| GADDA 1893 - 1973
Uno scampanellare
lontano
Tutta
l’opera del grande scrittore lombardo del 900 grida un implacabile
tormento. Il male come parente del nulla e il presentimento del
bene. La coincidenza fra destino e realtà
di
LUCA DONINELLI
«Non
tutto il dolore è dicibile, non tutto il male e l’orrore»
scrive Carlo Emilio Gadda, invitato a parlare degli strumenti della
propria arte - tecnica narrativa, genesi poetica, laboratorio linguistico
-, dopo aver giustamente reclamato l’impossibilità di discorrere
di simili argomenti senza tirare in ballo la totalità di sé, la
“biografia interna ed esterna, la gnoseologia e l’etica”.
Tutta l’esistenza di un uomo scende a investire il particolare
affrontato con determinata serietà. Non si parla di tecnica senza
che l’intera persona sia chiamata a testimone della virgola
apposta o tolta, dell’aggettivo guadagnato o rifiutato.
Solo davanti al male necessita un po’ di pudore.
«Il male non deve esistere, no, per i lettori seri, per le stupende
lettrici. Deve comunque ritrarsi: rifuggire da sotto i polpastrelli
del linotipista: come si cela dietro tamerici allorché privo di
tegumenti un irsuto, al Cinquale (località nota, al tempo, per la
sua grande pineta; ndr), ove sopravvengano educande, orfanelli,
dealbate cuffie con cerei volti di monache».
Eppure di cosa, se non di un male, se non del male che tiene
il campo senza una ragione, di cosa se non di questo implacabile
tormento che imbratta la lucentezza del pensiero e fa presentire
il bene (se mai) come uno scintillare, uno scampanellare lontano,
o meglio un magone profondo, uno struggimento forte quanto il male
stesso ma più raro - di cosa, se non di questo tratta tutta l’opera
di Carlo Emilio Gadda?
L’accademizzazione del Tragico
Tutto il Novecento, naturalmente, ha discorso di questo argomento
- ma molto spesso l’ha trattato, appunto, come un argomento.
L’argomentizzazione, l’accademizzazione del Tragico
è una delle tragedie dell’arte contemporanea, passata dalle
Lettere al Cinema, alla Fotografia con facilità impressionante.
Conseguenza: nessun argomento essendo illegittimo, ecco che parlare
del male fa fino, e chi vi si oppone (con voce, per la verità, sempre
più flebile) diventa un moralista retrogrado. Nel contesto dell’argomento,
inteso come argomento, il male diventa un bene, così che
Marilyn Manson può diffondere le sue parole mortali perché
è un artista, e l’artista, si sa, usa la sua materia come
un argomento, tra virgolette.
«L’ostentazione del male è un male» diceva san Tommaso, liquidando,
come suo solito, in una sola battuta tutto un atteggiamento fasullo.
Ma il male non ha senso, è parente del nulla, e solo un sofisma,
un gioco di parole (magari rivestito di retorica passione) può darci
l’illusione che possa infondere esso stesso un senso a parole
e immagini.
Gadda,
Kafka
Il nome di Gadda, accanto a quello di Kafka, è il primo a saltare
alla mente tra la magra schiera di coloro che hanno rifiutato quel
sofisma. Kafka, col suo teatrino jiddish, c’insegnò gli splendori
di un Dio irraggiungibile, e lo strazio di uomini abbandonati da
Lui - uomini che si svegliano all’improvviso, e l’Alleanza
con Lui è d’un tratto come un sogno. Kafka, il nemico di una
cultura gnostica che ha ammorbato il mondo.
Ma anche Gadda, dalle sue bassure padane senza metafore celesti,
non fu da meno nell’indicarci la risoluta insignificanza del
male. E la sua forza - non di senso, bensì proprio di nonsenso.
Lo fece sempre, in ogni suo scritto, dal Giornale di guerra e
di prigionia (cui Gadda non dava alcun valore letterario) ai
grandi capolavori (Il castello di Udine, Le meraviglie d’Italia,
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, La cognizione del dolore)
agli scritti critici e occasionali, interviste comprese.
