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Carlo
Emilio Gadda: tra autobiografismo e garbuglio
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Cinquant'anni
fa, nel 1946, la nota rivista "Letteratura" cominciò la pubblicazione
di un romanzo a puntate. Il genere e il titolo, "Quer pasticciaccio
brutto de via Merulana", sembravano perfettamente in linea
con le indicazioni che arrivavano dal mondo della cultura,
degli intellettuali, degli scrittori, complessivamente raccolte
sotto il nome di Neorealismo. Ripresa del romanzo e abbandono
della prosa d'arte o lirica che aveva caratterizzato il Ventennio,
ritorno a moduli veristici e naturalistici (Verga e Zola,
tanto per intenderci), predilezione per la lingua parlata,
gergale o dialettale: erano alcuni degli ingredienti di quella
"fame" di realtà e di impegno civile che molti intellettuali
sentivano dopo il lungo digiuno fascista. Le premesse di un
successo, quindi, parevano a prima vista esserci tutte. Ma
il "Pasticciaccio", lungi dall'incontrare favori di critica
e men che meno di pubblico, fu quasi totalmente ignorato.
Come non fosse neanche uscito, tranne che per quei pochi -
pochissimi - che da anni si erano interessati all'attività
di uno scrittore strano, che non era proprio uno scrittore
perché faceva l'ingegnere, ma che era fuori di ogni dubbio
uno scrittore perché, pur di scrivere, si era da qualche anno
consacrato alla bolletta più nera, licenziandosi per vivere
di sola penna: e scriveva e scriveva, già parecchi lavori
aveva pubblicato, quasi sempre in rivista. Ma forse per il
suo caratteraccio, forse per la sua penna al vetriolo autentico,
dalla quale uscivano anche giudizi poco lusinghieri sullo
stesso Neorealismo, continuava a restare totalmente isolato.
Messo da parte, ignorato. Tranne, appunto, che per pochissimi.
Uno di questi pochissimi era Montale, che con lui aveva condiviso
serate fiorentine e pagine di "Solaria" negli anni della seconda
guerra mondiale. Un altro era Saba, amico degli anni romani.
Se le frequentazioni vogliono dire qualcosa, viene il sospetto
che l'isolamento non fosse dovuto alla scarsa qualità della
produzione letteraria, o alla pochezza dell'uomo.
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Carlo
Emilio Gadda, classe 1893, negli anni Quaranta non era sotto
le armi. In quel periodo viveva a Firenze e condivideva con
tutti i fiorentini la penuria di cibo e la paura dei bombardamenti,
che costringevano a fuggire via dalla città per cercare scampo
in aperta campagna: "Male affagottato di un vecchio soprabito,
denutrito, esausto - ricorderà in seguito - dopo pochi chilometri
posavo su di un rialzo del terreno, in cui si affossava la
strada o la stradiccia: respiravo nel sole, quasi implorando
alcuna medicina alla fame, al gelo della persona e delle ossa.
Mi pareva che Dio, dopo aver visto fucilare i miei fratelli,
dopo avermi concesso di udire, atterrito, il crepitio delle
scariche, gridasse dall'alto 'Dove vai, cretino?'. L'Annona
del Comune, a onore del vero, mi largiva un ovo fradicio ogni
due mesi...". Questo era Gadda. Un uomo che viveva e allo
stesso tempo si guardava vivere dall'alto, con una prospettiva
amplissima, e non sapeva risparmiare né a se stesso né agli
altri l'irrisione feroce, che nasceva da uno sguardo lucido,
spietato, privo di bonomia. Umorismo lombardo unito a rigorismo
tedesco: una miscela esplosiva che a lungo rimase incompresa.
Lo riconosceva lui stesso, parlando delle sue origini. "Sono
nato a Milano da padre lombardo, Francesco Ippolito, e da
madre lombarda. La madre di mia madre era lombarda, ma suo
padre era austriaco. Questo credo abbia influito sulla mia
formazione fisiologica. Penso all'impianto etnico, al sangue".
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Sangue
lombardo e sangue austriaco, dunque. Ha senso parlare di sangue?
