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| Tutte le interviste televisive di Gadda
- Seconda parte |
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2-I premi? Un Carnevale italiano... |
| ...per tacer dei critici. Discutendo
di libri, lettori e intellettuali, Gadda non rinuncia alla polemica
che preferisce: quella contro se stesso. |
Nei
primi anni della sua attività di scrittore a che cosa si dedicava
preferibilmente. Alla prosa o alla poesia?
Nei primi anni di scrittore, cioè già a distanza dall'infanzia,
mi sono dedicato preferibilmente a scrivere versi.
Aveva la rima facile?
Avevo la rima facile, sissignore. Potevo incoccare delle ottave
ariostesche così come dei sonetti tradizionali con una certa disinvoltura.
Senza l'aiuto del rimario?
Senza l'aiuto del rimario.
E successivamente è nata la vocazione narrativa…
Sì, perché la maturazione del cervello mi ha portato a comprendere
che forse non avrei potuto costruire qualche cosa di nuovo o di
geniale nel campo poetico. Quindi ho preferito dedicarmi al componimento
letterario prosastico.
Cosa pensa del pubblico dei suoi lettori?
Qualche volta penso al pubblico e questo mi tradisce nel peggior
modo, perché o noi ne cerchiamo, per così dire, il presunto applauso,
la presunta approvazione, oppure cerchiamo di entrare in una segreta
polemica con lui. E allora siamo animati da sentimenti che non
sono i sentimenti semplici e profondi della gentilezza umana.
Il giudizio che io faccio delle mie opere non è quello che viene
fatto dai critici o dai competenti. In genere è un giudizio più
severo.
Come giudica il fatto che lei sia stato riconosciuto grande
scrittore nazionale ed europeo soltanto tardivamente?
Un tendenziale consenso al mio lavoro ha quasi preceduto, più
che accompagnato, il lavoro stesso. Il fatto si deve alla generosità
dei lettori e dei critici che hanno voluto o saputo leggere extra
litteram il caso umano o disumano del mio vivere. Opinioni e giudizi
sono talora e necessariamente posticipati al lavoro, all'opera,
che rispetto ad essi è un fatto già compiuto.
Che cosa pensa della critica letteraria italiana: non soltanto
nei suoi confronti, ma nei confronti della narrativa in generale?
Rispondere può suscitare un vespaio, non dire un pandemonio. Dissensi
e misconoscimenti feroci si sono abbattuti come tempeste postume
sulle esecrate ossa dei condannati e dei morti, a principiare
dai sommi. Si rammentino le ossa di Dante sottratte e nascoste
in Ravenna da mano misericorde all'ira che le perseguiva. Ai dì
nostri, e a contraggenio tuttavia, potrei citare il caso di Lorenzo
Viani, autore di Angiò uomo d'acqua. Il protagonista, Angiò, se
ben ricordo è un nano deforme, per quanto rubesto, affetto da
delirio persecutorio. Lo atterriscono i ragazzi dileggiatori e
le nuvole minacciose nel cielo in tumulto. Ero ancora studente
quando lessi il libro di Lorenzo Viani.
Ci può dare un giudizio su una questione di cui si parla molto
in Italia: cioè di questa corsa che si sarebbe scatenata tra gli
scrittori per i premi letterari?
Per quanto mi riguarda, i più consistenti o i più significativi
premi conferitimi non sollecitai. Alcuni ricusai con l'anticipo
e col garbo dovuto e con assoluta e ben significata fermezza.
A un certo punto mi parve che la mania del premiar me si fosse
tramutata in un allegro e facile complotto di terzi: di Carnevale
ogni scherzo vale, specie in certo Carnevale italiano. Sorsero
come funghi riparatori i giusti premi d'appello e i conferimenti
di notevoli somme a insigni scrittori giudicati ben più meritevoli
di me. Di tutta questa storia evidentemente sono incolpevole.
L'angelo della morte mi libererà non so quando dalle insanabili
invidie di terzi e quarti e dalla malvagia faida della loro vendetta.
Credo che la vendetta còrsa di Colomba nel romanzo di Prosper
Mérimée fosse più scusata, più sensata, più motivata dal costume.
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