Meno metafisico di Kafka, anzi massicciamente antimetafisico, spesso
comico, carico di ambrosiano humour, di politecnico disincanto,
genio della Milano leonardesca, scientifica, meccanica, industriale
al suo albore, quando la tecnica e la matematica alzavano i loro
monumenti di lavoro, di dolore e di povertà su un paesaggio ancora
dominato dalla terra, dalle grandi proprietà rurali, da ville con
amorini e diane in pietra, da padri e madri ancora manzoniani nello
spirito, Gadda è il figlio nobile sceso alla città per studiare
le scienze, non l’humanitas, e anche se proprio l’humanitas
sarà il suo grande amore, egli coltiverà sempre la letteratura con
un pudore, quasi con una vergogna oggi pressoché incomprensibili.
Il pudore dell’uomo di terra, che giunge a Orazio e a Sallustio
attraverso (anche) le matematiche e i manometri.
Le
circostanze e il giudizio
Quando affrontiamo un autore, è buona consuetudine chiederci quale
circostanza concreta, quale dramma tangibile abbia determinato una
certa visione delle cose, un certo modo di atteggiarsi davanti alla
lingua, alla natura umana, un certo modo di ordinare le proprie
preferenze in campo letterario. In Gadda, come in Manzoni, è la
propensione scientifico-illuministica a determinare l’input.
Come gli studi legali e la professione di assicuratore per Kafka.
Piccole circostanze nelle quali prende forma il grande Dramma.
«Le teorie fisiche, cioè fisico-matematiche, biofisiche, psicologiche,
psichiatriche recenti, hanno profluito contro l’idolo io,
questo palo: torbida e straripante conluvie sono pressoché venute
a sommergere, col divin permesso, la coglionissima capa».
In queste righe - che prendo da I viaggi la morte, impareggiabile
raccolta di saggi da poco ripubblicata da Garzanti - colpisce la
rudezza del dramma: la scienza, col suo carico di discorsi obbiettivi,
impersonali, col suo dio anonimo, che coincide con la Razionalità
stessa (divinità fredda e indifferente ai nostri disastri), va a
cozzare contro l’idolo io, meglio detto, una riga sotto,
coglionissima capa e, più tardi, il bamberottolo io.
Una supervalutazione dell’io, grave eredità romantica, contro
i numeri, i conti delle dighe da edificare nell’emisfero Sud,
della spesa da fare per il caffelatte e la minestra nell’emisfero
Nord, la terribile realtà, lei: «Le mie naturali tendenze, i miei
sogni, le mie speranze, il mio disinganno sono stati, o sono, quelli
di un romantico: di un romantico preso a calci dal destino, e dunque
dalla realtà».
Da notare: «Dal destino, e dunque dalla realtà». Una coincidenza,
questa tra destino e realtà, che è la quintessenza
del genio lombardo, il punto più acuto del suo apporto alla cultura
di tutti gli uomini. Il destino non sta oltre la realtà, ma coincide
con essa.
«Fatti fisici, urti e strappi, lacerazioni del sentire, violenze
e pressioni dal “di fuori”, ingiurie e sturbi dal caso,
dagli “altri”, coartazioni del costume, inibizioni ragionevoli
e irragionevoli, estetiche ed etiche, dal mondo non nostro, eppure
divenute nostre come per contagio, voi vedete, pesano siffattamente
sull’animi, sull’intelletto, che uscire indenni dal
sabba non ci è dato. Non mi è dato affermare. La limpidità naturale
dell’affermazione più nostra, più vera, è divertita (deviata;
ndr) ed è imbrattata in sul nascere. Una mano ignota, come
di ferro, si sovrappone alla nostra mano bambina, regge senza averne
delega il calamo: lo conduce ad astinenti lettere e pagine, e quasi
alle menzogne salvatrici».
Perché «senza averne delega»? Perché è ignota e di ferro:
una necessità ferrea, matematica, che però non ci corrisponde in
quanto è senza volto, ignota.