Per Gadda moltissimo. Il senso di appartenenza a una stirpe,
il dover essere, l'imitazione degli avi fu ciò che lo spinse
a una delle più disgraziate avventure della sua vita, la partecipazione
alla prima guerra mondiale da interventista convinto. Ma prima
di questo altre vicende familiari erano accadute, cose con
cui Gadda avrebbe fatto i conti per tutta la vita.
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Classe
1893, dunque. Milano come luogo di nascita. Una famiglia della
buona borghesia e di agiate condizioni la classe di provenienza.
C'erano insomma le premesse per una vita tranquilla, priva
di colpi di testa e alzate d'ingegno; una vita liscia e calda
come una spiaggia, appena ondulata dalle piccole onde di successi
professionali, di nascite e morti familiari, passata al sicuro
dentro il salotto buono con le foto di famiglia. E invece
no. Il destino o Dio (Gadda soleva dire, invertendo i termini
di una famosa frase, che "la scienza è un'ipotesi di cui Dio
può fare a meno") disposero diversamente. Il padre, Francesco
Ippolito, era rimasto precocemente vedovo in prime nozze;
solo molto dopo, quando la figlia nata da quel matrimonio
si era a sua volta sposata, si risolse a prendere in moglie
un'insegnante di francese anche lei non più giovanissima.
Da quel matrimonio nacquero tre figli, Carlo Emilio, Clara
ed Enrico. "Da lì - cioè dal tardivo secondo matrimonio del
padre - sono nate tante disgrazie" dirà Gadda. Perché? Perché
il padre, impiegato e socio di un'azienda di filatura della
seta, decise di investire le sue sostanze nella costruzione
di una villa a Longone al Segrino, in Brianza; contemporaneamente,
la concorrenza delle sete giapponesi aveva assestato un duro
colpo all'impresa familiare. Così, nel giro di pochissimi
anni, quando i bambini erano ancora molto piccoli, la famiglia
si trovò d'un tratto povera. Una povertà che Gadda patì non
tanto e non solo per le rinunce materiali cui si trovarono
costretti, ma per il fortissimo sentimento di umiliazione
che provò, allora e in seguito, nei confronti di quella borghesia
cui comunque i Gadda continuavano ad appartenere, pur non
potendoselo più permettere. Carlo Emilio, che possiamo immaginare
come un bambino piuttosto fragile ("Uno dei primi shock l'ho
avuto quando, lottando con un compagno, ho capito che era
molto più forte di me") e introverso si trovò precocemente
e brutalmente schiacciato tra l'essere e il dover essere.
Tra l'essere un bambino povero, coi geloni alle dita e i vestiti
troppo leggeri per la stagione, e il dover essere un bambino
borghese, che a scuola mangiava da solo, stendendo un tovagliolo
sul banco e usando le posate (facendo finta di non sentire
le risate dei compagni che lo additavano: guardatelo, il signorino,
non si degna di pane e companatico avvolto in un telo, no,
lui non si può sporcare le mani. E giù fischi. E giù manciate
di fango quando lo vedevano passare in bicicletta. I ragazzi,
si sa, a volte sono crudeli). Né col popolo né con la borghesia,
insomma. Condizione di isolamento che, come vedremo, diventerà
una costante nella vita dello scrittore, tanto da meritargli
il soprannome, in età avanzata, di "grande solitario".
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La
casa di Longone al Segrino e la madre sono immortalati in
uno dei più celebri romanzi di Gadda, capolavoro assoluto
della letteratura europea di questo secolo (ciò che viene
ormai riconosciuto dalla critica concorde): "La cognizione
del dolore". In quelle pagine lo scrittore fece i conti con
parecchie cose del suo ingombrante passato e, almeno in parte,
con se stesso. In un passo divenuto giustamente famoso descrisse
quella che ormai riconosceva come la sua malattia: "era il
male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline
delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa,
i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato
scoscendere d'una vita, più greve ogni giorno, immedicato".
Questo male buio e terribile come un'oscurità densa e appiccicosa
al pari dell'inchiostro, che rende l'uomo cieco e perso come
un gattino appena nato, che azzera i sensi e la ragione, che
fa boccheggiare in cerca di aria, ha ora un nome: nevrosi.
