettura di Alessandria. Smobilitato all’inizio del 1919,
riprese l’insegnamento al Liceo, mantenendo anche l’incarico alle
scuole magistrali.
-
Fu durante il periodo del primo dopoguerra che
Banfi si avvicinò decisamente alle posizioni di sinistra Pur non
militando all’interno del movimento socialista ne condivise a pieno
le finalità, s’iscrisse alla Camera del Lavoro sin dal 1919, partecipò
attivamente all’organizzazione della cultura popolare e divenne
una delle personalità più in vista del mondo culturale democratico
di Alessandria. In questi stessi anni venne nominato direttore della
biblioteca comunale alessandrina, carica che mantenne fin che lo
squadrismo fascista non riuscì a provocare il suo allontanamento.
Di fronte alle minacce delle squadre fasciste mantenne sempre un
atteggiamento di fermezza e di radicale opposizione.
-
Nel mentre proseguiva l’attività didattica, Banfi
si dedicò in quegli anni ad un intenso lavoro scientifico che ebbe
il suo primo riconoscimento nel conseguimento della libera docenza
il 9 dicembre 1924. Nella primavera del 1923, quando aveva già una
notevole familiarità con le sue opere, conobbe personalmente Edmund
Husserl durante una visita in Italia del filosofo tedesco. Da allora
tenne sempre stretti rapporti con Husserl fino al 1938 quando egli
si spense.
-
Nel 1925 fu tra i firmatari della famosa risposta,
redatta da Benedetto Croce, a un manifesto degli intellettuali fascisti.
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Nell’autunno del 1926, dopo 13 anni di insegnamento
ad Alessandria, ottenne il trasferimento al R. Liceo-Ginnasio Parini
di Milano dove insegnò ancora filosofia e storia. Nell’anno accademico
precedente (1925-26) e in quello stesso anno (1926-27) chiese all’Università
di Milano di tenere i seguenti corsi: «La filosofia neo-kantiana
della religione» e «La filosofia francese della libertà», richiesta
che, peraltro, rimase senza seguito pratico. Nell’anno accademico
1929-30 tiene invece presso la stessa sede universitaria un corso
libero di filosofia non pareggiato. Frattanto il primo dicembre
1929 ottiene il comando dal Liceo Parini al Regio Istituto superiore
di Magistero di Firenze dove viene incaricato del corso di filosofia
che inizia il 3 febbraio 1930. Nell’anno successivo gli fu rinnovato
il comando e l’incarico all’Istituto di magistero venne esteso alla
storia della filosofia. Il Consiglio direttivo dell’Istituto stesso
in data 30 aprile 1931 dell’opera didattica svolta da Banfi dava
questo giudizio: «Il Prof. Antonio Banfi qui comandato per l’insegnamento
della filosofia e storia della filosofia ha rivelato doti veramente
eccellenti di studioso e di insegnante, interessando vivamente la
scolaresca alle sue lezioni sui classici della filosofia antica
e moderna con metodo rigorosamente scientifico. - E. Codignola».
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Nello stesso 1931 presentatosi al concorso a
professore straordinario alla cattedra di storia della filosofia
dell’Università di Genova, riuscì vincitore. La commissione giudicatrice
composta da Faggi, Gentile, Aliotta, Schiaffini, Carabellese gli
assegnò i1 primo posto della terna con tre voti, e, per quanto riguarda
la valutazione scientifica, il giudizio era il seguente: «Il Banfi
richiama a sé l’attenzione dei commissari, quale studioso seriamente
preparato a salire la cattedra messa a concorso, per la vastità
della cultura, la vigoria del pensiero, la molteplicità degli argomenti
trattati. Si nota, specie nel suo lavoro fondamentale (Principi
di una teoria della ragione), certa oscurità forse non disgiunta
da immaturità di pensiero teoretico, oscurità però, che, a giudizio
della maggioranza dei commissari, non toglie che il Banfi emerga
sugli altri concorrenti». La data del documento è del 13 ottobre.
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Negli anni tra il 1925 e il 1931 ebbe diretti
rapporti con il gruppo culturale diretto da Giuseppe Gangale che
faceva capo alla rivista «Conscientia» e alla Casa editrice Doxa.
L’iniziativa di Gangale si ispirava ad un neo-calvinismo critico
e liberale ma si valeva della collaborazione più vasta ed aperta.