Perché «menzogne salvatrici»? Perché alla fine salvano dall’altra
menzogna: quella della purità incontaminata, del fiotto “naturale”
dell’io, come se l’io preesistesse (menzogna cartesiana)
alle cose. «L’io ha veste di modo, di strumento potenziale
del giudizio: e nel giudizio soltanto si manifesta, come termine
polare della tensione tra lui e la cosa, che è l’altro termine».
Noi non consistiamo al di fuori del dramma che ci costituisce, ed
è di quel dramma che lo scrittore è chiamato a dar conto. Se dà
conto d’altro, diventa retorico, si gonfia d’aria, scoppia.
L’uomo è tale se e in quanto giudica. Ed è meglio che il nome
di questo rapporto sia “dramma”, perché finché c’è
dramma, c’è sempre qualcosa che possiamo chiamare altro.
«Imbrattata sul nascere»
Ma c’è nella tensione drammatica di cui ci parla Gadda un
aspetto quasi brutale, sconcio: nessun punto di contatto, mai, nessun
riconoscimento è possibile tra i due termini. Il cuore romantico
dello scrittore viene brutalmente scalciato dalla realtà (ossia
dal destino) senza che mai gli sguardi s’incontrino. Anche
qui, la mente corre a Kafka e ai suoi labirinti: in Gadda perfino
i nomi propri, tracce di un avvenuto riconoscimento, subiscono l’onta
del labirinto: o mascherandosi con altri nomi (come ne La cognizione
del dolore, ambientato in Paesi esotici terribilmente simili
alla nostra Brianza), o fuggendo via dalle cose che rappresentano
(come ne L’incendio di via Keplero, il più famoso racconto
di Gadda). Il destino è giusto, dunque: ma cattivissimo, feroce.
Amante del Manzoni fino all’insania (si racconta che, poco
prima di morire, non volesse leggere altro che il Manzoni, e piangesse
a ogni pagina, a ogni riga), Gadda lo legge sul versante della sconsolazione,
non su quello della consolazione. Il non s’è fatto apposta
non è pane per lui.
«La limpidità naturale dell’affermazione più nostra, più vera,
è divertita ed è imbrattata sul nascere».
Sul nascere! Fin dall’inizio, fin da prima che sia svezzata
e lasciata andare per il mondo, la parola è deviata, sporcata. Il
destino sporca le parole, le imbratta, le devia dalla loro direzione
originaria. Noi vorremmo forse dire una cosa, ma alla fine la realtà
ce ne impone un’altra - come nelle giurie dei premi letterari,
che spesso alla fine, per il quieto vivere, finiscono a libri che,
all’inizio della seduta, non piacevano a nessuno dei membri.
Il lettore vero è colui che fiuta nella pagina questo destino bastardo,
perché lo conosce dentro di sé. Leggere significa questo. Ecco la
ragione per cui Gadda sostiene che non è buona cosa ostentare il
proprio male. Il male è un’intesa tra lettore e scrittore,
e va tenuta il più possibile segreta.
L’idea, vecchia e gloriosa, della responsabilità personale
capitola davanti all’evidenza della pochezza della nostra
etica e di tutte le etiche. Il male non è, innanzitutto, ciò che
noi facciamo; il male innanzitutto c’è, esiste. Lo
facciamo perché c’è. Possiamo dire, echeggiando il Brand
di Ibsen, che tutta la volontà e la virtù di un uomo non basta a
fargli compiere anche solo un atto morale.
La
pietà oltre lo strazio
I due grandi romanzi di Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via
Merulana e La cognizione del dolore (che è a mio parere
il punto incomparabilmente più alto di tutta la prosa italiana del
’900) raccontano, in modo speculare, la scoperta di questa
forza vacua e soverchiante, demente e tirannica.
Nel Pasticciaccio il commissario Ciccio Ingravallo deve indagare
su un furto di gioielli avvenuto in un palazzo di via Merulana,
a Roma. Nel palazzo vive una famiglia amica del commissario, il
quale ama segretamente la bella limpidezza della signora Liliana.