Non se ne sa molto di più, ma almeno si è cominciato a parlarne:
e dare un nome ai fantasmi significa cominciare a farli uscire
dall'ombra (e chissà che alla luce del sole, piano piano,
non si dissolvano). Giuseppe Berto, scrittore ingiustamente
dimenticato, riprese da Gadda la definizione di "male oscuro"
e ne fece il titolo del suo romanzo più famoso (che nel 1964,
anno di uscita, fece incetta di premi e suscitò il plauso
della critica) dove raccontava del suo personale calvario
per dare un nome, un volto, delle parole a quell'oscurità
che attanaglia e imprigiona, che fa soffrire di un dolore
muto e terribile, che storce la bocca in una smorfia incontrollabile.
Da quel momento l'espressione "male oscuro" fu sempre più
usata per indicare le varie malattie dell'anima: anche psicologi
e analisti la accettano e la utilizzano nella vulgata quotidiana
del loro gergo tecnico, altrimenti freddo e anonimo come tutti
i linguaggi specialistici. Se, ora, si parla di "male oscuro"
con qualcuno, si è certi di essere compresi, di aver tracciato
con buona approssimazione i confini dell'ambito semantico
in cui ci si muove: quello della sofferenza dell'anima (che
non sempre, ma quasi, diventa sofferenza del corpo).
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Gadda
sapeva bene di cosa stava parlando - e in effetti solo di
ciò che si conosce per esperienza diretta è possibile scrivere
con tanta efficacia - perché era lui stesso ammalato, sebbene
silenziosamente. "Già da bambino - scriveva - mostravo una
sensibilità morbosa, abnorme". D'altro canto erano altri tempi;
i tempi della Belle Epoque e del Liberty, dell'ottimismo della
ragione e dei progressi della scienza; e se alle donne si
permetteva di dare nomi delicati e struggenti al male oscuro
(qualcosa come malinconia, affanno, talvolta deliquio), sempre
che questo non sconfinasse nel dolore puro e nell'incapacità
di avere una vita apparentemente regolare, nel qual caso si
passava direttamente alla diagnosi di isteria o pazzia, agli
uomini tutto ciò era vietato. A un uomo, specialmente a un
lombardo di sangue tedesco, rampollo della buona borghesia,
si chiedeva di essere pragmatico, orientato, deciso e decisionista.
Perciò se l'uomo - il giovane, in questo caso - inclina agli
studi filosofici e fin troppo alla meditazione solitaria,
lo si dirotta prontamente e senza esitazioni verso la tecnica
e le scienze, mestieri più consoni alla tradizione di famiglia
e alle esigenze economiche; gli si instilla il senso del dovere,
dell'appartenenza, della stirpe, dell'onore, del sacrificio.
E il giovane si imbeve di tutto ciò, ne fa la legge di sua
vita; e non attende altro che l'occasione per mostrare la
sua totale aderenza a questi valori di rettitudine, probità,
giustizia; non attende che di soffrire e immolarsi per qualcosa
che li rappresenti tutti insieme. E cosa, se non la Patria,
può riassumere in sé tutto ciò, specie agli occhi di un lombardo
di sangue tedesco?
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E
così Gadda divenne interventista convinto. Lo possiamo immaginare,
nelle "radiose giornate" del maggio 1915 percorrere le strade
di Milano in mezzo agli sbandieramenti, ai fischi, ai cori,
inneggiare alla guerra. Del resto ce lo dice lui stesso: "Io
ho voluto la guerra, per quel pochissimo che stava in me di
volerla. Ho partecipato con sincero animo alle domostrazioni,
ho urlato Viva D'Annunzio e Morte a Giolitti, e conservo ancora
il cartello con su Morte a Giolitti che ci eravamo infilati
nel nastro dei cappelli. Del resto, pace all'anima sua. Io
ho presentito la guerra come una dolorosa necessità nazionale,
se pure, lo confesso, non la ritenevo così ardua. E in guerra
ho passato alcune ore delle migliori di mia vita, di quelle
che mi hanno dato oblio e compiuta immedesimazione del mio
essere con la mia idea: questo, anche se trema la terra, si
chiama felicità". Ma scrisse anche "Al complesso della guerra
si uniscono e si aggrovigliano, è ovvio, i preesistenti miei
propri complessi, cioè l'insieme delle mie cinquecento disgrazie,
ragioni e irragioni: mi studierò [º] di non tuttavia trascurare
i più bei motivi, o almeno i più significanti, della mia catastrofica
sinfonia".