Il fatto che in questa sede, in pieno fascismo, (ma nel 1932 anche
questa voce fu spenta) potessero essere dibattuti problemi di attualità
culturale con uno spirito di libertà, e che Banfi, proprio in quel
tempo, dimostrasse un vivo interesse storico per le correnti teologiche
del protestantesimo, spiega, in un senso generale, l’assiduità e
la positività di questa collaborazione. Dopo l’esito del concorso
ricopre la cattedra di Genova per l’anno accademico 1931-1932 svolgendo
un corso sul pensiero kantiano e contemporaneamente a Milano viene
incaricato dell’insegnamento dell’estetica. L’anno successivo viene
definitivamente chiamato a Milano per la cattedra di storia della
filosofia. Dal 1932 iniziano gli anni più proficui dell’insegnamento
banfiano ed è in quel periodo che si venne formando quel solido
nucleo di studiosi che, nella cultura filosofica italiana, oggi
vengono definiti «della scuola di Banfi».
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Il suo atteggiamento, in quel periodo tragico
della cultura nazionale, fu sempre improntato alla più viva libertà
di pensiero e le sue lezioni, oltre che un rigoroso insegnamento
filosofico, costituirono una scuola  di antifascismo. E non
è senza significato che tra gli arrestati dai fascisti al principio
dell’aprile del 1937 (l’azione repressiva culminò con il processo
dell’ottobre nel quale il Tribunale comminò una serie di durissime
condanne) figurassero alcuni giovani della Facoltà milanese di Lettere
e Filosofia.
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Nel 1940 fondò la rivista «Studi Filosofici»
che divenne il centro di raccolta delle nuove energie che uscivano
dalla sua stessa scuola. Sul finire del 1941 Banfi entrò in contatto
con l’organizzazione clandestina del Partito comunista italiano
e aderì a questo movimento. Immediatamente dopo il 25 luglio 1943
Banfi, attraverso Bruno Venturini, ucciso poi da nazi-fascisti,
tiene direttamente i contatti con Giovanni Roveda allora responsabile
per la zona di Milano dell’organizzazione clandestina del Partito
comunista. Dello stesso 26 luglio è un manifesto in cui si chiede
l’immediata abolizione nelle Università delle discriminazioni politiche
e razziali. Il documento porta le firme di Banfi e dei professori
Francesco Brambilla per la «Bocconi», Pietro Bucalossi per la Facoltà
di Medicina, Ezio Franceschini per l’Università Cattolica, Giorgio
Peyronel della Facoltà di Scienze, Mario Rollier per il Politecnico.
Nel periodo che va fino all’8 settembre 1943 Banfi partecipa a numerose
riunioni di professori che avevano lo scopo di porre le basi per
un sindacato libero della scuola.
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Dopo 1’8 settembre Banfi prende direttamente
parte all’organizzazione della Resistenza. Nel 1944 fonda con Eugenio
Curiel il «Fronte della Gioventù». Nello stesso periodo fonda l’«Associazione
professori e assistenti universitari», l’organizzazione clandestina
che dirige la lotta antifascista nel settore universitario.
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Durante tutto il periodo della Resistenza Banfi
prosegue le sue lezioni accademiche che cessano solo il 17 marzo
1945, poco prima della fase insurrezionale. A riconoscimento della
sua azione in questo periodo la «Commissione di riconoscimento qualifiche
partigiani per la Lombardia» gli conferisce la qualifica di partigiano
combattente nel III Gap per il periodo dal 9-91943 al 25-4-1945.
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Dopo la Liberazione Banfi si prodigò per organizzare
quelle strutture culturali necessarie per il rinnovamento intellettuale
e morale del Paese. Immediatamente dopo l’insurrezione fonda il
«Fronte della Cultura» che vuole raccogliere tutte le energie moderne
e sensibili dell’intelligenza nazionale. Lo statuto dell’associazione
che è della fine del 1945 risente direttamente dell’impostazione
culturale banfiana: basterà a questo proposito, citarne alcuni paragrafi:
«A) dare vita ad attività che promuovano, approfondiscano ed allarghino
un clima di comune interesse e di reciproca comunicazione tra gli
uomini di cultura e le masse popolari; B) realizzare una concreta
e libera comunione di interessi culturali di tutte le forze intellettuali,
nella loro attiva partecipazione alla vita del Paese; C) promuovere
un’azione volta a colmare il distacco tra il mondo universale e
il mondo delle specializzazioni tecniche».
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Nella stessa direzione culturale, come strumento
di raccolta delle energie e di incontro delle tendenze, si muove
la fondazione al termine del 1946, in collaborazione con Ferruccio
Parri e con altre personalità, della Casa della Cultura di Milano.
Sempre nel 1946 riprese a pubblicare «Studi Filosofici» e venne
chiamato a far parte del gruppo editoriale della rivista «Philosophy
and Phenomenological Research» che negli Stati Uniti riprendeva
sotto l’impulso del Farber e la cura di Frau Husserl la tradizione
hussediana.