Ma un giorno la signora verrà trovata uccisa. Ingravallo ne è colpito
profondamente - è come se il male che si aggira nel palazzo avesse
improvvisamente trovato proprio in lui il suo bersaglio - e si getta
in un turbine di indagini. Il cerchio si stringe intorno a poche
persone, poi intorno a una persona sola, ma più ci si avvicina al
colpevole, più la natura del male arretra. Tanto che l’assassina
sbotta, alla fine, in un incredibile «No, nun so’ stata io!»,
così potente e convinto da indurre il commissario «a ripentirsi,
quasi».
Ne La cognizione del dolore, in una Brianza travestita da
Sudamerica si consuma l’infelicità di Gonzalo Pirobutirro,
nevroticissimo, iroso ingegnere e hidalgo in quanto erede
di una proprietà terriera e dell’annessa, vecchia madre, una
sorta di divinità terragna decrepita ma ancora piena di generosità,
la cui incondizionata fiducia nel prossimo - che il figlio depreca
- la condurrà a morte per mano sconosciuta. Dell’assassinio
ignoto (e forse proprio per questo) il figlio finisce per farsi
carico, come se la mano omicida fosse non già quella di uno dei
tanti profittatori, viandanti, piccoli lavoranti di cui ella era
la benefattrice scriteriata, ma la sua stessa, armata da un’infelicità
che rende incapaci di sopportare la minima cosa.
Ma l’inganno sopravvenuto nel XX secolo, di una resa della
cultura davanti all’avanzare nichilista, non abbaglia il grande
scrittore. Il male resta male, e il cuore nostro lo rifiuta con
la sua capacità di pietà.
E alla pietà, non al nulla ma alla pietà, Gadda affida le sue pagine
più strazianti, più profondamente belle, come quella, amatissima
da Giovanni Testori, che chiude Il castello di Udine: il
lamento sopra il corpo di un povero ragazzo morto sul treno: «Verde
Lombardia! dove di già è scesa la bruma, e le desolate nevi! La
cucchiara vi si dimanda cazzuola, e il mattone quadrello. Il pane
di Como non è da tutti; bisogna girare, andare! costruir le chiese
ai Dàndolo, ai Sermoneta le case.
«Gli impiccati hanno avuto una tomba; ma i morti de fame dove andranno
a sbattere? Il grembo della mamma non può riprenderli indietro.
«Le bielle tramutavano in disperata corsa l’impulso; con sibili
dentro le buie valli il direttissimo strascinava ogniduno al suo
caso (…) Oh, la cucina era fredda, senza più rame né voci,
offuscati contro il camino Podgòra e Mrzli (immagini appese in cucina,
come anche la seguente; ndr), e l’artigliere chino
verso le ombre al traino, come al Calvario… Oh! ma la mamma!
«Quella lo festeggiava anche senza soldi, lo avrebbe baciato e ribaciato
lo stesso… la vecchia… la Carolina Roncoroni vedova
Rusconi».
Nota
finale sulla lingua
Per concludere. Il lettore si domanderà perché la tanto decantata
lingua di Gadda sia stata pressoché ignorata in queste righe. Non
poteva essere una considerazione decisiva sulla lingua a dar la
stura a tutte le altre considerazioni?
Io credo di no. Si potrebbe scrivere, chi non lo sa?, un’intera
biblioteca sulla lingua di Gadda, sulla sua commistione di codici
linguistici inaccostabili secondo il galateo del “Bravo Scrittore”
- frasi che cominciano su un tono per precipitare, o innalzarsi,
a un altro affatto diverso. Periodi che partono ironici per stringersi
all’improvviso in un doloroso lirismo; periodi, viceversa,
che dopo averci fatto pagare il pegno di una lacrima se la ridono
della nostra serietà.
Si potrebbe aggiungere una biblioteca sullo sviluppo storico della
lingua gaddiana, che con gli anni sembra riassorbirsi in un ordine
(vedi la Cognizione) che pare il fantasma, o la parodia,
di quello manzoniano, mentre la passione lascia il passo a un misterioso
timbro lirico, quasi poetico.