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Nel
1915 Gadda aveva ventidue anni ed era iscritto controvoglia
a ingegneria al Politecnico di Milano. Il padre era morto
da un pezzo, e la conseguenza era stata che le condizioni
economiche della famiglia, già cattive, erano diventate pessime.
Solo grazie a grandi sacrifici la madre riuscì a far studiare
i figli (e a mantenere, al contempo, l'odiata villa di Longone).
La partecipazione alla guerra gli parve l'occasione agognata
per rigenerare la patria (quella patria cui già altri Gadda
avevano consacrato se stessi e il proprio lavoro: "alcuni
ministri zelantissimi dello stato italiano, altri dal cuore
capace di rinuncia e di sacrificio per la buona attuazione
dell'idea italiana") e per abbandonare gli odiati studi tecnici,
riscattando se stesso con un gesto supremo che l'avrebbe liberato
dalle frustrazioni e dall'angoscia da cui si sentiva minacciato
e che lo conducevano all'inerzia e all'immobilità. Allora
partì, pieno di aspettative, entusiasmo e desiderio di emergere;
convinto di trovare altri uomini come lui, superbi e generosi,
valorosi e rudi come antichi legionari, incuranti della fame,
del freddo, del dolore e del pericolo. Partì da ufficiale
con tutto il coraggio, l'entusiasmo e la fierezza di cui era
capace, e anche di più. Quel che trovò sta scritto nel suo
"Diario di guerra e di prigionia", un libro "impossibile",
come ebbe a definirlo lui stesso. "Napoleoni sopra le spalle
e teppa dietro le spalle", la folgorante, sconvolgente sintesi.
Un esercito pasticciato, male organizzato, lento e inefficiente
nelle manovre, dove più che la fermezza e il valore contavano
il maneggio e la prosopopea, l'incuria e il vittimismo: "Chissà
quelle mucche gravide, quegli acquosi pancioni di ministri
e di senatori e di direttori e di generaloni: chissà come
crederanno di avere provveduto alle sorti del paese con i
loro discorsi , visite al fronte, interviste, ecc. Ma guardino,
ma vedano, ma pensino com'è calzato il 5° Alpini! Ma Salandra,
ma quello scemo balbuziente d'un re, ma quei duchi e quei
deputati che vanno 'a veder le trincee', domandino conto a
noi, a me, del come sono calzati i miei uomini: e mi vedrebbe
il re, mi vedrebbe Salandra uscir dai gangheri e farmi mettere
agli arresti in fortezza: ma parlerei franco e avrei la coscienza
tranquilla. Ora tutti declinano le responsabilità: i fornitori
ai materiali, i collaudatori ai fornitori, gli ufficiali superiori
agli inferiori, attribuiscono la colpa: tutti si levano dal
proprio posto quando le responsabilità stringono".
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Gadda
fu preso prigioniero dopo Caporetto e deportato a Celle Lager
nell'Hannover, dove rimase fino alla fine della guerra. Possiamo
immaginare, anche qui, le lunghe giornate trascorse a sentirsi
nuovamente impotente e frustrato, a sentire il male oscuro
che monta, inesorabilmente, e come una macchia d'inchiostro
si allarga a coprire interi pezzi d'anima e di coscienza.
"Sentii con quella forza subcosciente che è tanto forte in
me nei momenti patologici che realmente la mia, la nostra
vita è un brevissimo tempo; che già mezza è trascorsa senza
frutto d'onore, senza una gioia; sentii con intensità spasmodica
che non un sorriso di giocondità ha rallegrato i miei giorni
distrutti; ho patito tutto, la povertà, la morte del padre,
l'umiliazione, la malattia, la debolezza, l'impotenza del
corpo e dell'anima, la paura, lo scherno, per finire a Caporetto,
nella fine delle fini".