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Sul piano più strettamente politico Banfi partecipa
alla vita del Partito comunista con conferenze, dibattiti, comizi.
Nel 1948, come candidato del «Fronte democratico popolare», viene
eletto senatore nel collegio di Abbiategrasso. Fa quindi parte della
sesta commissione del Senato per la Pubblica Istruzione In questa
sede, e nel lavoro parlamentare, partecipa vivamente all’attività
legislativa e svolge un’energica azione in difesa della scuola nazionale,
universitaria e secondaria. Di questi stessi anni sono una seri
di viaggi politico-culturali che conducono Banfi in Belgio, Olanda,
Francia, Polonia.
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Nel 1949, per la prima volta, Banfi si reca nell’Unione
Sovietica da cui torna con una viva e positiva impressione. Tornò
successivamente in Urss altre due volte nella sua qualità di commissario
per l’Italia del Premio Lenin.
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Nel 1953, il 7 giugno, venne rieletto al Senato
nel secondo collegio di Cremona. Poco prima dello svolgimento delle
elezioni Banfi compì un lungo viaggio nella Cina, fino in Mongolia.
In Cina ebbe occasione di celebrare il centenario leonardesco. Da
questo viaggio Banfi tornò con un’impressione vivissima, e quella
occasione fornì lo spunto per la sua ripresa di studi intorno alla
cultura cinese. Nel 1954 si recò in Inghilterra e nella primavera
del 1957 tornò per l’ultima volta in URSS. Quivi prese contatto
con esponenti della cultura cinese, indiana e mussulmana nel quadro
del piano che egli aveva tracciato per la ripresa di «Studi Filosofici».
Nonostante la ricca partecipazione alla vita politica, l’attività
fervida dedicata all’organizzazione della cultura, gli interessi
molteplici della sua personalità (oltre che professore universitario
e senatore della Repubblica era consigliere comunale di Milano,
membro del Comitato Centrale del PCI, membro dell’Istituto Lombardo
di Scienze e Lettere, accademico dei Lincei vice-Presidente della
Federazione Internazionale sindacale dell’insegnamento, Presidente
della sezione sociologica del Centro di Prevenzione sociale, vice-Presidente
della Società filosofica italiana, membro dell’Unione interparlamentare,
nel Consiglio della Società Europea di Cultura, Presidente dell’Associazione
Italia-URSS, membro del Centro studi per la Cina, membro del Comitato
Thomas Mann), anche in questi anni tenne regolarmente i suoi corsi
universitari, ebbe cura dei suoi nuovi scolari, indirizzandoli e
aiutandoli negli studi scientifici e proseguì la ricerca teorica.
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Nell’estate del 1957, dopo aver regolarmente
terminato i corsi all Università degli Studi, dove dirigeva la scuola
di perfezionamento, e all’Università Bocconi, cadde ammalato ai
primi di luglio. Dopo circa 20 giorni di malattia morì alle 15,30
del 22 luglio alla clinica Columbus di Milano circondato dalla moglie,
dal figlio e dal gruppo dei suoi più affezionati scolari. Le sue
ultime parole, come un estremo invito alla vita, furono: «che gioia,
che gioia».
«aut-aut», 43-44, gennaio-marzo 1958, pp. 93-97
Note
1. La schematica biografia che
qui presentiamo, aliena da qualsiasi disegno più vasto, vuole soltanto
ordinare cronologicamente alcuni momenti della vita di Antonio Banfi.
Nella scelta dei medesimi si è proceduto tenendo soprattutto presenti
quelli che possano presentare un interesse diretto per la conoscenza
del suo sviluppo spirituale. In merito alle fonti compulsate, ci
siamo valsi dei documenti ufficiali che gentilmente la signora Daria
Banfi Malaguzzi ha messo a nostra disposizione e degli altri che
siamo riusciti a reperire, non tralasciando naturalmente, per il
periodo della Resistenza, le indispensabili testimonianze orali,
debitamente controllate. Non abbiamo viceversa potuto fare uso delle
lettere che devono ancora essere completamente ordinate, la cui
considerazione, peraltro, condurrebbe implicitamente a un lavoro
di ben altre proporzioni e di ben più profondo impegno. Abbiamo
invece colto l’occasione di trascrivere in parte due documenti che,
per il loro diretto interesse in merito alla primissima formazione
di Banfi di cui non v’è che una scarsissima testimonianza a stampa,
ci pare utile di portare fin d’ora a conoscenza di tutti .
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