Ma è dalla totalità vivente, dalle tante etiche ed estetiche, dagli
studi ingegnereschi, dai calci del destino, ossia dall’intero
orizzonte dell’io che si acquista il gusto e, quindi,
la capacità di comprensione della lingua gaddiana. Gadda non parte
dalla lingua, che è un esito smagliante, uno spettacolo splendido
e atroce del suo strazio invisibile, ma non un’origine.
Parlare della lingua di Gadda sarebbe, insomma, come parlare di
un giallo rivelando subito l’assassino ai lettori. Tutto passa
dalla lingua, ed è giusto che ogni lettore la conquisti e la ami
personalmente. Nessuna interpretazione può sovrapporsi alla bella
fatica della lettura.
Vita
e opere
Nasce nel 1893 a Milano dove compie tutti i suoi studi, fino a quelli
di ingegneria. Prende parte alla Prima Guerra mondiale, combattuta
sul Tonale, sull’Adamello e sul Carso; è fatto prigioniero
in Germania. Dopo la laurea (1920) lavora presso un’industria
milanese e nel 1922 si trasferisce per lavoro in Argentina. Nel
1924 rientra in Italia, insegna al liceo Parini di Milano e riprende
gli studi di filosofia. Nel 1931 pubblica, per l’edizione
Solaria, La Madonna dei filosofi e nel 1934 Il Castello
di Udine, che vince il premio Bagutta. Tra il 1938 e il 1941
sulla rivista Letteratura pubblica Cognizione del dolore.
Nel 1940 si trasferisce a Firenze, dedicandosi esclusivamente alla
letteratura, e nel 1944 pubblica L’Adalgisa. Nel 1950
si stabilisce a Roma e lavora per il terzo programma radiofonico
fino al 1955. Negli anni Cinquanta vengono pubblicati Il primo
libro delle favole (1952), Novelle del ducato in fiamme
(1953), Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957),
I viaggi e la morte (1958). Muore nella capitale nel 1973.
In
fondo al pasticciaccio
È la pagina finale di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Dove Ingravallo avverte, dentro il male commesso da altri, l’universale
dolore di tutti i cuori
«“Ricordatevi di chi v’ha tanto aiutato, mentre lo meritavate
così poco”
“Sì, li signori dove stavo a servizzio: e perché nun me lo
meritavo?”
“I signori! La signora Liliana, potete dire! ch’è stata
sgozzata da un assassino!”: du occhi, fece, che la Tina impaurì,
questa volta: “da un assassino,” ripeté, “del
qua-le,” favellò curule, “aggio saputo il nome, il cognome!…
e dove sta: e cosa fa…” La ragazza sbiancò, non disse
a.
“Fuori il nome!” urlò don Ciccio. “La polizzia
lo conosce già chesto nome. Se lo dite subbito” la voce divenne
grave, suasiva: “è tanto di guadagnato anche pe vvoi.”
“Sor dottó,” ripeté la Tina a prender tempo, esitante,
“come j’ ‘o posso dì, che nun so gnente?”
“Anche troppo lo sai, bugiarda” urlò Ingravallo di nuovo,
grugno a grugno. Di Pietrantonio allibì. “Sputa ‘o nome,
chillo ca tieni cà: o t’ ‘o farà sputare ‘o brigadiere,
in caserma, a Marino: ‘o brigadiere Pestalozzi.”
“No, sor dottó, no, no, nun so’ stata io!” implorò
allora la ragazza, simulando, forse, e in parte godendo, una paura
di dovere: quella che nu poco sbianca il visetto, e tuttavia resiste
a minacce. Una vitalità splendida, in lei, a lato il moribondo autore
de’ suoi giorni (il padre morente della Tina; ndr),
che avrebbero ad essere splendidi: una fede imperterrita negli enunciati
delle sue carni, ch’ella pareva scagliare audacemente all’offesa,
in un subito corruccio, in un cipiglio: “No, nun so’
stata io!” Il grido incredibile bloccò il furore dell’ossesso.
Egli non intese, là pe’ llà, ciò che la sua anima era in procinto
d’intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli
dell’ira, nel volto bianchissimo della ragazza, lo paralizzò,
lo indusse a riflettere: a ripentirsi, quasi».
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