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Eppure
Caporetto non fu la fine delle fini. Nel gennaio 1919 l'ufficiale
Carlo Emilio Gadda, spossato nel corpo e nella psiche, torna
a casa. E lì scopre che Enrico, l'amatissimo Enrico, il fratello
aviatore, era morto molti mesi prima. "Sensazione di terrore
e solitudine per la fine di Enrico: provo come un senso doloroso
di fine e di morte anche per me". La depressione, silenziosa
e oscura, dilagò. Fu solo a fatica che lo scrittore si laureò
al Politecnico. Subito dopo partì. Il dover essere lo spinse
a cercare un occupazione, un lavoro, dei soldi. Per diversi
anni viaggiò: prima fu in Sardegna, poi in Argentina, poi
a Roma. Qui tentò per la prima volta di abbandonare l'ingegneria.
Scrisse un romanzo col quale partecipò senza fortuna a un
concorso Mondadori per lavoro inedito. Niente da fare. Ricominciò
a fare l'ingegnere, in giro per l'Italia e l'Europa. Nel frattempo
sostenne tutti gli esami di filosofia, senza peraltro laurearsi
mai; si interessò della psicanalisi che allora muoveva i suoi
primi passi in Italia; strinse amicizia con alcuni intellettuali:
Ugo Betti e Bonaventura Tecchi, che conosceva dai tempi funesti
della prigionia in Germania, e Montale; si avvicinò a Solaria,
la rivista che cercava di dimostrare quanto la cultura fascista
fosse retorica e provinciale interessandosi alle contemporanee
esperienze europee, e sulle sue pagine pubblicò le prime opere,
raccolte di saggi letterari e racconti. Erano passati quindici
anni da Caporetto, dalla morte del fratello, dal primo viaggio
fuori d'Italia. Il "periodo ingegneresco" era quasi al tramonto.
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Nel
1936 morì la madre. Gadda vendette subito la villa di Longone
al Segrino, intascò i soldi, smise una volta per tutte di
fare l'ingegnere e scrisse di getto, l'anno dopo, la "Cognizione
del dolore". Come si diceva, in queste pagine regolò un po'
di conti. Con la madre, La Signora del romanzo, lei che tentava
assurdamente di assecondare un ruolo che non doveva né poteva
essere il suo: "che bisogno ha di bavare bontà sul primo vitello
che le capita tra i piedi, sul primo cane randagio che viene
a oltre..."; con la famigerata villa, in cui erano state vanamente
sperperati i soldi della famiglia; con se stesso, Don Gonzalo
Pirobutirro nella finzione romanzesca, hidalgo di antica famiglia
ridotto a fare l'ingegnere (con alcuni tratti del commesso
viaggiatore), con in corpo un odio sordo contro la città -
piena di borghesi rifatti e arricchiti, volgari e chiassosi,
ignoranti e melliflui, contro la campagna dei contadini prepotenti
e villani, contro la madre, colpevole di aver affamato i figli
e di aver amato quello morto più di lui, Gonzalo, il sopravvissuto
malgrado se stesso. La vicenda, com'è noto, si svolge in Maradagàl,
un immaginario paese dell'America Latina in cui è facilmente
riconoscibile la Brianza, tra il 1925 e il 1933. Gonzalo Pirobutirro
è un personaggio schivo e tormentato, sofferente di molti
mali immaginari, che viaggia spesso per lavoro e quando torna
alterna accessi di furore incontrollabile contro La Signora
a momenti di annichilimento; rifiuta testardamente la protezione
del Nistitùo de vigilancia para la noche", offerta da ambigui
esponenti dell'ambiguo regime (e qui è trasparente l'allusione
al fascismo) che si mostrano alquanto preoccupati per le sorti
dell'anziana Signora, spesso sola di notte. Il romanzo è incompiuto,
come quasi tutti i lavori di Gadda; l'ultima parte venne comunque
resa nota solo nel 1970 (quando, come vedremo, si era già
aperta la caccia all'inedito gaddiano sull'onda del tardivo
successo) e ha uno svolgimento drammatico: dopo l'ennesima
partenza del figlio per uno dei soliti viaggi di lavoro La
Signora viene trovata agonizzante nel suo letto, selvaggiamente
aggredita e percossa. Fine. Chi è il colpevole? Gadda non
lo disse mai: avanzò, in qualche occasione, l'ipotesi del
matricidio, ma non ne scartò altre (ladri sconosciuti, malviventi
di passaggio e simili). Ognuno intenda quel che può o vuole.
