Tra autobiografismo e garbuglio
Uno scampanellare lontano
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
1-Venti giorni dopo il Pasticciaccio
2-I premi? Un Carnevale italiano...
3-Quell'oca di Ofelia
4 - Voglio andare in pensione
5 - L'inesistita giovinezza
6 - La memoria in polvere
Gadda in Tv
Vita, morte e meditazione del Gran Lombardo
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Tutte le interviste televisive di Gadda - Prima parte
1- Venti giorni dopo il Pasticciaccio
Il capolavoro del Gran Lombardo aveva un seguito: È quanto annunciò lo scrittore nell’agosto 1962 alla trasmissione “Arti e Scienze”. Il titolo? Sembra Dumas…
 Gadda ai Santissimi Quattro Incoronati

In che modo nacque in lei l'intento di scrivere "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana"?
Il Pasticciaccio deriva soprattutto da una specie di innamoramento della situazione edilizio-urbanistica della Roma dei primi secoli, cioè della Roma che ci rivela costruzioni romaniche. Ne abbiamo un esempio abbastanza notevole: si tratta di quella specie di fortilizio che è oggi l'entrata ai Santi Quattro coronati.
Adesso dovrebbe darci qualche notizia sugli sviluppi, che io so abbastanza attesi, anzi molto attesi, del libro che l'ha reso più famoso: "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana". E' un libro che avrà probabilmente un seguito?
Il seguito nella stesura grezza è già scritto ed è già sistemabile in un racconto e in un certo senso pubblicabile. Soltanto la tematica è tale da mettermi in difficoltà di ordine pratico rispetto all'ambiente in cui vivo.
E quale potrà essere il titolo del suo nuovo romanzo?
Il titolo potrebbe essere, parafrasando da Dumas, Venti giorni dopo, poiché realmente gli avvenimenti si svolgono o si completano nel tempo: nel lasso di venti giorni da quello che è stato già scritto.
Negli ultimi tempi sono usciti abbastanza frequentemente libri nei quali si fa uso della lingua e del dialetto contemporaneamente. Che cosa pensa lei di questo fenomeno?
Sono certamente un tentativo, qualche volta felicemente riuscito, di accostarsi alla realtà espressiva del popolo di cui facciamo parte.
Mi pare che lei abbia già pubblicato molti e molti anni fa qualche cosa nella quale c'era già questo uso del dialetto e della lingua contemporaneamente. Un racconto del 1930, mi pare.
Direi di si. E' presumibile. Non certo, ma presumibile, che questo racconto a cui lei allude, e cioè L'incendio di via Keplero, sia servito da fermento ispirativo ad ulteriori lavori in questa direzione.
Non è comunque che lei si senta responsabile di tutti questi esperimenti?
La responsabilità non può essere a me ascritta, in quanto io ho seguito una disciplina e un suggerimento naturale nell'accostarmi alla realtà espressiva del popolo e, insomma, della gente. E' presumibile che altrettanto abbiano fatto gli epigoni, se epigoni si possono chiamare, in quanto loro stessi hanno cercato un avvicinamento al popolo a cui apparteniamo.
Quindi si può dire che certamente simili iniziative in questo campo, specialmente le sue, non possono essere considerati tentativi puramente artificiali e letterari?
Assolutamente no. Tanto è vero che - questo lo posso dire chiedendo che mi si creda sulla parola - il racconto a cui ho alluso è stato scritto di getto in due pomeriggi estivi nel luglio del '30. Quindi è escluso che si tratti di un lavorio artificioso e complicato, come mi viene attribuito da alcuni critici non intelligentissimi.