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La
cognizione del dolore è un romanzo sconvolgente, una lettura
che ha il peso specifico del piombo. È un impasto sovrumano
di dolore e rabbia, di compassione e feroce sarcasmo: ogni
pagina stilla sofferenza e ira, ogni parola viene scagliata
come freccia o lasciata cadere come sasso nello stagno; è,
anche, una straordinaria rassegna di stili e linguaggi, in
cui il fuoco di fila delle famose invenzioni verbali gaddiane
trova compiuto dispiegamento: tecnicismi, latinismi, dialetti,
vocaboli aulici, tutto si fonde in un "pastiche" surreale
che lungi dall'essere virtuosismo fine a se stesso riflette
il caos incomprensibile del mondo e l'assurdità della vita,
ed esprime a un tempo il sentimento drammatico della perdita,
dell'assenza, del vuoto, del "male oscuro" insomma, e il comico
che tutto ciò suscita se visto da una prospettiva diversa,
esterna. Così Gonzalo giganteggia nei suoi furori, tragico
eroe greco scolpito sul fondo della notte, e insieme si dibatte
in una ridicola misantropia, e le sue urla sembrano squittii
di un misero topolino; così i maradagaldesi-brianzoli vengono
deformati in "manichini ossibuchivori", ignari di sé e del
mondo, grottesche caricatura di un'umanità paradossale, e
allo stesso modo ogni oggetto o animale su cui si appunti
a un certo momento l'attenzione dello scrittore diventa il
perno di una fissità allucinata, da dove partono per ogni
direzione le schegge impazzite di una realtà irriducibile
a qualsiasi ordine e rigore.
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Rigore,
ordine: quanto piacevano a Gadda. A lui, uomo dell'Ottocento,
cresciuto con i totem della scienza positiva. Li cercava,
li cercò senza trovarli tutta la vita. E proprio negli anni
in cui scriveva la "Cognizione" qualcuno ne fece parole d'ordine
politiche, li sbandierò con tutta la forza della sua oratoria.
Quel qualcuno, con il suo seguito di camice nere, inizialmente
infastidì Gadda. Un fastidio epidermico che diventò in breve
odio viscerale quando fu chiaro che, lungi dall'imporre rigore
e ordine, quel qualcuno si nutriva di tutto ciò che di irrazionale
e viscerale trovava in seno agli italiani; non solo, ma quel
qualcuno si faceva anche portatore e difensore di quei valori
- famiglia e proprietà - che Gadda aveva demistificato, svelandone
la natura di falsi miti con la forza della propria sofferenza.
Gadda lanciò contro Mussolini qualcuna delle sue invettive
più velenose e gli dedicò anche un acre saggio, "Eros e Priapo",
scritto prima della seconda guerra mondiale ma pubblicato
molto dopo, in cui formulava una serrata analisi, fondata
su teorie psicanalitiche, delle ragioni che avevano portato
alla dittatura mussoliniana, esprimendo al contempo una ferma
condanna del fascismo: "una retrogressione da quel notevole
punto di sviluppo a cui l'umanità era giunta verso una fase
involutiva, bugiarda, nata da imparaticci, da frasi fatte,
dall'abitudine di passioni sceniche, da un ateismo sostanziale
che vuole inorpellarsi di una 'spiritualità' e 'religiosità'nettamente
verbali".
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Nel
1940 Gadda si trasferì a Firenze "manzonianamente, e anche
un po' come un inglese (senza quattrini) del '700, per imparare
la lingua e frequentare le biblioteche fiorentine". Qui, oltre
a patire la fame e a fuggire dai bombardamenti, scrisse molto.
Scrisse, tra l'altro, il suo romanzo più noto, che potremmo
anche identificare come quello che lascia emergere più compiutamente
la seconda costante dell'intera sua produzione, costantemente
oscillante tra autobiografismo e garbuglio: "Quer pasticciaccio
brutto de via Merulana". Il "Pasticciaccio" è un romanzo giallo
piuttosto singolare: c'è un investigatore, ma si tratta di
un uomo mite, non particolarmente acuto e brillante; ci sono
due delitti, un furto e un omicidio, ma solo il primo viene
parzialmente risolto; c'è anche il racconto delle indagini,
ma i nessi cronologici e i riferimenti topografici sono così
confusi e poco chiari, così come estremamente ingarbugliati
risultano i legami tra la folla dei personaggi - ricchi borghesi,
nobildonne, servette, donne di malaffare, giovanotti disoccupati
e senza fissa dimora - che popola le pagine del romanzo. In
estrema sintesi, comunque, si può dire che la vicenda è ambientata
a Roma nel 1927 (ispirata, per stessa ammissione di Gadda,
a un reale fatto di cronaca raccontato alla scrittore da un
testimone diretto); Francesco "Ciccio" Ingravallo, funzionario
della Questura, indaga su un furto avvenuto in Via Merulana
219, in quello che la voce popolare ha ribattezzato "er palazzo
dell'oro" per la pingue ricchezza degli inquilini. Proprio
lì abita Liliana Balducci, che Ingravallo conosce bene, non
più giovane ma attraente signora dalla malinconia un po' spenta
che affascina e al contempo incuriosisce il poliziotto. E
proprio Liliana, pochi giorni dopo il furto, viene trovata
assassinata nel suo appartamento. Le indagini sono freneticamente
condotte in più direzioni, e infine i sospetti sembrano convergere
su Assunta, una delle tanti "nipoti" che si erano avvicendate
in casa Balducci, surrogati di quella figlia che Liliana non
aveva mai avuto. Ma Assunta, messa alle corde da Don Ciccio,
si difende e lo convince a sospendere l'arresto. Fine del
romanzo. Chi è l'assassino? Non si sa. Cosa disse Gadda? Che
il libro era "letterariamente concluso. Il poliziotto capisce
chi è l'assassino e questo basta. Il giallo non deve essere
trascinato come certi gialli artificiali che vengono portati
avanti fino alla nausea e finiscono per stancare la mente
del lettore". È chiaro, a questo punto, il motivo dell'insuccesso
iniziale del libro. Ma come, nessuna denuncia sociale, nessun
impegno civile, nessuna indagine sociologica, neanche si sa
chi è l'assassino? E i lettori (i pochissimi) lo buttarono
via.
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Alla
fine della guerra Gadda si trovò squattrinato come mai. I
titoli di stato in cui aveva investito i suoi risparmi (e
i proventi della vendita della villa) potevano servire giusto
per sostituire momentaneamente i vetri - infranti - delle
finestre. Ma grazie ad alcuni amici Gadda venne assunto come
"praticante" (aveva cinquantasette anni) presso la redazione
letteraria del Giornale Radio Rai. Si trasferì a Roma e nella
sua nuova veste si occupò dell'organizzazione di serate a
tema, di interviste e conversazioni; la sua foto e la sua
firma apparvero sul Radiocorriere, dove presentava nuovi programmi.
Notevole fu la codificazione delle norme generali con cui
regolare ogni programma radiofonico, condensate in un opuscolo
dove tra l'altro si legge: "All'atto di redigere il testo
di un parlato radiofonico si dovrà evitare in ogni modo che
nel radioascoltatore si manifesti il cosiddetto 'complesso
di inferiorità culturale', cioè quello stato di ansia, di
irritazione e di dispetto che coglie chiunque si senta condannare
come ignorante dalla consapevolezza, dalla finezza, dalla
sapienza altrui. Astenersi dal presupporre nel radioabbonato
conoscenze che 'egli' il 'qualunque', non può avere e non
ha. Inibirsi la civetteria di dare per comunemente noto quello
che noto comunemente non è. A nessun uomo, per quanto colto,
si può chiedere di essere un'enciclopedia". Norme ingiustamente,
colpevolmente dimenticate al giorno d'oggi. Ma non apriamo
il doloroso capitolo del contemporaneo squallore radio-televisivo
(eccettuate poche e sempre più rare trasmissioni, solitamente
messe in onda in orari in cui hanno ragionevolmente diritto
di cittadinanza solo Dracula e i lupi mannari).
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Alla
metà degli anni Cinquanta ci fu la svolta. Il Neoralismo segnava
il passo, gli intellettuali non erano più tanto convinti di
poter rappresentare la realtà così com'è, contribuendo al
suo rinnovamento politico-sociale. Alcuni cominciarono a insistere
sullo sperimentalismo e sulla libertà linguistica, riscoprendo
l'autonomia dell'arte e cercando nuovi strumenti per orientarsi
nel labirinto della società industriale avanzata. Allora qualcuno
si ricordò di Gadda e il "Pasticciaccio" venne ripubblicato.
Era il 1957, e fu un successo, clamoroso quanto inaspettato,
anche di pubblico. Sembrò a molti di ritrovare, nelle meditazioni
di Ciccio Ingravallo, parole di saggezza e stupore, le migliori
che si potessero pronunciare a proposito di un mondo labirintico
e incomprensibile: "[Ingravallo] sosteneva, tra l'altro, che
le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto
che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare:
ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonico
nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta
una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo
o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol
dire gomitolo". In Ingravallo Gadda aveva trovato un nuovo
alter-ego, non più tomentato ma rassegnato all'evidenza che
la vita è un garbuglio, una matassa troppo intricata perché
sia possibile districarne il capo per più di un poco. La struttura
del "giallo", tradizionalmente tesa a ordinare geometricamente
i fattori della realtà, costruendo una precisa gerarchia di
cause, viene qui fatta cozzare contro la sua antitesi, l'esplosione
del romanzo in quanto tale. Dalle schegge di questa conflagrazione
scaturisce una visione polifonica della realtà, un caleidoscopio
che pone tutto e tutti sullo stesso piano, contemporaneamente
ma con angolazioni diverse, sicchè un poliziotto, una prostituta
e la cacca di una gallina possono occupare con il medesimo
diritto pagine e pagine di romanzo; un romanzo che si pone
come una struttura potenzialmente aperta all'infinito, dove
ogni particolare può essere inserito in un proliferare continuo
di escrescenze e accadimenti, in una mescolanza sorprendente
di linguaggi e stili.
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Grazie
ai nuovi e abbondanti guadagni lo scrittore potè lasciare
l'impiego alla Rai, ma la notorietà lo infastidiva e imbarazzava,
così come mal sopportava la curiosità dei lettori e dei mass-media.
Mentre si apriva la caccia all'inedito e gli editori si contendevano
i diritti - specie dopo che nel 1963 la Cognizione vinse l'importante
Premio Internazionale di Letteratura - Gadda si chiudeva sempre
più in se stesso, irritato dalla notorietà e dalla gente,
afflitto da molti mali reali o immaginari, preoccupato che
qualcuno potesse avercela con lui. Negli ultimi anni appariva,
secondo la testimonianza dell'amico scrittore Giulio Cattaneo,
"molto invecchiato, dimagrito, di rado si faceva la barba.
Il grande solitario se ne stava quasi sempre chiuso nel suo
appartamento disadorno rimuginando le vecchie storie amare
e i piccoli incidenti che riempivano il vuoto accidioso dei
suoi giorni: i genitori, le guerre, i parenti, gli editori,
le tasse, le lettere, le telefonate...". Solo, come era sempre
vissuto, morì il 21 maggio 1973, per le conseguenze di una
bronchite contratta pochi giorni prima. Le chiavi di lettura
della sua opera le aveva fornite, da tempo, lui stesso.
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"Nella
mia vita di 'umiliato e offeso' la narrazione mi è apparsa,
talvolta, lo strumento che mi avrebbe consentito di ristabilire
la mia verità, il mio modo di vedere, cioè: lo strumento,
in assoluto, del riscatto e della vendetta. Sicchè il mio
narrare palesa, molte volte, il tono risentito di chi dice
rattenendo l'ira, lo sdegno". E ancora "Cose, oggetti, eventi
non mi valgono per sé, chiusi nell'involucro di una loro pelle
individua, sfericamente contornati nei loro apparenti confini:
mi valgono in una aspettazione, in un'attesa di ciò che seguirà,
o in richiamo di quanto li ha preceduti e determinati".
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Autobiografismo
e garbuglio, appunto: i due poli, inestricabili, di una vita
dolente e di una creazione letteraria straordinaria.
Olivia
Trioschi
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